Nuova strategia? No, gli USA sono quelli di sempre

Il National Security Strategy (NSS) statunitense non deve essere interpretato come il preludio a un cambio di paradigma nella politica internazionale americana. Nell’ultimo documento, gli Stati Uniti dichiarano di voler evitare “guerre interminabili” e di puntare su “partnership condivise”. Tuttavia, il linguaggio impiegato ribadisce con forza che “la leadership americana è essenziale per la stabilità mondiale”. Non si tratta quindi di un ritorno all’isolazionismo, bensì di una selezione strategica: meno interventi su larga scala e più azioni dirette e mirate, accompagnate da un maggiore controllo indiretto esercitato attraverso alleanze, tecnologie e strumenti di influenza. Contrariamente a quanto sostengono molti movimenti sovranisti e partiti di centro-destra, questa nuova postura statunitense non segna un ritiro, ma piuttosto un riassetto e un riallineamento del sistema di relazioni tra metropoli e periferia, adattandolo ai nuovi interessi strategici della potenza egemone. Washington mira a conservare il proprio ruolo di architetto dell’ordine mondiale, mantenendo l’influenza sulle aree considerate vitali per la sua sicurezza e rafforzando le principali alleanze strategiche – dalla NATO al QUAD, fino all’AUKUS.

Un’eventuale occupazione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti potrebbe apparire contraria agli interessi europei; tuttavia, nessun governo europeo ha reagito in modo concreto, limitandosi a poche dichiarazioni di circostanza, come già accaduto in altri contesti di tensione internazionale. È dunque più plausibile immaginare uno scenario in cui Washington consolidi la propria presenza in Groenlandia senza incontrare una reale opposizione europea, avviando l’estrazione di minerali e terre rare per sostenere la filiera tecnologica e dei semiconduttori statunitense in barba alle limitazioni ambientali previste dal Green Deal europeo. A ciò si potrebbe aggiungere il potenziamento delle infrastrutture militari nell’isola in chiave anti‑russa e il controllo strategico delle rotte commerciali artiche, sempre più rilevanti per la logistica globale . Le diverse interpretazioni politiche dello scenario di crisi derivano da “riformulazioni mimetiche” delle stesse premesse, pur mantenendo una comune visione di fondo. Area di destra (sovranisti e “populisti”) Per queste forze, un’eventuale azione militare americana in Groenlandia è percepita come un segnale positivo: una possibile “rinascita” europea in opposizione all’attuale classe dirigente. Questa lettura, tuttavia, implicherebbe una frattura interna tra i Paesi allineati agli Stati Uniti e i governi di orientamento progressista, dando vita a una Europa reazionaria, dove parte delle industrie verrebbero progressivamente trasferite o integrate negli interessi statunitensi, in funzione di un rafforzamento del confine orientale dell’impero americano. Ne deriverebbe una esasperazione delle tensioni interne.

Si delineano due scenari alternativi:

1. Scenario economico‑commerciale: La conflittualità interna tra le nazioni europee assumerebbe una dimensione prevalentemente commerciale. Le misure di tutela del mercato interno UE verrebbero ostacolate da interventi statunitensi a favore dei Paesi europei più allineati con Washington – tramite promesse di investimento, acquisizione di industrie strategiche e forme di colonizzazione economica.

2. Scenario politico‑istituzionale: Impossibilitati ad aggirare le restrizioni europee sul commercio con governi progressisti, alcuni Stati allineati potrebbero sfruttare la disillusione dell’elettorato verso l’Unione Europea, ricorrendo a referendum costituzionali per uscirne. In cambio, otterrebbero garanzie e concessioni da parte degli Stati Uniti:
– Possibili compensazioni territoriali (come nel caso ipotetico di riacquisizione dei territori storici della Polonia);
– Nuove opportunità commerciali per Stati come l’Ungheria, che potrebbe trasformarsi nel nuovo polo energetico europeo grazie ad accordi economici con la Russia, funzionali a dividere Mosca da Pechino.

Area di sinistra (progressisti): per i progressisti, l’azione americana in Groenlandia rappresenta un segnale negativo, che renderebbe necessaria una federalizzazione più profonda dell’Europa. Ciò implicherebbe la creazione di un esercito comune europeo, una maggiore centralizzazione del potere e una radicalizzazione delle politiche europee, potenzialmente in chiave anti‑russa e, qualora la Francia assumesse la guida politica, anche anti‑americana. In questa prospettiva, potrebbe aprirsi un cauto riavvicinamento dell’Europa alla Cina, con accordi commerciali limitati tra alcuni Stati membri (Germania, Francia, Italia e Spagna). Tuttavia, questa traiettoria resterebbe incerta e poco probabile, soprattutto se Pechino dovesse procedere con un’azione di forza per riaffermare la propria sovranità su Taiwan. Anche in questo scenario, la convergenza di interessi economici divergenti e di alleanze strategiche contrapposte finirebbe per aggravare le fratture interne all’Unione Europea, conducendola progressivamente verso una dinamica di implosione. In entrambi gli schieramenti si evidenzia una tendenza alla radicalizzazione, tanto delle politiche interne quanto di quelle estere – a conferma che, pur partendo da prospettive opposte, la polarizzazione porta verso lo stesso esito di instabilità sistemica.

È importante rilevare una convergenza tra l’idea di Europa federale proposta da Altiero Spinelli e quella di Europa nazione teorizzata da Jean Thiriart: entrambe rappresentano, su scala continentale, il riflesso di due differenti forme di imperialismo. La prima, di carattere progressista, fonda la propria legittimità sui principi democratici ed è sostenuta dalle élite finanziarie europee; la seconda, più autoritaria e reazionaria, trova la propria forza nella nobiltà oligarchica, inserita nei centri del potere attraverso strutture gerarchiche consolidate. In questa fase storica, è dunque essenziale prendere le distanze da qualsiasi forza o individuo che sostenga – anche solo per esasperarne le contraddizioni – tali concezioni politiche o le strategie che da esse derivano. Questi approcci, infatti, finiscono per perpetuare una condizione di vassallaggio del nostro Paese. Le contraddizioni del sistema sono ormai esplose, ed è giunto il momento di assumersi le responsabilità nazionali. Diventa fondamentale sostenere lo sviluppo dell’organizzazione BRICS e promuoverne le iniziative sul territorio nazionale, mantenendo alleanze e forme di cooperazione subordinate agli interessi del nostro Paese. In questa prospettiva, risulta necessario appoggiare la creazione della banca centrale dei BRICS e favorire la cooperazione strategica, militare, tecnologica e scientifica con le nazioni aderenti. Tale linea d’azione potrebbe accelerare l’introduzione di valute digitali nazionali, favorendo un commercio equo e rispettoso degli interessi di tutti i partner. Solo seguendo questa direzione sarà possibile affrancarsi dall’egemonia del dollaro nei mercati internazionali, riportando la sua valuta al livello delle altre valute nazionali. Le materie prime torneranno a rivestire un ruolo decisivo nell’economia mondiale. In seno ai BRICS, si è già discusso della possibilità di creare una moneta di riferimento o di compensazione comune, legata a un paniere di materie prime (oro, petrolio, gas, grano, ecc.), per garantire maggiore stabilità nel lungo periodo, in quanto tali risorse possiedono un valore intrinseco.

La posta in gioco è proprio questa: l’accelerazione storica degli ultimi mesi riflette la consapevolezza, da parte della classe politica statunitense, di trovarsi ormai costretta a un confronto diretto con le potenze concorrenti.