“Lo Stato e la guerra” di Krippendorf

Da Osservatorio globalizzazione (parte I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII)

I. La ragion di Stato

Lo Stato e la Guerra è – a giudizio del suo stesso autore – l’opera più importante di Ekkehart Krippendorff. Il volume è il prodotto di amicizie politiche di lungo periodo fra Krippendorff e vari esponenti della Sinistra non dogmatica europea e del Movimento per la Pace. Lo stesso libro ha avuto larga influenza sul movimento, almeno sulla sua compagine tedesca, come dimostrano le molte ristampe che se sono avute dal 1985 in poi. Alla base del saggio c’è l’analisi del rapporto fra la formazione degli Stati nell’era moderna (XVII secolo) e la guerra. Tale analisi porta l’autore a concludere che lo Stato moderno è essenzialmente Stato militare: l’apparato militare non è dunque uno dei caratteri dello Stato, ma ne è l’essenza stessa. Da ciò consegue che chi critica la guerra come “mezzo della politica” e si propone, nei limiti del possibile, di superarla deve (…) prendere di mira lo Stato. Krippendorff chiarisce come non fosse questa la propria ipotesi iniziale, ma che a tale conclusione è stato naturalmente condotto dell’analisi condotta.

La Scienza può e deve seguire le leggi della propria ricerca, e le conclusioni sono una conseguenza delle domande che essa si pone: è proprio questo che la rende interessante e coinvolgente.

La patologia della ragion di Stato

Il libro parte dalla costatazione che nessun grande evento ha colpito i contemporanei ed i posteri stessi come la Grande Guerra del 1914-18. Tale avvenimento ha costituito una sorta di soluzione di continuità rispetto all’epoca precedente. Fu la prima guerra mondiale ad aprire la strada ad ogni successiva forma di barbarie e di brutalità; si può dire che essa abbia condotto ad un senso di rassegnazione nei confronti di tutto ciò che da quel momento in poi di mostruoso si sarebbe generato (nazismo, Hiroshima …); niente da allora in poi sarebbe stato ritenuto impossibile. Sigmund Freud disse che due cose lo avevano personalmente colpito della guerra del 1914-’18: lo scarso senso etico dello Stato, anche di quegli Stati che si atteggiavano al proprio interno a paladini della morale, e la brutalità del comportamento dei singoli, cui nessuno in tempo di pace avrebbe potuto attribuire la capacità di compiere atti del genere. Secondo, E a sorprendere Freud non poteva certo essere la scoperta di forze distruttive all’interno dell’uomo, da sempre teorizzate dallo studioso viennese, quanto la prassi politica dello Stato. Sino ad allora lo Stato era considerato il guardiano della morale e si riteneva operasse con criteri razionali.

Durante la guerra invece – come constatò lo stesso  padre della psicanalisi

Lo Stato combattente si concede ogni illecito, ogni violenza: quegli illeciti e quelle violenze che disonorerebbero il privato. Contro il nemico, si serve non solo di ogni astuzia consentita, ma anche delle menzogne consapevoli e dell’inganno internazionale, in misura maggiore di quanto si era usi fare nelle guerre precedenti.

Uno degli effetti, forse il maggiore dal punto di vista internazionale, della guerra fu la nascita di nuovi Stati nazionali, il parziale avverarsi delle speranze di molti di “auto-determinazione nazionale”, del “diritto di autodeterminazione dei popoli”, del diritto di popoli finora oppressi o retti da altri di avere un proprio Stato. Questo processo riguardò inizialmente solo l’Europa, per poi imporsi, proprio nel corso della guerra, come principio universale.

Proprio la prima guerra mondiale offre allo storico tedesco Friedrich Meinecke l’occasione di elaborare alcuni concetti circa la “norma d’azione” dello Stato e dunque anche sull’uomo di Stato, un uomo in carne d’ossa nel quale pure vive e deve vivere un istinto del tutto personale di dominio. Si tratta di una caratteristica importante (un mix di energia, ambizione e fortissima volontà) senza la quale lo Stato non acquisirebbe mai quella potenza che gli è necessaria. Colui che vuole essere un uomo di Stato deve perciò conformare la propria umanità a tale istinto, sacrificare le proprie propensioni personali alla ragion di Stato, la quale è portatrice di una morale diversa e superiore rispetto a quella comune e non di rado persino in conflitto con quest’ultima:

L’uomo di Stato, asceso alle vette spirituali della ragion di Stato può, nell’interesse superiore dello Stato, “ledere il diritto e la morale” e tuttavia sentirsi “moralmente giustificato di fronte al tribunale della propria coscienza.

Meinecke incorre però in una contraddizione: se lo Stato è un ente superiore, il quale dovrebbe eccellere su tutte le altre forme di collettività umana, per purezza della sua essenza, perché fa la guerra (la quale è sempre e comunque un’irruzione dello stato di natura nella civiltà, quali ne siano le forme giuridiche con cui la si voglia rivestire)? Di fronte a questo dilemma insolubile (l’impossibilità di eticizzare il gruppo umano che dovrebbe eccellere per purezza), lo storico tedesco ricorre ad una categoria religiosa, quella di peccato. La guerra costituisce un peccato, in cui lo Stato non può non incorrere, data la sua natura di organismo di potere. La guerra però deve essere giudicata sulla base degli scopi che lo Stato attraverso questa persegue e pertanto è un peccato assolvibile.

Bismarck, l’incarnazione dello statista

Un’incarnazione tipica dell’uomo di Stato sarebbe, secondo Meinecke (ma giudizi analoghi si possono rintracciare anche in Max Weber e persino in storici tutt’altro che acritici, come Gordon Craig e A.J.P. Taylor) Otto Von Bismarck. Uno degli aspetti che Krippendorff mette in rilievo del vecchio cancelliere prussiano è la sua religiosità, caratteristica che viene citata da più di un biografo: si tratterebbe però – secondo l’autore di Lo Stato e la guerra –  di una religiosità del tutto fondata su questo mondo e “sull’etica della responsabilità”, che aveva un luogo molto concreto nel quale oggettivarsi: lo Stato. Lo Stato è l’istituzione che Dio ha posto a tutela dell’ordine degli uomini, quindi servire lo Stato è un modo (ed è il modo scelto da Bismarck) di servire Dio. Anche sotto un altro punto l’esempio di Bismarck è illuminante: il forte senso religioso di costui lo porta ad un sincero e non ipocrita rispetto verso la vita umana. Più volte nei discorsi parlamentari o nella corrispondenza privata dello statista tedesco, traspare la sua preoccupazione e la sua amarezza per le vite umane stroncate o mutilate dalla guerra.

Deriva da qui il rifiuto verso la guerra preventiva o comunque non strettamente necessaria: Bismarck si mostra nella silloge curata da Hans Rothfels(Bismarck und der Staat) come un uomo consapevole della propria responsabilità di uomo di Stato, cosciente che da una sua decisione errata o presa per leggerezza o anche per vanagloria della nazione possa dipendere il destino di molti uomini; il mestiere dello statista si presenta dunque, ai suoi occhi, semplice e complesso allo stesso tempo; semplice perché privo di reali rischi materiali per sé

è facile per un uomo di Stato (…) suonare le trombe della guerra e riscaldarsi al fuoco del suo camino o tenere infuocati discorsi dalle tribune, affidando al moschettiere che sanguina sulla neve di decidere se la sua politica ottenga o no la vittoria,

complesso perché dalle sue decisioni può dipendere la vita o l’integrità fisica dei sudditi del reich:

Ho visto sui campi di battaglia e, cosa ancora peggiore, nei lazzaretti, il fiore della nostra gioventù strappato via da ferite e malattie; e immagino di vedere, affacciandomi da questa finestra, un invalido che passa sulla Whilelmstrasse, e che lancia un’occhiata verso l’alto e probabilmente pensa: se non fosse per quell’uomo lassù, cui è venuto in mente di far questa brutta guerra, io adesso starei benissimo.


(dalla raccolta di testi curata da Hans Rothfels, Bismarck und der Staat).

La guerra immotivata si presenta al suo spirito religioso e alla sua coscienza come un peccato irredimibile:

Guai all’uomo di Stato che in quest’epoca non consideri se la guerra che vuole condurre abbia o meno un motivo che possa ancora ritenersi valida quando questa sia concluso.

Pur nella viva e sofferta consapevolezza delle proprie responsabilità, Bismarck non mette, tuttavia, mai in discussione completamente lo strumento della guerra: se la guerra preventiva, immotivata o insufficientemente motivata si presenta alla sua coscienza di credente come un peccato, la guerra realmente funzionale ai bisogni dello Stato è una dolorosa necessità. Nel 1863, rivendica la guerra come parte del proprio programma e successivamente affermerà:

Durante il mio governo ho raccomandato tre guerre: alla Danimarca, alla Boemia, e alla Francia, ma ogni volta mi sono preventivamente chiesto con  attenzione se la guerra che si stava per combattere, qualora fosse stata vittoriosa, avrebbe portato ad un beneficio tale da valere le vittime che ogni guerra richiede e che oggi sono molto più numerose che nel passato.

Non un rifiuto tout court della guerra quindi, ma un attento esame se l’inevitabile sacrifico umano, ch’essa sempre comporta, sia compensato o meno in misura adeguata da vantaggi per lo Stato. Sono i fini che rendono il massacro legittimo. Krippendorff fa a questo punto notare come nessuno statista si chieda chi sia legittimato a fissare i fini e gli obiettivi dell’azione statale ed in quale misura essi autorizzino un sacrificio in termini di vite umane. L’autore si sofferma sul delirio di onnipotenza o comunque sull’eccessiva astrazione del modo di pensare degli statisti, il quale si muove su direttrici diverse rispetto al comune modo di pensare, trovandone la ragione nel concetto di ragion di Stato: una ragione cioè comunemente ritenuta superiore rispetto a quella ordinaria, ed a cui è estraneo il senso della pietà. Krippendorff sostiene che l’introduzione del concetto di ragion di Stato produca una sorta di astrazione dalla realtà.

II: Antropologia della guerra

Karl Kautsky fu uno dei primi che affermò come fosse legittimo chiedersi se esercito e guerra facciano parte sin dalle origini, storicamente e strutturalmente, della civiltà e della società e siano quindi una costante storica ineliminabile o se invece si debba parlare di guerra solo in connessione con lo Stato. Il dirigente socialdemocratico tedesco sembra propendere verso questa seconda ipotesi: per lui, la violenza armata fra persone in quanto tale non va messa sullo stesso piano dell’istituzione dell’esercito e della guerra organizzata. Solo allo Stato si deve la trasformazione della violenza in un’istituzione vera e propria, la guerra. Riprendendo il suggerimento di Kautsky, Krippendorff asserisce ci si dovrebbe dunque chiedere se le guerre ci siano sempre state. Non si tratta di un interrogativo di semplice soluzione: sin dalla preistoria è documentato l’uso di armi, prevalentemente come strumento di caccia, ma anche di offesa verso altri uomini. Possono tuttavia i conflitti fra villaggi o individui di epoca prestatale essere definiti guerre nel senso proprio del termine? Di ciò sembra, ad esempio, dubitare lo storico Gordon Childe. Kippendorff pensa che sia necessario a questo punto individuare le cause dei conflitti in epoca prestatale, affiancando ai motivi legati alle variazioni ecologiche (quelle cioè nel rapporto globale tra uomo e natura) altri legati alla religione. Molti storici mettono peraltro in risalto il carattere ritualizzato dei conflitti fra primitivi. Uno degli aspetti fondamentali di questa forma ritualizzata di guerra è l’assoluta mancanza di specializzazione, l’inesistenza di una casta di guerrieri, che si distingua dal resto della popolazione: si pensi ai nativi delle Isole di Salomone, descritti dall’etnologo americano W.H. Rivers:

Quando feci una ricerca per comprendere le modalità di conduzione della guerra della popolazione delle Isole Salomone occidentali, non mi riuscì di trovare indizi dell’esistenza di capi militari. Quando un’imbarcazione raggiungeva il luogo in cui doveva essere effettuata la caccia alle teste, il gruppo non aveva un capo determinato. Il primo che scendeva dall’imbarcazione o che prendeva il comando dell’operazione, veniva seguito dagli altri senza apparentemente nessuna discussione. Anche nei momenti in cui queste persone si riunivano per discutere non c’erano decisioni o altri mezzi che servissero a sancire il raggiungimento di un’opinione condivisa da tutti.

Ciò si riconnetterebbe al carattere non burocratico della società stessa ed al fatto che la suddivisione e la specializzazione dei ruoli nell’ambito della produzione o della riproduzione, come anche nella struttura politica, non si è compiuta oppure è stata consapevolmente impedita. Tale società, ma anche altre analoghe, funzionano su base personale. S. Diamond che ha studiato i nativi americani sottolinea la differenza radicale fra la guerra delle società primitive e quelle delle moderne società degli Stati:

Il punto fondamentale è che le guerre e i rituali della società primitiva si differenziano sia quantitativamente che qualitativamente dalle guerre meccaniche della società civilizzataLa differenza non è solo nell’elemento della tecnica, che accresce in maniera esponenziale le conseguenze dell’istinto assassino costantemente presente nell’uomo; nelle società primitive lo spegnersi di una vita era un evento particolare, mentre nella fase storica che stiamo vivendo nella nostra società civilizzata, essa è divenuta un’astratta costrizione ideologica.

Per l’etnologo francese, Pierre Clastres, la guerra è lo strumento con cui le società primitive cercano di preservare la propria identità; si tratta di società fortemente omogenee al proprio interno, fortemente conservatrici ed ostili ai mutamenti sociali o di altro tipo. I conflitti non hanno dunque quale scopo l’espansione territoriale, ma il mantenimento di tale unità interna. Proprio l’omogeneità e l’unità fa sì che tali società siano visceralmente ostili all’idea di Stato, il quale, introducendo una divisione fra chi governa e chi è governato, romperebbe tale unità, riducendo ciò che anteriormente era una totalità indivisa in un corpo spezzettato, un essere sociale eterogeneo. La suddivisione sociale, la nascita dello Stato significano il tramonto della società primitiva. La formazione dello Stato non è avvenuta per una ragione interna a queste società, vale a dire in base ad una propria logica o dinamica: solo quando arrivarono gli Europei in Oceania o nelle Americhe si formarono, con il sostegno armato dei nuovi venuti, soggettività politiche di tipo centralizzato, assimilabili allo Stato modernoL’antropologo americano Marvin Harris pone la distinzione tra Stati primari o pre-Stati e Stati secondari o Stati formati politicamente. Se non è possibile determinare in modo rigoroso come si sia giunti alla formazione dei primi è tuttavia fuor di dubbio che ciò sia successo in aree di relativa fertilità della terra (Mesopotamia, Perù …), ove era possibile una coltivazione intensiva costante, senza esaurire la capacità riproduttiva del terreno. In tali zone sarebbe emersa lentamente ed inavvertitamente una sfera politica indipendente, poi monopolizzata da un gruppo o da una classe sociale. Tali nuove istituzioni avrebbero promosso una produttività più alta. Le tesi di Harris confermerebbero l’ipotesi di Krippendorff, secondo cui all’origine dello Stato vi sarebbe la divisione sociale del lavoro.

Speranze statalizzate

L’esito della Prima Guerra mondiale venne, come è noto, deciso dall’ingresso degli USA a fianco degli alleati. L’intervento americano mise fine ad una carneficina ed abbreviò i massacri causati dall’alternarsi di offensive e controffensive, che portavano a guadagnare solo pochi chilometri di terreno. Krippendroff si chiede però cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti, il cui intervento bellico non era necessario, non fossero entrati in guerra (la teoria della non necessarietà dell’intervento USA è mutuata da M. Small, Was War Necessary?, Beverly Hills 1980). Krippendroff, pur nel rispetto dei dati storici concreti, ipotizza che in Germania il prolungamento dello sforzo bellico avrebbe potuto portare ad una dissoluzione del potere statale come quella avvenuta in Russia, nel febbraio del 1917.

L’ingresso in guerra degli Americani, facendo sì che vi fossero vincitori e vinti, aveva obiettivamente impedito questo processo chiarificatorio, vale a dire l’autopurificazione e l’autoliberazione rivoluzionaria.” La volontà di democratizzare l’Europa rientrava fra le intenzioni di Wilson, il quale annunciando la guerra al Congresso chiarì la sua mancanza di sentimenti ostili verso la popolazione tedesca, a suo dire, ostaggio di un gruppo di potere autocratico. Che i popoli – se interpellati – si dimostrerebbero contrari alla guerra è una speranza “classica”: Kant lega la diffusione della forma repubblicana alla sua utopia di una pace perpetua e, sebbene non lo dica mai esplicitamente, indica gli Stati nazionali quali cause delle guerre, auspicandone la dissoluzione in una grande federazione sovranazionale sancita dal diritto. Con il linguaggio della poesia, concetti simili erano stati espressi anche dal poeta Jean Paul.

III. La nascita di USA e URSS

La rivoluzione statalizzata – Gli Usa

Nel saggio “Armies and Men”, lo storico militare Walter Millis scrive che gli USA sono nati attraverso un atto di violenza. Si trattò, tuttavia, di una violenza di tipo particolare in quanto univa liberazione nazionale, autogoverno e filosofia illuminista. La propaganda in favore della recisione del vincolo coloniale dalla madre patria e le spedizioni punitive inglesi, di cui fece le spese la popolazione civile inglese, mobilitarono in favore dell’indipendenza ampi strati della popolazione. La guerriglia si rivelò tuttavia scarsamente efficace contro l’esercito inglese: solo in occasione della battaglia di Saratoga (1777) portò ad un successo militare. La creazione di un esercito professionale venne pertanto avvertita come necessaria dagli indipendentisti, che si giovarono a tal fine dell’aiuto degli stranieri (nel 1778, il generale prussiano Von Steuben offrì la propria collaborazione a George Washington). L’esercito aveva però, agli occhi del gruppo dirigente di Filadelfia, anche un significato politico. Alexander Hamilton nei suoi Federalist Papers, considerava la nascita di un esercito nazionale quale garanzia di libertà. Durante gli anni della lotta rivoluzionaria anti-inglese, sorsero in America delle comunità agrarie e borghesi, caratterizzate da un’inedita democrazia consiliare.

Tale esperimento politico – della cui novità erano consapevoli sia gli Americani che gli osservatori Europei – finì tuttavia per perire di fronte alla volontà dell’élite di governi di creare una federazione forte e strutturata, che permettesse agli USA di inserirsi nel giuoco delle potenze europeeAlla strutturazione di uno Stato sul modello europeo contribuì anche la decisione di avere un esercito permanente, scelta in parte motivata come già detto da necessità militari reali ed in parte da ragioni politiche in favore di una maggiore sicurezza e di una rafforzata tutela delle libertà appena raggiunte: la ribellione di Shay del dicembre 1786 sembrò infatti confermare i timori di Madison nei confronti dell’anarchia e delle idee irresponsabili del volgo (cancellazione dei debiti, uguaglianza sociale …).

Soprattutto la nascita della marina americana proiettò il paese nel gioco della “politica planetaria” e dal 1801 in poi non ci fu anno, in cui essa non intervenne in qualche parte del globo (e sempre più spesso in più parti contemporaneamente) a tutela dei cittadini americani e del loro “onore”. Per Krippendorff questa china segna la statalizzazione della rivoluzione e la rinuncia a perseguire un modello politico alternativo rispetto a quello europeo. Un cenno merita poi il giudizio revisionistico di Krippendorff, secondo cui la guerra civile americana più che un conflitto, causato dalla volontà di liberare gli schiavi del Sud, fu una guerra per il mantenimento dell’Unione come Stato unitario, come lo stesso Lincoln dichiarò nel 1862:

Il mio scopo principale, in questa lotta, è di salvare l’Unione e non di mantenere o abolire la schiavitù. Se io potessi salvare l’Unione senza liberare un solo schiavo, lo farei; se io potessi salvarla con la liberazione di tutti gli schiavi lo farei. E se io potessi farlo liberandone alcuni ed altri no, lo farei lo stesso. E se io potessi farlo liberandone alcuni ed altri no, lo farei lo stesso. Quello che io faccio con la schiavitù e la razza dei neri, lo faccio perché credo che aiuti a mantenere l’Unione e quello che faccio, non lo faccio perché credo che non aiuterebbe a mantenere l’Unione.

La rivoluzione statalizzata – L’URSS

Anche l’Unione Sovietica nacque attraverso la violenza rivoluzionaria, sebbene in modo incomparabilmente più drammatico e con conseguenze più profonde degli USA. È incontestabile che la Rivoluzione d’Ottobre sia nata dal rifiuto, senza riserve, dalla guerra. Essa fu la prima realizzazione della speranza socialista di uccidere lo Stato, il quale sobilla i popoli gli uni contro gli altri. Tale idea è peraltro espressa in Stato e Rivoluzione di Lenin.

La distruzione dello Stato sarebbe avvenuta, attraverso la liquidazione del suo asse centrale: l’esercito. Occorre ricordare che la disintegrazione della macchina statale di guerra che culminò nella rivoluzione di Febbraio, inizialmente era partita dall’esercito, un esercito che con nove milioni di soldati ed ufficiali era rappresentativo della popolazione (maschile) russa.

Il decreto n°1 dei soviet di San Pietroburgo del 1° marzo 1917 sanzionò una serie di misure per la democratizzazione dell’esercito (diritto dei soldati di eleggere gli ufficiali, controllo delle armi da parte degli stessi soldati, riforma della disciplina militare …). Come avverte Krippendorff, non si trattava ancora della fine dell’esercito, ma comunque di un passo in questa direzione.

Dopo la rivoluzione d’ottobre e la presa del potere da parte dei bolscevichi, il processo di disintegrazione dell’esercito zarista divenne irrefrenabile. La presenza di armate bianche controrivoluzionarie sul territorio russo, quasi subito finanziate dall’estero, non lasciava tuttavia dubbi sul fatto che il nuovo ordine politico avrebbe dovuto lottare per sopravvivere. La mobilitazione popolare e l’impiego delle guardie rosse si rivelò tuttavia un fiasco e, al VII Congresso del PCUS (marzo 1918), Lenin sottolineò l’assoluta urgenza di “imparare a fare la guerra sul serio”. L’organizzazione di un esercito di tipo professionale produsse la costituzione dell’Armata Rossa, i cui criteri di funzionamento (anche per impulso dei suoi capi, Lev Trockij prima eMichaeil Tuchačevskij poi) non erano dissimili da quelli di un esercito tradizionale. Il successo del nuovo esercito fu immediato e, nel 1920, esso arrivò a pochi chilometri da Varsavia. Tuchačevskij ripristinò gerarchie e disciplina all’interno della macchina militare sovietica. Nel contempo anche lo Stato venne riedificato secondo le stesse direttrici: i bolscevichi consideravano, per ragioni ideologiche, lo Stato come qualcosa di neutro, un apparato di dominio nelle mani della classe sociale dominante; una volta appropriatosi di esso lo assoggettarono al partito (espressione politica del proletariato), il quale sul modello delle socialdemocrazie europee, aveva struttura gerarchica. Ciò diede alla nuova soggettività politica un carattere centralistico, anche contro le aspettative federative e democratiche della nuova classe dirigente.

La liberazione militar-statalizzata – Il Terzo Mondo

Il processo di decolonizzazione tanto in Africa quanto in Asia non ha prodotto formazioni sociali innovative ed alternative rispetto allo Stato; al contrario la mancanza di coraggio nello sciogliere gli eserciti di liberazione nazionale vittoriosi (i quali anzi rimasero come garanti del nuovo ordine), la circostanza per la quale spesso i processi di decolonizzazione siano stati gestiti proprio dagli ex signori coloniali, i quali imposero agli ex domini il mantenimento degli apparati militari come conditio sine qua non per la concessione della sovranità e l’influenza ideologica dell’URSS sui movimento di liberazione popolare furono i fattori principali che portarono alla nascita di Stati modellati su quelli europei. Il risultato di questo processo è stato il prodursi di circa 148 guerre sino al 1982, nell’area ancora oggi impropriamente definita Terzo Mondo. Si è trattato di guerre etniche o di secessione, inevitabili per la modifica di confini etnici giustamente considerati discutibili. Le guerre sono state alimentate anche dall’altissimo livello delle spese militari che i nuovi Stati sostengono a dispetto di bilanci pubblici “spesso in seria difficoltà”. La rapida crescita degli investimenti bellici è anzi andata di pari passo con il crollo dei sistemi monetari e l’inflazione galoppante che, soprattutto a partire dal 1973, ha afflitto i Paesi post-coloniali. Nel 1977, il Segretario Generale delle Nazioni Unite fece notare poi, con linguaggio prudente, come in tali Stati gli apparati militari avessero legami privilegiati con le industrie chiave, sia come clienti che come tramiti con il governo, oltre a dimensione rilevanti in rapporto all’organizzazione centrale.

Sulla guerriglia

Diversa dalla guerra ed in un certo senso antitetica ad essa è la guerriglia. Se infatti esiste un nesso storico e sociologico fra guerra e Stato, in quanto la prima sarebbe figlia di quella divisione dei ruoli e quella specializzazione del lavoro, implementata dal secondo, la guerra per bande al contrario, pur necessitando di una certa qual disciplina, nascerebbe come strumento di rovesciamento dei rapporti di dominio. Il guerrigliero a differenza del militare, pur nella necessità del coordinamento interno al proprio gruppo con i compagni, non è vincolato da consegne, compiti o istruzioni. Egli lotta per sé, contro un nemico che non gli è stato prescritto, per decisione politica dei propri capi politici. Da qui la conclusione di Krippendorf, secondo cui la guerriglia è guerra di popolo o guerra di liberazione dei popoli, essenzialmente una contro guerra. In secondo luogo, il nemico del guerrigliero non è un apparato militare diverso da quello cui egli appartiene (come invece avviene per il soldato) ma il potere fondato sulla violenza sul proprio popolo e nel proprio Paese. La guerriglia non si basa sulla repressione, ma al contrario sulla necessaria solidarietà del popolo, per la cui liberazione si combatte e che anzi si cerca di attivare politicamente. L’autore, a tale proposito, cita Mao Tse Tung quando questi sottolinea come l’essenza della guerra partigiana sia proprio la collaborazione politica della popolazione, in favore della quale il guerrigliero combatte. Le potenze coloniali anche quando si sono dovute arrendere a movimenti di liberazione nazionale, che usavano la guerra per bande, sono però sempre storicamente riuscite a trasformare i propri antagonisti, inducendoli a burocratizzarsi ed a tradire le premesse da cui erano partiti.

La lunghezza dei conflitti, l’escalation militare, che costringe i guerriglieri ad adottare armi più moderne, rivolgendosi spesso a potenze geopolitiche antagoniste rispetto a quelle contro cui combattono, ha costretto quasi sempre i movimenti di liberazione nazionale ad adottare una maggiore disciplina organizzativa, ad escludere spesso le migliori forze politiche in favore di quadri militari qualificati, che sono facili a riprodursi e a porre le premesse della normalizzazione dopo la liberazione: i regimi politici vietnamita, cubano e nicaraguense sono esempi paradigmatici della degenerazione dei movimenti di lotta popolare in forme statali tradizionali e repressive. Questo fenomeno viene chiamato da Kripprendorf “sconfitta nella vittoria”: il movimento guerrigliero popolare vince militarmente sullo Stato imperialista, ma ne è sconfitto politicamente, in quanto costretto ad assimilarne le logiche repressive e violente.

IV. La Grande guerra

Uno dei motivi di maggior interesse degli studiosi verso la Prima Guerra Mondiale, soprattutto nel secondo dopoguerra, risiede nel fatto che la guerra del 1914-1918 sia stata il frutto del fallimento di politiche di deterrenza fra le grandi potenze, politiche che anche in seguito verranno adottate durante la Guerra Fredda, in un contesto reso ancora più delicato dal possesso da parte dei principali attori internazionali (USA e URSS) di arsenali atomici.

Capire perché tali politiche fossero fallite, nel 1914, ed i motivi per cui i principali attori statali siano scivolati quasi inconsapevolmente dentro il Primo Conflitto totale divenne pertanto un interrogativo, carico di significati attuali, per i ricercatori. Alla vigilia della Grande Guerra, l’accumulazione di materiale bellico era da osservatori qualificati come Norman Angell – considerato il miglior modo per scongiurare un conflitto o comunque renderlo altamente improbabile. Nel 1899, il pubblicista russo, Ivan S. Bloch, scrisse un libro in sei volumi, in cui affermava che “in una guerra mondiale, a causa degli sviluppi tecnologici e delle connessioni reciproche, intercorrenti fra le nazioni industriali, il vincitore avrebbe sofferto altrettanti danni quanto il vinto, ed il risultato finale sarebbe stato il crollo di tutti gli ordini sociali.” L’opera era stata tradotta in varie lingue ed aveva avuto una larga diffusione anche all’interno delle classi dirigenti internazionali (sembra l’avesse letta anche lo zar, il quale aveva poi avuto dei colloqui privati con l’autore). Questa illusione rese le potenze di allora quasi cieche di fronte al fatto che l’accumulazione di materiale esplosivo, di eserciti e di flotte potevano minacciare la sicurezza proprio delle Nazioni, che le accumulavano. In questo contesto, l’analisi internazionale più valida fu quella formulata da Lenin.

Krippendorff tuttavia, se accetta l’idea che la guerra fosse anche “la continuazione degli interessi economici della concorrenza con mezzi bellici (in quanto non discutibile sarebbe l’ampia simbiosi tra calcolo economico e politica di potenza in atto, alla fine del XIX secolo), rende le proprie conclusioni più radicali: la guerra non sarebbe stata solo il frutto dello stadio imperialistico, cui era arrivato il capitalismo dell’epoca, ma più in generale della politica statale.

Che la deterrenza, basata sul riarmo accresca piuttosto che diminuire i rischi di un conflitto armato è – secondo Krippendorf – sufficientemente dimostrato dal caso della crisi di Cuba del 1962.

V. Max Weber e la figura del combattente

Krippendorff prende in considerazione il pensiero politico di Max Weber: il padre delle moderne scienze sociali, spesso si occupò di politica internazionale, interesse non sorprendente da parte di un rappresentante della borghesia tedesca. Ciò che sorprende è piuttosto l’uso che lo studioso fa di concetti quali “i doveri di un popolo, imposti dal destino” e l’utilizzo insistito di espressioni come “onore nazionale”. Concetti e parole che sembrano contraddire la pretesa scientificità del pensiero weberiano, reintroducendo nell’analisi, in maniera neanche poi tanto sotterranea, “quei giudizi di valore di cui Weber riteneva di essersi sbarazzato in campo metodologico”. Il rovesciamento della razionalità politica weberiana, nell’ambito dell’analisi della politica mondiale, fu severamente sottolineato dal suo allievo Georgy Lukácks, il quale scriveva:

questa scientificità apparente, questa rigida assenza di valori della sociologia è dunque, in realtà, il livello più alto finora raggiunto dall’irrazionalismo. Per la coerenza logica del pensiero di Weber, queste conseguenze irrazionali emergono più chiaramente.

Weber fu spesso un fustigatore implacabile della condotta della classi dirigenti al potere, nella sua epoca (quella inglese è “un gregge di pecore”, i partiti americani sono “privi di idee, pure organizzazioni a caccia di posti di potere”, quella tedesca “un’orda di pazzi”), deplorò la vanità dei politici parvenu, i quali si compiacevano vanitosamente dell’esercizio del potere, ma non ha mai tradotto la presunta stupidità dei potenti, ch’egli pur bene descriveva in concetto politico, perché avrebbe in tal modo dovuto mettere in discussione quel tabù intellettuale, costituito per lui dalla ragionevolezza del potere statale.

Come tutto cominciò in Europa

Lo storico Mc Neill ha scritto sull’importanza delle epidemie e delle caste militari nella storia sociale europea. Egli considera epidemie e militari come “scrocconi sociali”: elementi patogeni e soldati sarebbero entrambi parassiti (micro parassiti i primi, macroparassiti i secondi). I soldati, specializzandosi nell’uso della forza, sono in grado di vivere senza produrre il cibo o i beni, che essi consumano. La modalità specifica con cui si sviluppa l’apparato militare e le armi che usa sono tanto il prodotto dello sviluppo tecnologico della società quanto delle strutture e dei rapporti sociali di classe: i tipi di armi non sono quindi neutrali dal punto di vista sociale, non sono il prodotto di una tecnologia socialmente imparziale, bensì riflettono i rapporti organizzativi di classe e quelli politici. Una dimostrazione di questo fatto viene rintracciata da Krippendorff nella prevalenza che in età romana tardo imperiale viene attribuita alla cavalleria piuttosto che alla fanteria.

Nella tarda fase dell’Impero romano (di Occidente), la fanteria venne progressivamente sostituita dalla cavalleria armata e i compiti di difesa e di sicurezza – sia all’interno che verso l’esterno – vennero trasferiti a questa. Tuttavia non si trattò di una scelta “tecnica” a favore di un diverso e migliore sistema di armamenti, bensì dell’espressione della strisciante disintegrazione dello Stato e dell’erosione economica. L’esercito parassitario che, in quanto detentore monopolistico dell’uso della forza, andava alzando il sempre di più il proprio prezzo – non da ultimo il prezzo per il sostegno ai candidati al titolo imperiale – alla fine diventò troppo caro, il denaro in metallo scarseggiava ed iniziò un processo di disfacimento dell’esercito stabile. I soldati romani cominciarono ad approvvigionarsi da soli (…), il che condusse ad un indebolimento della disciplina e della predisposizione al combattimento della fanteria. Il lento dissolvimento della fanteria e la sua sostituzione con i cavalieri armati fu un fare di necessità virtù, poiché i cavalieri venivano reclutati dalle classi socialmente ed economicamente meglio collocate ed erano loro stessi in grado di fornire armi e dotazioni costose (…).

La nascita del sistema feudale fra 700 ed anno 1000 e di soggettività politiche, certo molto diverse dallo Stato in senso moderno, fu implementato dalle caste militari, le quali avevano bisogno, dopo il disfacimento dell’Impero romano, di reinserirsi in un contesto istituzionale che ne giustificasse l’esistenza.

Se la ricerca dello Stato fu un processo lungo, faticoso e solo imperfettamente completato, in età medioevale, ciò che riuscì ai guerrieri fu di costituirsi come classe dei cavalieri, la quale impose con successo il monopolio dell’uso fisico della forza in quanto diritto della propria classe (mentre solo più tardi sarà possibile concentrarlo nello Stato centrale). La sottomissione dei contadini resi sudditi, servi della gleba o semiliberi era una conseguenza del fatto che essi venivano spogliati delle armi ed esentati dal servizio di guerra, riservato ai signori (classe dei cavalieri). La fanteria composta da contadini, servi della gleba e schiavi, poteva combattere solo in casi eccezionali e solo al seguito, come truppa di sostegno con armamenti leggeriNel XVI secolo, una volta edificato l’edificio statale, l’esercito fu privato dei propri mezzi di produzione (le armi); è a questo punto che si compie la trasformazione dei militari da cavalieri feudali a ufficiali retribuiti. Ciò è forse anche un effetto dello sviluppo dell’economia capitalistica, il cui carattere essenziale è la separazione – imposta con le forme più diverse tra produttori e mezzi di produzione.

VI. “La guerre, c’est moi!” Lo Stato moderno e il concetto di guerra

Nel 1648, la pace di Vestfalia conclude la guerra dei Trent’anni e segna la nascita dell’attuale sistema internazionale, consacrando lo Stato moderno come unico attore della politica, dotato di rappresentatività verso l’esterno e del monopolio della violenza legittima all’interno.

Tale risultato politico fu conseguito a seguito di uno sterminio di ampie proporzioni (vi furono zone come l’Assia o la Pomerania, in cui la perdita di popolazione si aggirò intorno al 60/70%). L’olocausto di una parte considerevole della popolazione fu il prezzo attraverso cui lo Stato riuscì ad affermarsi pienamente. Le classi dominanti raggiunsero la consapevolezza che l’unico strumento realmente efficace di legittimazione ideologica fosse il possesso di un esercito permanente, la qual cosa richiedeva però entrate stabili e durevoli, un’economia dalla quale si potessero ricavare tasse, vale a dire funzionante, ed infine una popolazione non troppo limitata. L’impulso delle classi di governo al ripopolamento non fu originato da ragioni umanitarie, quanto dalla necessità di costruire una base economica che finanziasse tale apparato militare. Anche l’organizzazione amministrativa e l’ideazione di un sistema di leggi (in sintesi l’elaborazione di una forma politica) furono in fondo funzionali alla costituzione di un esercito non mercenario. Anche non volendo comunque sposare la tesi (per alcuni estrema) circa la priorità temporale della nascita dell’esercito rispetto allo Stato, non si può non concordare sulla complementarietà della loro genesi, che si svolse in modo dialettico.

Dal punto di vista sociologico, lo Stato moderno è un prodotto dell’aristocrazia europea, anche se questa dovette allearsi con l’emergente borghesia cittadina. Si trattò tuttavia, almeno all’inizio di un patto fra partner di diverso peso politico. La nobiltà, avendo nel corso del tempo assimilato, per educazione e prassi di vita, un solido istinto del potere, dimostrò una notevole capacità di adattamento alle nuove situazioni. Dovette apprendere i nuovi compiti del funzionario colto  e dell’ufficiale disciplinato, lasciando perdere le antiche abitudini vassallatiche e l’esercizio della violenza privata. L’aristocrazia portò comunque in dote al nuovo sistema assolutistico la propria capacità di organizzare e servirsi della guerra. La guerra – secondo lo storico dell’assolutismo, Perry Anderson – rimase centrale nel nuovo sistema internazionale. L’assolutismo è – secondo Anderson – la prima forma che assume lo Stato moderno: esso non significò, tuttavia, la fine del dominio di classe nobiliare. Il governo aristocratico venne riconfermato anche nel nuovo ordinamento, riprendendone i valori di “fedeltà al principe”, “disponibilità al sacrificio” e “distinzione naturale fra chi comanda e chi è comandato”, valori che trovavano ora una nuova concretizzazione nell’apparato militare.

Sotto il profilo dell’analisi storico-politica del sistema internazionale, la ratifica dell’ordine statale, avvenuta nel 1648 comporta anche la legittimazione della guerra come metodo della politica degli Stati. Il trattato di pace non intendeva affatto creare una pace durevole o addirittura perpetua, bensì semmai un meccanismo di conclusione delle guerre future, una volta che esse avessero raggiunto lo scopo che i suoi promotori si erano prefissati o quando le parti ritenessero poco sensato continuarle. Il 1648 fu anche l’anno di nascita delle conferenze internazionali, intese come strumento per la conclusione delle guerre. La dottrina politica che giustificava la guerra come strumento naturale era quella dell’equilibrio: occorreva vi fosse equilibrio fra gli Stati o le coalizioni, per poter garantire l’esistenza di tutti. La teoria dell’equilibrio non era soltanto uno strumento di giustificazione della guerra: “le coalizioni aventi lo scopo di mantenere l’equilibrio fra gli Stati avevano anche la funzione della deterrenza, la quale, per essere credibile, doveva costantemente essere dimostrata in guerra, per ripristinare l’equilibrio, potenzialmente sempre messo in pericolo dalla logico e dalla dinamica del fattore insicurezza.” Secondo Krippendorff dunque lo Stato e la sua burocrazia non nascono per il mantenimento della pace. La politica sociale, quella economica o quella demografica, la creazione di amministrazioni moderne, burocratiche, l’unificazione e la crescita territoriale, tutto fin dall’inizio era in relazione con la capacità dello Stato di condurre la guerra.”

Sotto Luigi XIV, l’apparato statale francese sviluppò un’organizzazione centralizzata di una perfezione fino a quel momento sconosciuta, che divenne e rimase per lungo tempo modello di tutti i grandi e piccoli principi. Il Re Sole promosse, durante il proprio regno, ventinove guerre, che ebbero un costo umano di circa nove milioni di persone e provocarono un impoverimento della popolazione e delle casse statali. Nonostante tutto ciò, molti monarchi europei imitarono la politica del perseguimento della fama personale, mascherata da ragion di Stato, senza preoccuparsi delle più o meno note conseguenze  catastrofiche per l’economia e la popolazione. Fra costoro ci fu anche Federico II di Prussia. La Prussia ed il sistema di Brandeburgo, nato dal sistema del 1648, rappresentavano in un certo senso la forma più pura ed estrema dello Stato militare moderno. “Era, innanzitutto, l’esercito permanente che dava una base al potere statale, il quale rendeva possibile unire in unicum parti separate di un territorio. Esso era la stampella del dominio di una sola persona ed invero la colonna su cui fissava la sovranità. Il mantenimento di questo esercito rese necessario un nuovo sistema di tasse ed influenzò notevolmente tutta l’amministrazione, tanto che addirittura i governi provinciali sotto Federico Guglielmo I vennero denominati camere di guerra e di dominio.” (K. Frantz, Der Militärstaat, Berlino 1859). Mirabeau, l’ambasciatore francese alla corte prussiana alla corte prussiana, definì la Prussia come lo Stato che possiede un esercito e la cui unica industria è quella militare. Se Federico Guglielmo, nonostante la costruzione di un notevole apparato militare, non condusse alcuna guerra, il suo successore Federico II, detto il Grande, impegnò la Prussia in una serie di conflitti per la conquista ed il mantenimento della Slesia. Secondo Krippendorff, a prescindere dalle motivazioni politiche che il sovrano prussiano dette delle proprie iniziative belliche, il motivo reale della sua condotta va ricercato nella fame di gloria del re germanico. A conferma di ciò, esiste una lettera di Federico II all’amico filosofo, Voltaire.

VII. Guerra e Rivoluzione

Secondo Krippendorff, la storia non è solo ciò che è rimasto, ma anche ciò che avrebbe potuto essere e non si è realizzato. Generalmente, gli storici guardano con benevola sufficienza ai vinti, a coloro che erano portatori di prospettive, che sono state storicamente sconfitte, bollandoli come utopisti. I vinti, nella storia, vengono quasi sempre considerati con affettuosa commiserazione, perché magari poco rispettosi dei rapporti di forza esistenti.

È possibile istituire un filo rosso, che leghi fra loro la rivolta degli schiavi nell’antica Roma (Spartaco) ai moderni pacifisti. Non si può dire che gli storici non serbino verso costoro una certa simpatia, ma si tratta di una simpatia venata da un certo compatimento. Lo stesso compatimento e la stessa simpatia che viene riservata agli ingenui. Raramente, gli studiosi prendono in considerazione l’idea che il corso degli eventi avrebbe potuto svolgersi differentemente da come si è storicamente realizzato. A buon diritto, la Rivoluzione Francese viene considerato l’evento storico più importante della Storia Moderna, in quanto da esso prende il via la trasformazione dello Stato dinastico in Stato nazionale con ciò che storicamente ne è conseguito.

La Rivoluzione Francese segna anche la nascita della moderna democrazia. Krippendorff, basandosi sugli studi dello studioso tedesco Otto Hintze, prende in considerazione quelle tesi politiche che, molto diffuse in epoca rivoluzionaria, sono state politicamente accantonate nel corso della Rivoluzione in favore di una prospettiva statalista che si rivelerà vincente. Si tratta di teorie di origine rousseauiana sul dissolvimento delle unità statali territorialmente centralizzate in federazioni di comunità agricole auto amministrate. Tali tesi, oggi liquidate dalla storiografia contemporanea come chimeriche e scarsamente attuabili, ebbero in effetti nel XVIII secolo grande diffusione presso l’intellettualità europea dell’epoca, come il già citato Hintze afferma, nel suo Staatseinheit und Föderalismus:

Vi era una sorta di repubblica sovranazionale dei dotti, che si preoccupava poco delle lotte delle monarchie, mentre l’odio fra i popoli, che successivamente avvelenerà il nazionalismo, era all’epoca una cosa abbastanza sconosciuta. Anche la rivoluzione francese, nella sua prima fase, ha caratteristiche umanitarie e pacifiste. Se movimento federale significava il tentativo di fondere volontariamente le piccole patrie, limitate territorialmente, alla grande patria Francia, questa Francia doveva essere da parte sua una famiglia tra le altre famiglie nazionali; il nazionalismo appena nato voleva subito ampliarsi e divenire internazionalismo; si sognava una patria comune europea, una vera e propria patria dell’umanità.

Si trattava di una prospettiva condivisa in principio sia dai girondini, che – per bocca di Mirabeau ancora del 1791 – annunciavano che forse non era lontano il tempo in cui sarebbero stati cancellati i confini fra tutti gli Stati, quanto ai giacobini. Anzi proprio questi ultimi ne erano i più convinti assertori. Nel 1792, il montagnardo Lavicomterié scrisse un libro sulla municipalizzazione della Francia, concludendo: “Che male c’è se vi sono 83 repubbliche, se noi siamo felici”. Federalismo, felicità e pace fra i popoli costituivano un trinomio indissolubile, nei discorsi di molti capi rivoluzionari. Come mai dunque la prospettiva pacifista venne accantonata in favore di quella dittatoriale e militarista?

Occorre preliminarmente dire che la strategia di esportazione della rivoluzione, attraverso le armi, fu portata avanti dalla Destra borghese e da quella parte della Gironda, che faceva capo a Brissot, nell’illusione che lo stato di guerra contro l’Europa fosse compatibile con il mantenimento dei diritti umani all’interno della Francia. È utile anche ricordare come non sia stata la Francia rivoluzionaria ad iniziare la guerra, ma che essa fu attaccata dai grandi Stati monarchici europei coalizzatisi contro di lei. Se ciò accadde fu tuttavia a causa della retorica militarista e nazionalista sviluppata dai Girondini, che minacciava le monarchie nazionali europee, erodendone dall’interno il consenso, oltre a costituire una sorta di pericolosa provocazione. Contro questa strategia, l’appello internazionalista e pacifista dei montagnardi in favore del disarmo unilaterale si rivelò scarsamente efficace. Ancora, nel 1792, l’idea si potessero esportare gli ideali democratici e rivoluzionari, attraverso le baionette, veniva aspramente criticata dai radicali ed in particolare da Robespierre, che, nel convento di Saint Jacob, tuonava giustamente: “Nessuno ama i missionari armati ed il primo consiglio che danno la natura e la ragione è di respingerli come nemici”; lo stesso leader democratico metteva anzi in luce come la guerra avrebbe portato la stessa rivoluzione francese verso un’involuzione burocratica e militarista.

I fatti daranno ragione a Robespierre, che poi tale militarizzazione della rivoluzione si sarebbe attuata compiutamente sotto la sua guida e quella del proprio partito, trascinato in una guerra, che non desiderava, dalla borghesia nazionalista, è solo una delle tante ironie della storia. La militarizzazione della rivoluzione e dell’economia, della società e delle strutture statali fu dunque l’esito di una decisione presa almeno parzialmente all’interno della stessa rivoluzione (dalla Gironda alto borghese). Si optò per una strategia di conquista e di espansione a spese della strategia federativa, pacifista e non militare.

Da allora in poi non fu più possibile tornare indietro. Coerente con questa scelta fu quella di introdurre la coscrizione obbligatoria, anche per l’inutilizzabilità dell’esercito professionale, per ragioni prevalentemente finanziarie. L’appello alla Nazione in armi, al dovere che ogni membro della comunità la difenda attraverso il proprio sacrificio diverrà poi rituale anche al di fuori dei confini francesi e anche in contesti politico-istituzionali diversi rispetto alla Democrazia. Krippendorff cita, con amara ironia, l’Enciclopedia Britannica che, alla voce coscrizione, recita: “non c’è forse nessuna norma del diritto delle varie nazioni che abbia avuto tanta influenza sul destino dell’umanità come questa poco conosciuta legge francese”. Il nuovo esercito rivoluzionario venne poi rapidamente professionalizzato, accantonando quegli elementi di democrazia interna (ad esempio nella scelta degli ufficiali), che la Guardia Nazionale aveva assunto ai suoi esordi. Con la fusione, decisa nel febbraio 1793, fra Guardia Nazionale e vecchio esercito si compì poi il passo decisivo verso la ricostruzione e la continuità dell’apparato militare francese. Attorno al 1797, dopo la fine della dittatura robespierrista e prima dell’avvento di Napoleone, la Francia era, secondo Mc Neill, uno Stato ampiamente militarizzato. Lo studioso britannico, Best, autore del volume War and Society in Revolutionary Europe, rincara la dose, affermando:

La Francia in guerra era un Paese non libero, con un’economia diretta dallo Stato (nella quale invero gli imprenditori se la passavano bene), una stampa controllata, una polizia segreta onnipotente.

Ed ancora:

La Francia negli ultimi anni ’90 era diventata di fatto uno Stato militare, al punto che la sua trasformazione in dittatura militare rappresentò solo la logica fine di un’evoluzione.

Sostanzialmente, anche se Napoleone non si fosse fatto avanti, difficilmente la ricostruzione nazionale sarebbe avvenuta su basi del tutto diverse; lo stesso Krippendorff ci ricorda come Bonaparte non fosse l’unico candidato alla dittatura. Ciò che è importante comunque mettere in luce è che l’alternativa fra centralismo statale e federalismo municipale non si poneva più. Con ciò non si vuole mettere in secondo piano il ruolo di Napoleone, nella storia francese ed europea: la riorganizzazione dello Stato in senso non solo centralistico ma militare, attraverso il recupero di strutture appartenenti all’ancien régime,fu una scelta deliberata e niente affatto obbligata. L’esercito (considerato dal nuovo uomo forte come sinonimo di efficienza) divenne il modello, cui venne improntata l’impalcatura istituzionale della nuova Francia. Il nuovo sistema statale, che derivava dalla riforma napoleonica in Europa e sopravvisse alla sconfitta stessa della Francia, era in definitiva il vecchio ordine statale militare legittimato ora dalla nazione. Secondo Krippendorff, anche questo stato di cose non era comunque privo di alternative.

VIII. Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

L’espansione napoleonica provocò reazioni da parte delle popolazioni  occupate, vittime di spoliazione da parte dei soldati francesi. Una volta dissoltosi l’equivoco, secondo cui la Grande Armé sarebbe stata portatrice di indipendenza libertà (equivoco che aveva inizialmente procurato simpatie agli occupanti francesi da parte di consistenti settori della borghesia europea) si sviluppò in alcuni Paesi occupati (Spagna, Russia e Prussia) una resistenza popolare verso l’armata napoleonica. Tale forma di resistenza militare assunse le forme della guerriglia ed ebbe origine in Spagna. Malgrado tali forme di lotta si fossero messe al servizio delle vecchie dinastie spodestate ed operassero in favore di una restaurazione monarchica e legittimista, il loro carattere era, secondo Krippendorf, obiettivamente rivoluzionario, poiché la guerriglia  in quanto guerra popolare non è soltanto guerra contro il dominio straniero ma, per esteso, anche contro il dominio repressivo dello Stato. Si tratta di una guerra popolare che si sottrae alle regole del gioco tradizionali, rifiutando organizzazione e gerarchie. L’insita pericolosità politica della guerriglia non sfuggì né ai Borboni né ai Romanov, che pure se ne servirono in chiave anti-francese: come sarebbe stato possibile che il popolo, protagonista della resistenza anti-bonapartista, non facesse in seguito pesare le proprie richieste di fronte ai restaurati sovrani?!

La casa reale spagnola, in particolare, una volta diminuita l’utilità dei guerrilleros dal punto di vista puramente militare di fronte all’importanza sempre crescente dell’armata di Wellington cercò di disfarsene, dopo gli inutili tentativi – da parte della Junta militare – di disciplinarne l’azione.  Krippendorff, a tale proposito, fa un parallelo fra i legittimisti borbonici spagnoli del XIX secolo ed i partigiani italiani, che combatterono i nazifascisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale:

Se al posto della Spagna dell’anno 1808 si prende l’Italia degli anni 1943-45 e al posto del duca inglese di Wellington, il comandante in capo delle truppe alleate generale Alexander, ecco che si evidenzia anche in questo caso la diretta attualità della guerra: i partigiani italiani, divenuti non più necessari, a causa del loro potenziale sociale rivoluzionario, vennero sostenuti pochissimo, in molti casi di fatto abbandonati nelle mani delle truppe tedesche e fasciste, e subito dopo la fine della guerra immediatamente privati delle armi.

Anche in Prussia, la Lega della Virtù, guidata dal maggiore Schill, incarnò qualcosa di simile alla guerriglia spagnola, sebbene con ampiezza e consistenza numerica minore; a differenza di quanto avrebbero fatto, almeno in un primo tempo i Borboni, però, la casa reale prussiana, a favore della quale questo movimento di liberazione dal basso pensava di combattere e congiurare, ne prese subito le distanze: di conseguenza i combattenti fatti prigionieri dai Francesi poterono essere fucilati come banditi.

Una volta sconfitto Napoleone, l’ordine europeo venne restaurato : gli Stati e le loro dinastie nuove-vecchie si confermarono reciprocamente, ribadendo i loro possedimenti territoriali, secondo una nuova distribuzione. Sulla scorta dello storiografo Taylor, Krippendorff nega qualsiasi originalità al principio dell’equilibrio europeo, formula partorita in seno al Congresso di Vienna del 1814-15 ed elaborata da Metternich.  

Come già Taylor, anche Krippendorff asserisce che non fu Metternich a sviluppare il sistema dell’equilibrio delle forze, né egli avrebbe fornito un particolare contributo per svilupparlo: le grandi potenze esistevano anche senza questo equilibrio ed alla teoria della politica internazionale, egli avrebbe offerto solo una serie di banalità. L’autore sottolinea come l’intera personalità dello statista austriaco, oggetto di ambigua rivalutazione da parte dei liberali contemporanei, fosse assolutamente mediocre. Molte delle famose massime del diplomatico viennese (“deve tutto peggiorare, prima che migliori” o “dopo la guerra l’Europa ha bisogno della pace”) sono improntate ad una sconfortante convenzionalità e molti osservatori a lui coevi hanno messo in rilievo la vanità e l’autocompiacimento dell’uomo. Del resto la stessa teoria dell’equilibrio delle forze, cui sono dedicate intere biblioteche, non è forse anch’essa un prodotto intellettuale assai poco sofisticato: è banale come la personalità di Metternich e nonostante questo, anzi forse proprio per la sua semplicità, ha avuto grande influenza.

La cosa più rimarchevole, dal punto di vista culturale, nei decenni dopo il 1815, fu la popolarizzazione dell’esercito: quasi dappertutto fu introdotta la coscrizione obbligatoria per l’intera popolazione maschile; la funzione repressiva dell’esercito venne mascherata attraverso il velo  della nazionalizzazione, che ne occultò il carattere di strumento di dominio.

Tale operazione non poté funzionare ovunque: l’impopolarità del governo zarista impedì ad esempio che qui potesse essere introdotta la leva obbligatoria; per ragioni diverse essa fu abolita in Francia, in cui i restaurati Borboni temevano che un esercito nazionale potesse divenire un pericolo per loro e per le classi al potere, data la perdurante simpatia nei confronti dell’ormai sconfitto Napoleone. L’esercito francese rimase durante tutto il XIX secolo un “vero esercito di caserma”, che conduceva una vita isolata al di fuori della Nazione. Aveva un numero di effettivi abbastanza esiguo (240.000 unità), in quanto la sua funzione non era quella di strumento di politica estera, quanto di polizia interna.

Tolstoj – guerra e Stato

Il romanzo Guerra e Pace di Leone Tolstoj è considerato unanimemente una delle maggiori opere letterarie. Tuttavia l’opera tolstoiana è molto più di un romanzo; essa costituisce anche un tentativo di affrontare il problema della verità storica. La critica letteraria ha comunque ritenuto irrilevanti ed artificiose la filosofia della storia e la spiegazione della guerra che sono alla base dell’opera. Si è trattato di temi che hanno impegnato lo scrittore russo anche decenni dopo la stesura del proprio capolavoro ed ai quali alla fine Tolstoj giunse a trovare una risposta per lui soddisfacente: “Finché continueranno ad esistere governi ed eserciti, la fine delle guerre non è possibile.” Egli espose tali conclusioni in numerosi volantini, pamphlet, lettere (tra le altri a Gandhi) e saggi. La condotta di Tolstoj finirà per dividere i suoi ammiratori, alcuni dei quali chiederanno invano allo scrittore di tornare alla pura letteratura. Al contrario, Rosa Luxembourg e Lenin si occuperanno di lui e della sua importanza per la futura rivoluzione. La sostanza circa il nesso tra guerra e Stato per Tolstoj può essere esemplificato da questa frase: “(…) ogni governo ed a maggior ragione un governo al quale viene lasciato il potere militare è un’istituzione terribile, anzi la più pericolosa del Mondo”.

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