Di Luca Cozzolino
Il precariato è una classe sociale che vive in condizioni di reddito instabile, composta principalmente da giovani impiegati in un settore dei servizi altamente competitivo, dove i lavoratori sono costretti a competere tra loro per ottenere più posti di lavoro o guadagnare di più. A differenza della classe operaia tradizionale, che gode di maggiore solidarietà e potere contrattuale, i precari sono isolati, atomizzati e privati di una reale difesa collettiva. Nonostante abbiano una funzione sociale specifica, il loro lavoro tende a dividere le persone piuttosto che a integrarle in un contesto comunitario. L’ambiente di lavoro precario non offre stabilità né prospettive di carriera e ostacola lo sviluppo di una base economica sufficientemente stabile per mettere su famiglia. Il risultato è una dipendenza prolungata dai genitori, che alla fine rendono impossibile ai propri figli possedere una casa o vivere in modo indipendente. In passato, anche senza grandi ricchezze, avrebbero avuto la sicurezza del possesso della terra, ma oggi le persone in condizioni precarie non hanno alcuna base indipendente e vivono in uno stato di perpetua incertezza.
Con la deindustrializzazione, la classe dei lavoratori stabili è andata riducendosi in tutta Europa, sostituita da una massa crescente di precari o gig workers. Questa popolazione vive in condizioni particolarmente precarie: mancanza di sicurezza sociale, di dimora e una particolare popolazione di migranti in continuo movimento. Se questo strato sociale diventa maggioranza, il rischio è una crisi di riproduzione sociale per tutto il continente. Gli Stati europei stanno attualmente lavorando per ridurre la popolazione attraverso l’immigrazione, ma i problemi riemergeranno dopo una generazione.
Per comprendere l’evoluzione storica del precariato italiano bisogna partire da una profonda analisi delle cause scatenanti che, dal periodo storico del secondo dopoguerra, hanno contribuito alla distruzione del potere contrattuale della classe lavoratrice. La nascita e lo sviluppo di questo nuovo fenomeno sociale – conseguenza inventabile di un approccio politico di stampo neoliberista, elaborato in un periodo di tempo congeniale agli interessi delle classi politiche italiane – dimostra la consequenzialità nelle azioni politiche, messe in campo dai vari governi susseguitisi al potere, di un principio economico imposto, che nullifica ogni differenza ideologica e di contenuti. Da una fase storica in cui l’economia era ancora controllata dal potere politico, e la classe lavoratrice possedeva ancora una concezione razionale della realtà produttiva in cui operava (datore di lavoro, mezzi di produzione ecc.), oggi si è giunti ad un completo annichilimento delle facoltà di comprensione e di esercizio dei diritti basilari per il perseguimento di una vita dignitosa da parte della classe lavoratrice. Oggi siamo testimoni della più totale subordinazione della forza lavoro ai principi e ai valori del libero mercato, alla sublimazione dell’uomo che governa la macchina alla macchina che governa l’uomo ed il processo produttivo, e quindi alla totale atomizzazione della classe lavoratrice all’interno della società contemporanea. Tutti contro tutti, nessuno escluso!
Nel contesto italiano, il precariato rappresenta una delle condizioni lavorative più emblematiche e controverse del nostro tempo, riflettendo le trasformazioni del mercato del lavoro e le crescenti incertezze che colpiscono soprattutto le giovani generazioni. L’adozione graduale e sistemica di politiche predatorie, dettate da interessi sovra governativi antinazionali – dalla privatizzazione degli asset strategici nazionali, all’acuirsi delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro – ha raggiunto il suo culmine con il consolidamento e la conseguente normalizzazione dei contratti atipici (modalità contrattuali non consuete rispetto ai tradizionali rapporti di lavoro).
E’ fondamentale comprendere che fino a circa 60 anni fa l’economia italiana era regolamentata da leggi ben precise e da una forte azione delle istituzioni pubbliche sul controllo delle industrie strategiche e dei capitali (esteri e nazionali), al fine di evitare le speculazioni sui capitali nazionali e difendere l’economia interna. Malgrado la natura riprovevole di quel periodo storico, è da render noto che durante il periodo storico del Regno d’Italia, il governo fascista sotto tentò, in un certo senso, di difendere l’economia nazionale con l’emanazione di leggi volte a proteggere la lira e a rafforzare l’indipendenza economica nazionale in un contesto internazionale instabile: la Legge 1° marzo 1934, n. 382 introdusse una serie di disposizioni molto rigide sul controllo delle valute e dei movimenti internazionali di capitale, stabilendo le prime restrizioni sistematiche sui trasferimenti di valuta e sul commercio con l’estero. L’obiettivo era impedire che i capitali nazionali uscissero dal Paese, destabilizzando la lira, e che capitali esteri si inserissero nell’economia interna con l’intento di acquisire il controllo di settori industriali strategici. La fondazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) nel 1933 va interpretata nel contesto di queste dinamiche, poiché, in seguito alla crisi economica globale del 1929, emerse l’esigenza di proteggere le principali banche e imprese italiane.
L’IRI ebbe un effetto immediato nel stabilizzare il sistema bancario italiano, riorganizzando i portafogli azionari industriali e successivamente rivendendoli alle banche una volta stabilizzati. Col tempo, l’IRI si trasformò in una holding permanente e in un’istituzione economica di rilievo, con un’influenza diretta sulle istituzioni politiche e sociali. Gran parte della cultura italiana del dopoguerra venne plasmata proprio dalla presenza e dalle attività dell’IRI. Inoltre, alla fine degli anni ’60, paesi come Gran Bretagna, Francia, Canada, Australia, Svezia e Germania adottarono modelli di holding statali ispirati all’IRI.
Col finire della Seconda guerra mondiale e il crollo del regime fascista, il quadro economico e politico internazionale mutò radicalmente, segnando il passaggio da un’economia nazionale fortemente regolamentata a un sistema sempre più integrato in dinamiche globali. Fu in questo nuovo contesto che l’Italia, sconfitta e fortemente indebolita, si vide costretta ad aderire agli Accordi di Bretton Woods, ridefinendo così il proprio ruolo nel panorama economico internazionale.
Aderendo nel 1947 al neonato Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, l’Italia si inserì ufficialmente in un sistema che promuoveva cambi fissi, convertibilità delle valute e cooperazione economica multilaterale.
Durante gli anni ’50 e ’60, il sistema di Bretton Woods coincise con un periodo di forte crescita economica in Italia, noto come “miracolo economico”. Tra il 1951 e il 1963, il PIL italiano crebbe in media di circa 5,8% all’anno, mentre la disoccupazione scese progressivamente fino a stabilizzarsi intorno al 4% alla fine degli anni ’60. L’industrializzazione accelerata, l’aumento delle esportazioni e la modernizzazione delle infrastrutture trasformarono profondamente la struttura economica del Paese, spostando la forza lavoro dall’agricoltura all’industria e ai servizi.
La centralità del dollaro come moneta di riserva globale, agganciata all’oro al tasso fisso di 35 dollari l’oncia, iniziò a mostrare i suoi limiti. Le crescenti spese militari degli Stati Uniti per finanziare la guerra del Vietnam e il progressivo indebitamento americano provocarono un’enorme immissione di dollari nei mercati internazionali, alimentando squilibri monetari globali.
L’inizio della fine del capitalismo regolamentato si ebbe con l’abbandono del sistema monetario internazionale di Bretton Woods. Nel 15 agosto 1971, il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, annunciò la sospensione unilaterale della convertibilità del dollaro in oro, ponendo fine al cosiddetto “gold exchange standard”. La decisione, motivata dal crescente deflusso di dollari verso l’Europa e dalla pressione speculativa sui mercati dell’oro, sancì l’avvio di una nuova era di cambi flessibili, inflazione internazionale e crescente instabilità finanziaria. Senza più il meccanismo regolatore di una moneta internazionale equivalente all’oro, la stabilità dei rapporti di cambio tra le monete non può essere mantenuta. I rapporti di cambio, ormai determinati soltanto dalla domanda e dall’offerta delle relative monete sui liberi mercati di borsa, cominciano a manifestare ampie e continue oscillazioni, rendendo di valore aleatorio i guadagni delle vendite all’estero.
Dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70, il mercato del lavoro in Italia ha conosciuto una crescita significativa, sia in termini di occupazione che di sviluppo economico, con però delle differenze tra le diverse fasi e le aree geografiche del Paese. In quegli anni il precariato esisteva ma assumeva forme diverse rispetto all’oggi, con l’instabilità che si manifestava soprattutto attraverso l’irregolarità del lavoro e le precarie condizioni abitative per i migranti in arrivo dal Mezzogiorno, senza che la crescita del settore industriale e terziario portasse a una stabilità generalizzata per tutti. La crescita infatti non fu uniforme e coinvolse un massiccio trasferimento di popolazione dal Sud al Nord, creando lavoratori in condizioni abitative e sociali precarie, il cui inserimento era difficile. Questo fenomeno cambiò profondamente la struttura demografica, sociale ed economica dell’Italia del nord, dove i lavoratori migrati dal sud, erano costretti a vivere situazioni sociali complesse lontani dalle proprie famiglie. Questi fattori demografici e sociali, la dissoluzione delle comunità di quartiere nonché l’avvento delle nuove scoperte in campo tecnologico, come la televisione, contribuirono enormemente alla disgregazione del tessuto sociale che dal secondo dopoguerra univa intere famiglie all’interno di vere e proprie comunità di quartiere.
Nel 1973, con lo scoppio della guerra del Kippur ebbe inizio la una crisi economica seconda solo alla Grande Depressione del ’29. Il capitalismo, in questa fase ancora regolamentato, attraversa nel biennio 1974-1975 una crisi di vasta portata: la quantità delle merci prodotte dal sistema industriale diminuisce per due anni consecutivi nella maggior parte dei paesi più industrializzati; in Italia la disoccupazione raggiunse punte del 5,0 %.
Con un inflazione galoppante e la recessione economica ormai certa, a metà degli anni ’70 il meccanismo della scala mobile salariale – meccanismo rivalutazione automatica delle retribuzioni basato sull’andamento dei prezzi avviato formalmente nel 1946 – crebbe moltissimo creando un circolo vizioso in cui l’inflazione faceva salire i salari, i costi per le imprese aumentavano e di conseguenza aumentavano i prezzi generando nuova inflazione. Lo scenario Italiano di quegli anni, denso di conflitti sociali costrinse i sindacati ad accondiscendere alle richieste di Confindustria e parte del mondo economico che spinsero per un patto sociale a tutela degli interessi di questi ultimi. Fu l’inizio del declino dei sindacati in Italia.
Nel 1976 si tenne a Kingstone, nell’isola di Giamaica, la conferenza conclusiva del cosiddetto “comitato dei venti”, istituito nel 1972 dal Fondo Monetario Internazionale. A questo comitato fu dato il compito di ridefinire un ordine del sistema monetario internazionale dopo l’abolizione della convertibilità aurea del 1971. Si scelse di seguire la proposta americana di mantenere il sistema ancorato al dollaro (non più convertibile in oro). Questa scelta confermò il ruolo del dollaro come moneta internazionale, senza più la garanzia di poterlo convertire in oro e senza più la funzione di sostenere le parità fisse tra le monete nazionali. Così gli Stati Uniti possono pagare le spese del loro dominio mondiale più facilmente. La conferenza di Kingstone segna una ripresa, sia pur timida dello sviluppo mondiale, alimentato dal flusso di dollari che gli Stati Uniti immettono sul mercato internazionale per pagare gli acquisti di merci estere e per i loro investimenti nel mondo. Si tratta però di uno sviluppo stimolato essenzialmente dall’inflazione, come da una droga. Negli Stati Uniti i produttori possono incrementare le loro vendite soltanto perché una moneta inflazionata, cioè diffusa in quantità sempre maggiori dalle spese statali, sollecita gli acquisti, e perché gli alti prezzi di vendita compensano le perdite. Negli altri paesi capitalistici lo sviluppo è consentito soltanto dalla riduzione dei costi di produzione, il ché significa anche licenziamenti e impiego di contratti di lavoro precario.
È verso la fine degli anni Settanta che, in Inghilterra, prende avvio il primo esperimento di applicazione della politica neoliberista, finalizzata allo smantellamento della regolamentazione del mercato del lavoro e alla riduzione del potere sindacale, rispondendo così alle aspirazioni economiche della borghesia nazionale. Il programma del 1979 della Thatcher non fu pensato come modello di risposta alla crisi generale che in quegli anni affliggeva l’Inghilterra le principali potenze capitaliste mondiali, ma come attacco alle classi più disagiate della società. Tale programma prevedeva l’abolizione dei contratti collettivi di lavoro e della concertazione delle parti sociali. il prezzo pagato dalla classe operaia fu alto: aboliti i contratti collettivi di lavoro ed i minimi salariali, i rapporti di lavoro furono disciplinati da contratti individuali tra datori di lavoro e lavoratori, senza regole predeterminate e sulla base soltanto di puri rapporti di forza.
Margaret Thatcher rappresenta storicamente la prima risposta dalla crisi dell’accumulazione capitalistica moderna che ha avuto come principale obbiettivo l’annientamento del potere contrattuale dei lavoratori e della forza sociale dei sindacati, a favore della borghesia nazionale. Si tratta di una risposta solo parziale, poiché i contraccolpi hanno colpito soprattutto il mercato interno. Tuttavia, rappresenta la prima tappa nel processo di deregolamentazione del mercato del lavoro su scala globale.
Il primo personaggio a proporre in forma chiara un obiettivo di politica economica globale, alternativo a quello nato nel 1944 a Bretton Woods fu Paul Wolker, presidente della Federal Reserve nel 1979. Fu il primo tra i banchieri centrali a introdurre una stretta monetaria aggressiva, aumentando in modo deciso i tassi d’interesse per “contrastare l’inflazione galoppante”. La missione era della massima importanza: la svalutazione del dollaro è infatti diventata pericolosa per il ruolo imperiale degli Stati Uniti, sia per l’accelerazione che ha subito dalla fine del 1978, sia perché concomitante all’entrata in vigore, dall’inizio del 1979, dello SME (accordo monetario europeo nato per il mantenimento di una parità di cambio prefissata).
Dall’inizio della sua presidenza, iniziò ad applicare aumenti moderati dei tassi, per poi accelerare rapidamente. Il 6 ottobre 1979 tenne una conferenza stampa improvvisata annunciando che la Fed avrebbe cambiato strategia, concentrandosi sul controllo delle riserve bancarie piuttosto che sul tasso stesso, permettendo così fluttuazioni più ampie e tassi più alti. In seguito a questa svolta, il tasso sui federal funds salì da circa l’11,5% di ottobre 1979 fino a quasi il 18% ad aprile 1980, con picchi che raggiunsero il 20% entro la fine del 1980. La rigorosa applicazione di questa ricetta, freddamente enunciata da Volcker, scatenò devastanti effetti sociali: da un lato la mancanza di domanda per i prodotti causata dalla riduzione della moneta circolante, dall’altro la mancanza di finanziamenti per gli investimenti, dovuta all’aumento degli interessi sul denaro. l’aumento del tasso di interesse avrebbe dovuto essere spinto così in alto da creare una grave recessione economica e una drammatica crisi occupazionale. Secondo Volcker: “non è compito dello Stato promuovere la piena occupazione, perché l’occupazione deve nascere soltanto dal libero uso dei meccanismi dell’economia da parte degli operatori economici privati…; compito dello Stato è garantire le migliori condizioni per il libero svolgimento dell’iniziativa economica privata”. A tredici anni di distanza le sue dichiarazioni sulla nuova società di mercato che avevano contribuito a formare furono: “una sorta di grande bazar caotico e privo di regole, i cui soli beneficiari sono speculatori senza scrupoli capaci di inventare e agire sempre con nuovi trucchi truffaldini a danno della società”.
Anche se il precariato in senso moderno non esisteva ancora, tra gli anni ’80 e ’90 in Italia iniziano ad emergere forme di lavoro instabile, spesso come contropartita ai vincoli del pubblico impiego o nei servizi. Conseguentemente a ciò che avveniva in ambito internazionale, in Italia i governi susseguitesi nel decennio tra il 1990 e il 2000 applicarono le stesse ricette neoliberiste ma per comprenderle bisogna partire dalla genesi di quella che è oggi l’Unione Europea.
Nel febbraio del 1992 i rappresentanti dei dodici paesi membri dell’allora Comunità europea – per l’Italia il Ministro degli Affari esteri Gianni De Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli – si riunirono nella cittadina olandese di Maastricht per dar vita all’ultima fase del processo di unificazione economica e monetaria dell’Europa occidentale e inaugurare formalmente la nascita dell’Unione europea.
I princìpi guida dell’UE sono distintamente indicati nel capitolo sulla politica economica del Trattato di Maastricht, in cui si afferma che l’UE e i suoi Stati membri devono condurre una politica economica «conforme al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza» e ispirata ai seguenti princìpi: «prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane nonché bilancia dei pagamenti sostenibile». Altri articoli subordinano la stessa politica sociale e del lavoro, oltre che la politica industriale, al mantenimento della «competitività», imponendo la flessibilità e la precarizzazione della prima e vietando gli interventi pubblici a sostegno della seconda.
Quando l’Italia firmò il Trattato di Maastricht, i suoi alti tassi di inflazione e disoccupazione furono considerati problemi gravi. L’inflazione fu attribuita all'”eccessivo” potere dei sindacati e a un sistema di contrattazione salariale “eccessivamente” centralizzato, che si tradusse in una forte inflazione da spinta salariale e in una compressione dei profitti, poiché la crescita salariale tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro, riducendo la quota di profitto. Ridurre l’inflazione e ripristinare la redditività richiedeva moderazione salariale, che a sua volta poteva essere conseguita solo attraverso una radicale deregolamentazione dei mercati del lavoro, o quelle che eufemisticamente vengono chiamate “riforme strutturali”.
Il Pacchetto Treu, curato dal governo Prodi e approvato nel 1997, ha introdotto in Italia i primi strumenti di flessibilità strutturale del mercato del lavoro legalizzando il lavoro interinale, i contratti a termine, i tirocini formativi e le collaborazioni coordinate e continuative, aprendo la strada al precariato strutturato nella legislazione italiana. Da allora, il ricorso a forme contrattuali atipiche è aumentato in maniera esponenziale, soprattutto dopo il 1997, e molti lavoratori sono rimasti intrappolati nel precariato per anni.
A partire da quegli anni e fino alla prima metà degli anni 2000, i governi che si sono succeduti al potere, pur adottando una comunicazione politica incentrata su obiettivi elettorali, hanno approvato leggi di stampo neoliberista a compiacimento degli industriali. Si va dalla legge Biagi del 2003 (governo Berlusconi), che introdusse nuove forme di lavoro subordinato come il contratto a progetto (co.co.pro), il lavoro intermittente e il lavoro accessorio, alla legge Fornero del 2012 (governo Monti), che intervenne in maniera drastica su un sistema pensionistico già fragile. Fino ad arrivare a tempi più recenti con il Jobs Act del 2015 (governo Renzi), che ha ulteriormente rafforzato la flessibilità — e la conseguente precarizzazione — del mercato del lavoro. Tutti questi interventi legislativi si inseriscono all’interno di un più ampio disegno di trasformazione sociale e lavorativa riconducibile a dinamiche di predazione sociale imposte dal sistema europeo.
Per rendere l’idea di quanto l’Italia sia stata succube delle politiche di austerità europee, riportiamo alcune citazioni dell’economista olandese Servaas Storm:”Le riforme strutturali del mercato del lavoro in Italia hanno comportato una drastica riduzione della tutela dell’occupazione per i lavoratori temporanei e, di conseguenza, la quota di lavoratori temporanei sull’occupazione totale italiana è aumentata dal 10% nel periodo 1991-1993 al 18,5% nel 2017. Tra il 1992 e il 2008, l’occupazione totale (netta) in Italia è aumentata di 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui quasi tre quarti (73%) a tempo determinato. In Francia, a titolo di confronto, l’occupazione (netta) è cresciuta di 3,6 milioni di posti di lavoro nel periodo 1992-2008, di cui l’84% a tempo indeterminato e solo il 16% a tempo determinato.”, e ancora: “Inoltre, il potere contrattuale dei sindacati è stato ridotto dall’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione a favore della riduzione del debito pubblico (Costantini 2017) e da una politica della banca centrale molto più restrittiva (anti-inflazionistica) e dal tasso di cambio fisso. Di conseguenza, la crescita dei salari reali per dipendente, che in media era del 3,2% annuo nel periodo 1960-1992, è stata ridotta a un mero 0,1% annuo nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.” Un quadro economico raccapriccente che si è ripercosso inevitabilmente sul tessuto sociale del Paese, portando, negli anni successivi al consolidamento della liberalizzazione del mercato del lavoro, alla nascita di nuovi rapporti sociali.
Un’analisi dei dati Eurostat ha rilevato che, in media nell’Unione, la percentuale di lavoratori tra i 25 e i 34 anni che vivono nella casa dei genitori è aumentata dal 24% al 27% tra il 2017 e il 2022.
In Irlanda, dove gli affitti sono raddoppiati dal 2013 , si è registrato un aumento di 13 punti percentuali dei giovani lavoratori che vivono con i genitori, dal 27% al 40% della coorte, secondo l’analisi di Eurofound, l’agenzia dell’UE per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Non solo, a peggiorare sono anche i dati sulla natalità
come dimostrato da diverse ricerche scientifiche, le donne più giovani che sperimentano instabilità lavorativa potrebbero essere più propense a posticipare la gravidanza rispetto alle donne che stanno raggiungendo la fine della loro vita riproduttiva. Gli individui incerti sulle proprie prospettive economiche tendono a rimandare la formazione della famiglia finché non riescono ad accumulare risorse e almeno uno dei partner non si è affermato nel mercato del lavoro.
L’instabilità economica influisce negativamente sulle relazioni familiari: tensioni, discussioni quotidiane, difficoltà di comunicazione e scelta di rinviare decisioni significative creano individui segnati da un forte disagio sociale.
Secondo i dati Eurostat (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Glossary:Material_deprivation), nel 2015 un membro su sei della popolazione dell’Unione Europea era in stato di deprivazione materiale. Le percentuali più elevate si registravano in Bulgaria (49,1%) e Grecia (40,8%), con oltre la metà delle persone in stato di deprivazione materiale in questi Paesi che si trovavano in una situazione di grave deprivazione. Analogamente, più della metà delle persone considerate in stato di deprivazione materiale in Italia ha sperimentato una grave deprivazione materiale (sebbene, nel complesso, il Paese si sia classificato nella fascia media della classifica dei Paesi europei). La Grecia è stata anche tra i paesi con il maggiore aumento della percentuale di persone in condizioni di deprivazione materiale durante e dopo la crisi economica, in particolare tra il 2014 e il 2015.
L’impatto della disoccupazione e dell’insicurezza lavorativa va ben oltre le perdite economiche, influenzando profondamente anche la sfera familiare e sociale. Le conseguenze non economiche, sia nel breve che nel lungo periodo, interessano non solo i singoli individui e le loro famiglie, ma intere comunità. Chi vive situazioni prolungate di disoccupazione o precarietà tende a incontrare difficoltà nel costruire o mantenere relazioni familiari, nel coltivare amicizie, nel partecipare alla vita sociale, nel dedicarsi ad attività ricreative o nel condurre uno stile di vita sano. A ciò si aggiungono disagi di natura psicologica e fisica, spesso accompagnati da pressioni sociali e fenomeni di stigmatizzazione.
L’aumento del lavoro precario e della mobilità professionale sta contribuendo all’emergere di nuove forme di rete familiare, basate su legami con amici, colleghi o membri della comunità locale. Si tratta di configurazioni relazionali più pratiche che affettive, riconducibili a una sorta di “famiglia estesa funzionale”.
Tra i nomadi digitali, uno studio condotto su 300 persone single rivela una netta preferenza per relazioni flessibili e non convenzionali, accompagnata da un senso di incertezza che spesso porta a rimandare scelte come il matrimonio o la genitorialità.
Nonostante i vantaggi della mobilità, molti nomadi digitali riportano esperienze di solitudine, dovute alla difficoltà di mantenere relazioni stabili. Per contrastare questo isolamento, tendono a cercare forme di sostegno sociale attraverso comunità temporanee come spazi di co-working, co-living o eventi locali.
Uno studio qualitativo condotto su una famiglia nomade evidenzia come la scelta di questo stile di vita venga motivata dal desiderio di una maggiore qualità del tempo condiviso, libertà personale e benessere. Tuttavia, l’instabilità tipica di questa condizione può rivelarsi complessa, soprattutto per i figli in età scolare o adolescenziale (Emerald).
In generale, i nomadi digitali sono alla ricerca di un “ancoraggio sociale”, tentando di costruire routine significative anche nei contesti di vita transitori, per preservare un minimo di stabilità nei propri legami affettivi e sociali.
