Scritto in occasione della fase d’istituto delle “Olimpiadi della Filosofia” delle scuole superiori di tutta Italia. Il seguente saggio è stato il vincitore del concorso.
Indice
1. Cosa è il potere
Cosa è il potere? Molti filosofi nella storia hanno più volte posto la questione. Possiamo da qui trarre una definizione generale che trascende la categorie. Il potere è la capacità più o meno presente di modificare il mondo materiale secondo le proprie esigenze. È un’entità invisibile di per sé ma onnipresente: infatti ogni cosa materiale è stata da esso influenzata nella sua creazione o modifica. Qui è cruciale l’analisi marxista: infatti per Marx il potere è comunque materiale, in quanto fattore primario che determina le condizioni materiali, anche se invisibile. È da precisare che il materialismo del socialismo scientifico non è da intendersi in senso becero e rozzo, come una disciplina che si occupa degli oggetti e delle cose tangibili in maniera esclusiva, ma come una materia il cui campo è tutto quello che ogni giorno determina la realtà vera e materiale abitata dagli uomini. Inoltre, come si vedrà nei successivi paragrafi, il potere ha la caratteristica di essere accumulabile in maniera sempre più maggiore, oltre ad essere in quantità limitata. Quindi, l’accumulazione del potere non porta alla creazione di nuovo potere, ma alla creazione di rapporti di potere impari, perché per accumulare in un ambiente in cui qualcosa si trova in quantità definita è necessario da un’altra parte sottrarre.
2. La nascita del potere
Osservando la storia degli uomini si può notare che appena formatosi in società si tende subito a una gerarchizzazione degli stessi in strutture di potere. Infatti, ciò può farlo risultare ai nostri occhi quasi naturale, eterno, e inseparabile dalla nostra stessa natura nella sua forma attuale. Ebbene, bisogna però qui evidenziare grandi e profonde differenze nel potere primitivo esercitato dagli uomini che vivevano prima della formazione della società, quindi in una sorta di “Comunismo primitivo” per citare Rousseau, e nel potere gerarchico che conosciamo oggi. Infatti, a mio giudizio, tale potere si era formato in origine per la protezione della comunità stessa dai nemici degli uomini che si collocavano in una tale situazione precaria, e non era finalizzato ai fini individuali (perlomeno all’interno di una comunità stessa) ma ai fini della protezione del gruppo stesso. Questo perché la sopravvivenza di uno dipendeva da quella di tutti: dunque idealmente si giunge a un rapporto che assomiglia circa allo Stato etico di Hegel. Questo tipo di potere è lo stesso che permane nel nucleo più elementare della società umana: la famiglia.
3. Il potere nella storia
La formazione della società, e l’accentramento della proprietà privata nelle mani di pochi che non la lavorano, ma la commerciano, scambiano e ne traggono profitto, causa una sempre più monopolistica e gerarchica formazione del potere, tanto che si formano elitè la cui sopravvivenza non è più sotto pericolo costante, le quali si cullano calme nel loro ozio, preoccupandosi non tanto più di creare, ma sempre e sempre più di accentrare risorse nelle loro mani. Qui ritroviamo ciò che per Hegel è la dialettica servo-padrone, e per Marx, il primo germoglio, infausto, della società delle classi. L’analisi machiavelliana (seppur sempre brillante e profetica per il suo tempo) non permetteva un’analisi delle classi così ben definita quanto queste, perché, marxisticamente parlando, non aveva le condizioni materiali necessarie a generare un tale pensiero.
Riprendendo il discorso della dialettica servo-padrone, il sempre crescente ozio della classe soggiogante in fine causa la sua soggiogazione: infatti la classe soggiogata si rende finalmente conto che, essendo questa composta dai veri produttori, detiene il vero potere materiale, con cui può reclamare finalmente la posizione superiore al padrone. In questo modo però, come si può capire, si forma una costante macchina di conflitti e lotte fra le due classi, che continuamente perdono potere politico a favore di altre: è la storia del conflitto fra le classi. Così continuando, arriviamo all’età moderna, dove la contraddizione è quella fra la borghesia e il proletariato.
4. Macchiavelli e il materialismo
Machiavelli spesso viene descritto come uno spietato opportunista, che vede gli uomini come un branco di animali senza alcuna bontà o umanità propria, il cui unico scopo sembra essere quello di venire soggiogati per avanzare i bisogni dello Stato del Principe. Ebbene, non solo questa analisi è totalmente superficiale, ma anche estremamente fallace nei suoi contenuti. Innanzitutto, per una buona analisi di Macchiavelli bisogna tenere salde in testa le condizioni in cui egli scriveva i suoi testi. Come si può intuire non sono quelle della attuale società imperialista dominata dagli USA, ma nemmeno quelle della moderna società borghese di Marx. L’epoca di Machiavelli è contraddistinta in primo luogo da un’Italia sì ricca, ma terra di conquiste. Sì “forte”, a livello di Stati, ma senza indipendenza, libertà e unità. E soprattutto, da una società in cui le nette divisioni di classe odierne sembrano spesso più vaghe e indefinite, anche se esistenti. Inoltre, come si nota dalle lettere col Guicciardini, e dai suoi stessi testi, Machiavelli non è libero, bensì in costrizione di non criticare eccessivamente e direttamente il casato mediceo. E allora con uno sguardo un po’ più critico si può vedere in Machiavelli non un giustificatore della tirannia, ma un espositore della realtà materiale in cui si trovava e dei funzionamenti propri della stessa. Esattamente un predecessore del pensiero materialista di Hegel e Marx. I suoi testi non sono quindi un’esaltazione, ma un manuale per tutti i contemporanei rivoluzionari, contenenti una sottile e velata critica al potere. Inoltre egli individua correttamente i vizi della classe borghese e le esigenze di quella proletaria, naturali negli uomini; ma come nota dolente, mancando i suoi testi di connotazioni di classe spiccate, li agglomera in una sola analisi.
5. L’eticità del potere
Machiavelli parla di essere temuti o amati, ma lo fa ovviamente senza denotare in modo chiaro gruppi o classi differenti, o alcun tipo di riflessione etica in conto. Entrambe queste caratteristiche sono totalmente in linea col pensiero che Machiavelli espone nei suoi scritti, come stavamo dimostrando precedentemente. Quello che è da aggiungere rispetto a Machiavelli, in questo paragrafo, sarebbe proprio questo. Pur essendo vero che la paura rende saldo il proprio potere almeno nel breve termine (come si vedrà, se esercitata in maniera ingiusta a lungo tempo creerà un “contropotere”), lo rende allo stesso tempo tirannico, se diretto verso il popolo. L’obiettivo di un giusto amministratore del potere, deve essere non tanto quello di evitare l’odio al fine di non perderlo, ma quello di amministrarlo in modo tale da dirigere lo Stato verso il bene collettivo e non il proprio. È anzi un bene per lo Stato e la collettività che il potere non sia saldo nelle mani di chi lo detiene nei confronti del popolo, ma piuttosto che sia ad esso sempre vicino, aperto e sottoserviente. L’eticità della paura non entra in campo quando usata contro gli stessi, nei confronti di cui è bene mostrarsi vulnerabili, cioè il popolo, da cui il governante viene, di cui deve fare parte, e che deve servire, ma tanto più quando è usata contro i nemici dello stesso. La paura, quindi, è giusta solo quando viene esercitata a favore degli interessi generali e non a favore di quelli individuali.
6. Il potere ingiusto
Partendo dalle basi poste prima, è da definire potere ingiusto proprio il soggetto che si pone al di sopra del popolo per governarlo, e non per servirlo. Esempi storici possono essere i fascismi, le monarchie assolute, ma anche la nostra stessa condizione attuale. Infatti, pur scegliendo la figura che ci governa, non abbiamo alcun controllo sulle sue azioni, che sono controllate da una classe a noi avversa, specificamente quella legata agli interessi della borghesia finanziaria occidentale, che compra, minaccia, ricatta, e, se non basta, invade, occupa e terrorizza intere nazioni. Per questo il popolo è collettivamente depresso e insoddisfatto. Non tanto perché si stia male, ma perché c’è un declino lento ma costante, su cui non si può fare assolutamente nulla se non guardare, e deprimersi. La domanda sorge allora spontanea: perché non si può fare nulla? Perché il popolo non detiene il potere, e quindi come si è definito all’inizio, non ha la capacità di modificare la realtà materiale secondo le proprie esigenze.
7. Il potere giusto e la virtù
Il potere giusto è quindi quello che non è destinato al dominio, ma all’umiltà e alla utilità verso il popolo dello stesso. Qual’è quindi il governante virtuoso? Quello che non governa né per se stesso, né per gli interessi di una classe oppressiva, ma è disposto ogni giorno ad esporsi e a sacrificarsi per il bene comune. Il governante virtuoso deve essere quindi capace di essere buono con il popolo, e terribile con i nemici dello stesso che lo vogliono schiavizzare. Il governante virtuoso, quindi, è un individuo cosmico storico, che una volta espletata la sua funzione deve anche sapere, se necessario, estinguersi e tornare nelle file del popolo, per lasciare spazio a chi è più adatto in quel momento per avanzare lo stato delle cose, verso il progresso, e servire il popolo. Ora, sembrerà che si stia dicendo l’ovvio, ma la verità è che tutto ciò che si sta affermando non è quasi mai detto da nessun politico o potente: l’unico motivo per cui sembra ovvio è che questa realtà è intrisa nel subconscio delle classi popolari, che individuano spesso correttamente le contraddizioni, ma, essendo perse nella marmaglia dell’egemonia culturale della borghesia, non riescono a giungere ad un’unità di azione per cambiare veramente lo stato delle cose.
8. La fine del potere
Per concludere, apriamo (e speriamo, almeno in parte, di soddisfare) una questione che a mio parere sorge spontanea. Come il potere è iniziato, si potrà mai estinguere? Occorre fare una distinzione categorica. C’è un potere più naturale, non fatto da leggi, ma da sguardi, intese, e frasi di una parola. È caratteristico all’interno di strutture familiari, ma anche, seppur in forme molto contorte, dannose e con caratteristiche associabili al secondo tipo di potere (che trovate qualche riga più in fondo), nelle strutture mafiose. Questo potere a mio avviso non nasce dalla forza, ma dalla convenienza nel rapporto. La sopravvivenza e il bene comune è la convenienza nel rapporto familiare, il cui obiettivo in un rapporto sano sarebbe quello di beneficiarne tutti. La mafia nasce inizialmente nello stesso modo di un’escrescenza, in modo naturale come reazione allergica alle politiche oppressive del casato savoiardo. Inoltre possiamo individuare un secondo tipo di potere imposto tramite la forza. Questo tipo di potere non nasce per convenienza di tutti, ma per la sola convenienza di chi lo impone. È innanzitutto il potere dello Stato. Infatti lo Stato nasce proprio come braccio armato delle classi dominanti che lo hanno imposto sul resto della società. La formula resta invariata, dalle antiche monarchie legate al vassallaggio ai moderni Stati capitalistici, dominati dalla borghesia nelle sue varie forme. Come ho affermato prima, il potere tirannico porta sempre alla creazione di un contropotere.
Ebbene, ciò che è da aggiungere è che il potere nella società caratterizzata da un’oppressione di una classe sull’altra, tende sempre a degenerare e sfociare in una tirannia. Questa lunga storia di contraddizioni fra il potere e i suoi nemici ci ha portato a dove siamo oggi. La genialità del leninismo è capire proprio il meccanismo del secondo tipo di potere e ribaltarlo non per dare potere e privilegi ad un’altra classe, ma per abbattere il sistema una volta per tutte. Se lo Stato è stato usato fino ad oggi per opprimere il popolo, è ora di prenderne il possesso per invertirne completamente la rotta, e direzionare “l’oppressione” verso i suoi nemici. Come detto prima, questo tipo di potere nasce a beneficio della classe che lo impone, ma la domanda che nessuno si era mai fatto prima di Lenin era: cosa succede se ad imporlo non è una classe di oppressori del popolo, ma il popolo stesso? È pur sempre vero che, essendo il meccanismo ereditato dalla società classista, permangono all’interno di esso una miriade di contraddizioni, spesso legate al potere stesso, ma la realtà purtroppo, o per fortuna, non è mai pura, limpida e senza difetti. Il nuovo obiettivo di questa macchina statale sarà, quindi, l’evaporazione naturale del potere imposto tramite la forza. Ovviamente, ciò può essere fatto solo dopo avere eliminato le contraddizioni che richiedono ancora la sua esistenza, cioè la permanenza di nemici allo stesso, dotati di forza, che vogliono la sua stessa fine e il ritorno allo stato precedente.
Invece, riguardo al primo tipo di potere, lascio una conclusione più aperta e dubbiosa: saranno le condizioni materiali dell’epoca in cui sarà finito il secondo, a determinare cosa rimarrà, e che forma prenderà il primo.

