Il vuoto della modernità

Tradotto da Revista Materia Hispanica, dell’organizzazione Vanguardia Española.

La modernità è un’epoca della storia umana che, se c’è una cosa che la caratterizza, è proprio la voracità con cui noi esseri umani abbiamo affrontato le nostre vite. Lo sradicamento, la rapidità dei processi vitali e la sensazione di fluidità di cui tutti soffriamo oggi lasciano il loro segno anche su questa fase politica, sociologica, economica e produttiva. La sovrabbondanza di merci e l’esplosione di idee concretizzate riempiono il mercato di possibilità quasi infinite a cui l’individuo può accedere con maggiore o minore facilità; tutte molto simili tra loro e con le stesse opportunità a priori di essere presentate. Modalità di orientare la vita umana, come la dimensione religiosa, sono state superate per lasciare spazio alla totale libertà dell’individuo nella scelta di occupare un posto nel mondo. Di fronte a tante possibilità di essere, di acquistare, di sperimentare, di acquisire e di poter vivere, l’individuo si è trovato alle prese con un processo di angoscia esistenziale che si manifesta in realtà in tutte le fasi della vita. Così come oggi molti di noi si chiedono come potessero sentirsi coloro che hanno vissuto in epoche precedenti, molti in futuro potranno porsi la stessa domanda riguardo a noi.

I. Cosa è la modernità

Modernus è la forma del latino tardo (approssimativamente del V-VI secolo d.C.) utilizzata per indicare i tempi attuali rispetto a quelli passati, in cui gli schemi paradigmatici conducevano gli uomini lungo percorsi molto diversi. A nostro avviso, il significato più preciso di «modernus» in spagnolo sarebbe quello dell’aggettivo «reciente». Tuttavia, è il suffisso «-ernus» a contenere il significato temporale specifico, presente anche in parole latine come «aeternus» o «hibernus». Facendo un grande salto in avanti fino al XVI secolo, in pieno Rinascimento, si definì «Età Moderna» tutto il periodo successivo al 1492, data della scoperta dell’America da parte della Spagna. In quel secolo si affermarono valori innovativi, distinti da quelli dei secoli precedenti e dalla concezione scolastica, quali l’antropocentrismo, la conoscenza secolarizzata, l’affermazione delle scienze, il metodo ipotetico-deduttivo, il ritorno alla realizzazione di grandi opere nell’architettura, nella pittura, nella letteratura o nella filosofia, così come avvenne nell’antica Grecia e nell’antica Roma, nonché l’affermarsi dell’Umanesimo, in cui l’essere umano e non Dio è chiamato a rappresentare il centro di ogni riflessione, ispirazione e pensiero.

Sarà alla fine del XVIII secolo che, per la prima volta nella storia, e con la Rivoluzione francese che estendeva la propria influenza, il concetto di “moderno” indicherà il nuovo in contrapposizione all’antico. Questo aggettivo viene ripreso dall’Illuminismo francese e diffuso come «modernité/modernità» in ogni angolo del continente europeo, riempiendolo di documenti e libri di filosofia che cercano per la prima volta di confrontarsi con il passato per superarlo e lasciarselo alle spalle praticamente in ogni senso. Nessuno avrà più bisogno dell’antica Grecia né della sua filosofia. Nessuno avrà più bisogno del diritto romano e della sua struttura. E tanto meno sarà necessaria la saggezza cristiana per costruire il nuovo mondo che dovrà nascere dalle nostre stesse mani, lontani da Dio, da Roma e da Atene.

È proprio quest’ultima concezione di cosa sia esattamente la Modernità quella che abbiamo ereditato oggi nel XXI secolo, e non quelle precedenti per impossibilità cronologica. La ragione concreta per cui abbiamo ereditato questa concezione è che nelle nostre nazioni si seguono, in materia di politica, filosofia e istruzione, le linee guida dei sostenitori dell’Illuminismo. Kant, con il suo soggettivismo e la sua visione di una pace perpetua da raggiungere, esercita un’influenza determinante sul modo in cui oggi comprendiamo il mondo e su come dobbiamo trasformarlo, per fare un semplice esempio. Tuttavia, e nonostante le considerazioni che l’Illuminismo francese ha infuso nel concetto di Modernità come superamento e rifiuto del passato, la Modernità risulta essere molto più di una semplice e limitata contrapposizione di epoche in cui si intendono contrapporre valori e sapienze. Devo sottolineare che qui stiamo parlando di Modernità, non di Età Moderna. Il termine «Età Moderna» comprende aspetti precedenti ai valori della Modernità così come la intendiamo a partire dalla Rivoluzione francese, e sebbene tutto ciò che è emerso nell’Età Moderna dopo la scoperta dell’America si sia evoluto nella Modernità – prendiamo ad esempio le scienze –, ciò che è proprio della Modernità non ha avuto origine con la fondazione dell’Età Moderna. Tutto ciò che è emerso nell’Età Moderna trova il suo posto nella Modernità, ma non viceversa.

Questo è un testo politico materialista, quindi si parlerà di ciò che si verifica nella Realtà con la R maiuscola, e la Realtà è che la Modernità realmente esistente – e non altre ideate da certi gruppuscoli che si definiscono antimoderni e/o tradizionalisti e che utilizzano una definizione di Modernità propria e, si potrebbe addirittura dire, inventata ad hoc – è una fase storica che comprende quanto segue: in primo luogo, il trionfo del modo di produzione capitalistico nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale e sia la sua espansione che il suo sviluppo nel resto del mondo fino ad oggi; in secondo luogo, tutto ciò che ne deriva, con ripercussioni su questioni di natura prettamente sociologica, propagandistica, educativa e personale. Si dice spesso che mentre gli inglesi furono i fondatori del meccanismo della Modernità, gli illuministi – francesi e non – svilupparono l’ideologia che l’avrebbe sostenuta. La Modernità è quindi la struttura risultante dall’emergere dei mezzi di produzione privati nella loro forma capitalista, e da ciò derivano il dominio delle banche; i rapporti con il credito; la pubblicità; la mercificazione di ogni bene o servizio con un minimo stimolo alla vendita – nella Modernità non c’è nulla che non venga mercificato, compreso ciò che in passato non era o non poteva essere mercificato, come la religione, la rappresentazione dei tempi passati, lo zodiaco o specifici valori etici e morali che oggi hanno assunto la forma di performance sociali in risposta a determinati fenomeni. Chi avrebbe mai detto agli antichi stoici che oggi parte della loro visione del mondo sarebbe diventata una nicchia di mercato nelle librerie e sui social network? –; la promozione di presunte nuove esigenze che il mercato si incarica di pubblicizzare per soddisfarle; il fenomeno della moda – applicato non solo all’abbigliamento, ma anche all’estetica e al digitale; il mondo intero come un grande magazzino di merci; la sovrapproduzione generale – si produce più di quanto si venda –; la comunicazione istantanea tra diverse parti del globo; la possibilità quasi totale per ogni utente di far risaltare il proprio prodotto in un mercato saturo di offerte molto simili – un livello di offerta talmente elevato da rendere estremamente difficile trovare qualcosa di originale e unico –; l’emergere di nuove tecnologie che consentono di acquistare prodotti e servizi a grandi distanze; lo sviluppo dei trasporti; la concorrenza tra i mezzi di comunicazione; il fatto che le azioni di tutti i soggetti si basino sulla domanda e sull’offerta; nonché la flessibilità delle azioni dei soggetti rispetto al loro contesto e alle loro decisioni in un mondo che favorisce l’acquisto immediato di beni e servizi.

Tutti questi elementi costituiscono la moderna società dei consumi. Vorrei sottolineare che, naturalmente, ogni società è una società dei consumi, poiché senza consumo non esiste società; tuttavia, il consumo ha assunto più che mai un ruolo essenzialmente protagonista che caratterizza la modernità stessa, poiché da esso emergono tutti gli altri aspetti di essa, cosa che non è mai avvenuta in nessun episodio storico precedente. Tuttavia, anche una disciplina così importante come la sociologia ne è stata influenzata e modificata, incidendo sui nuovi valori degli individui, il cui comportamento non ha precedenti nel passato. Il nostro modo di vivere, le nostre aspettative, aspirazioni, desideri, relazioni, valori e modalità di comunicazione hanno subito una trasformazione data la natura della moderna società di consumo, riuscendo a sostituire le consuetudini «di sempre» con consuetudini fluide e «liquide», per dirla con le parole di Zygmunt Bauman. Se il comportamento economico capitalista è una faccia della medaglia della Modernità, il comportamento sociologico ne è senza dubbio l’altra faccia; ma con una sfumatura: la faccia sociologica è emersa interamente da quella economica, ne è sempre dipendente, poiché il comportamento delle masse dipende sempre dai rapporti economici presenti nella società di ogni epoca. Ma, visto che l’aspetto economico della Storia è cambiato in questo modo, come ci si può aspettare che gli individui non si comportino in modo adeguato ai nuovi tempi? Se l’economia capitalista ha trasformato l’ordine sociale, in particolare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, lasciandosi alle spalle le vecchie relazioni, i vecchi comportamenti e le vecchie modalità di interagire con l’ambiente circostante, come non aspettarsi che gli individui che la compongono siano cambiati di conseguenza? Se l’economia della modernità mercantizza ogni cosa — tutto ciò che possiamo immaginare è mercificato —, come potrebbe il soggetto non comportarsi da consumatore e da cliente in qualsiasi situazione della vita? E se i clienti, i consumatori, sono soggetti destinatari delle offerte e del trattamento del mercato, poiché esso offre loro tutto ciò di cui hanno bisogno ed è maestro nel sostituire i bisogni del passato con altri nuovi, perché mai il soggetto-cliente dovrebbe ricorrere alle vecchie usanze potendo acquisirne di nuove? È forse che con le azioni del mercato, parte essenziale della Modernità, si intenda fondare una nuova visione del mondo che riduca la società a un mero rapporto tra acquirenti e venditori? La modernità ignora forse che gli individui sviluppano naturalmente un legame con i propri bisogni vitali, o il suo obiettivo è proprio quello di distruggerli? Che ne sarà della religione o della nostra stessa Storia se il mercato ci propone nuovi impegni e passatempi? Due grandi personalità affermarono nel 1848 che tutto ciò che è solido svanisce nell’aria e tutto ciò che è sacro viene profanato, riassumendo così gli effetti che la modernità provoca sui costumi del passato. E se questo era già stato intuito nel pieno XIX secolo, nel XXI secolo i progressi della modernità sono andati ben oltre. La mercificazione degli antichi valori è la negazione della loro trascendenza, poiché rende consumabile e temporaneo ciò che prometteva di essere eterno e paradisiaco: è il suo opposto.

Dal punto di vista sociologico, la modernità avrà come effetto la creazione di un senso di sradicamento nel soggetto ─ ovvero la mancanza di legami con la patria, con la propria storia, con la famiglia o con il partner. La Spagna è il primo paese al mondo per numero di divorzi, il paese del continente europeo in cui si registra il maggior disprezzo e/o indifferenza nei confronti della propria nazione, e in cui nel 2026 si contano circa 14-15 milioni di single, pari al 36% della popolazione adulta; la rapidità e la voracità dei processi vitali della vita quotidiana; la velocità che la vita acquisisce a causa del tipo di monotonia che si genera oggi; l’individualismo atroce; la sensazione di aver perso il controllo della propria vita a causa della lotta per la sopravvivenza nella moderna società dei consumi; la depressione, l’ansia e il terrore per un futuro incerto che scatenano complicazioni psicologiche; la dissociazione del valore di alcuni esseri o oggetti rispetto ad altri — tendenza ad umanizzare gli animali e persino i programmi digitali o ad animalizzare gli esseri umani —; l’intrattenimento come via di fuga o passatempo; le relazioni sempre più frequenti attraverso gli schermi che rendono assente l’affetto umano, facendo sì che il canale comunicativo appaia freddo, vuoto e inerte; la scelta metafisica in linea con la libertà dell’essere nel modo in cui si percepisce, ovvero l’autoelevazione dell’io; il senso di solitudine eccessiva pur essendo circondati da simili; l’idealizzazione del passato come forma di protesta dovuta all’insoddisfazione per il presente; così come il fatto che tutto inizi a sembrare fluido e vuoto in un mondo in cui si produce e si accumula troppo; tutto ciò sfocia in una situazione caratterizzata da un’irrazionalità intrinseca al tipo di società che la Modernità riproduce con sempre maggiore forza e impatto. Questo è il prezzo sociologico che oggi si paga per aver trasformato la vita in un grande magazzino di merci, in cui veniamo trattati come clienti. E va sottolineata ancora una cosa: il ruolo che il Mercato interpreta come fornitore globale non ha contribuito a semplificarci e ad agevolarci la vita come si sosteneva nel XX secolo, ma, essendo presente in tutte le nostre azioni quotidiane ─ telefoni cellulari, televisione, trasporti, radio, pubblicità urbana ─ ha provocato lo svanire del senso di comunità nell’essere umano. La comunità è l’istituzione biologica e storica che garantiva il corretto funzionamento e il sostentamento della società stessa. Il Mercato ha occupato quel posto, annullando la comunità umana e trasformandoci in monadi sempre più isolate. Perché ciò che conta è la costruzione della società dei clienti, e questi sono privi di comunità, privi di radicamento e privi di radici sia ben salde nel terreno sia collegate tra loro. Le radici, in ogni caso, le stabiliranno con il Mercato.

La modernità comporta quindi una serie di principi e valori che hanno ridefinito ciò che le società umane erano in precedenza. Si tratta di un nuovo tipo di ordine che, per concretizzarsi, ha dovuto superare il vecchio modello che regolava le comunità umane in particolare e le società in generale.

II. La necessità di privare le persone delle loro componenti: l’idroponia sociale o soggetto idroponico.

L’ideale di progresso è un termine ambiguo che, pur essendo a noi noto dal punto di vista etimologico, ha finito per assumere un significato del tutto indefinito. Oggigiorno tutti ne fanno uso e ne traggono vantaggio per rappresentare i principi più elevati, nobili, eccellenti e augusti che l’umanità merita, lasciandosi alle spalle tutto l’oscurantismo – dicono alcuni – del XX secolo e quelle strutture politiche che, com’è chiaro, meritano di essere abbandonate e ridotte a rovine storiche.

Questo cosiddetto progresso non è mai stato definito da gruppi politici o ideologici; se lo fosse stato, sarebbe stato fatto proprio da qualcuno e ortodossamente aderito a piani e programmi specifici con uno scopo determinato, dichiarando a cosa serve e contro cosa è diretto. Ma quando un termine non viene appropriato da un gruppo concreto, esso diventa oggetto di un’ambiguità concettuale che serve solo a gonfiare discorsi privi di significato, che offrono un’idea vaga della direzione in cui si intende procedere con esso. Riteniamo quindi che l’ideale di progresso non sia altro che un’ulteriore fioritura retorica, simile all’uso della ragione di cui si facevano paladini gli illuministi francesi senza definire né cosa, né come, né a quale scopo. Ciò non significa tuttavia che non si possano muovere accuse nei suoi confronti, poiché se sottoposto a critica filosofica, può essere denunciato per ciò che è stato fatto in suo nome. Ciò che faremmo allora sarebbe criticare non il termine «progresso» di per sé, ma la sua vaga idea di cui tutti fanno uso.

L’idea di progresso, se mai ha rappresentato qualcosa, è stata proprio l’avanzata del ciclo ampliato del capitale nella sua espansione verso nuove aree di mercato che fino a due decenni fa erano ancora inesplorate. Infatti, il ciclo ampliato del capitale, pur non essendo infinito ─ per totale impossibilità materiale, temporale e spaziale ─ è comunque di natura illimitata. Se il capitale potesse, supererebbe i confini della Terra per avventurarsi non solo nel nostro sistema solare, ma anche oltre (vale la pena ricordare che da anni si parla di viaggi privati sulla Luna e dell’apertura di hotel in orbita raggiungibili con razzi o astronavi, il che dimostra che il capitale è già diretto a superare i confini del globo). Sottolineo qui che il problema è che la concezione di progresso che prevale al giorno d’oggi è servita e serve ad accettare acriticamente e a convalidare senza riflessione ciò che si è verificato nell’espansione del ciclo del capitale, senza che la massa individui possibili errori nel suo avanzare, nonché ciò che ciò ha influito sulla sociologia del XXI secolo. Il progresso sarà sempre ciò che, lentamente, priva l’individuo delle azioni che lo collocano nell’esistenza generale: sia essa politica, economica, culturale, biologica e persino trascendentale in senso riproduttivo, perpetuando la propria specie e aggiungendo nuovi membri alla propria famiglia. La concezione di progresso diffusa nella nostra epoca è stata lo strumento più adeguato affinché il capitale potesse espandersi senza barriere né resistenze. A maggior ragione quando, in molti casi, viene da alcuni associata al marxismo. Tuttavia, la direzione di questo acclamato progresso è idroponicamente sociale.

L’idroponia è una tecnica di coltivazione che prescinde dal terreno e in cui le piante si trovano in una struttura galleggiante e completamente manipolabile, lasciando che le loro radici crescano immerse in acqua arricchita di minerali, la quale viene controllata e misurata in ogni momento da chi ne cura la supervisione per garantire la corretta crescita della pianta. Queste colture, pur crescendo e sviluppando radici, non sono ancorate a una base solida, a un suolo che le collochi e le faccia adattare all’ambiente circostante. Estrapoliamo questo significato al carattere sociale della Modernità. La società della modernità, la società capitalista realmente esistente, la concezione liberale della vita e dell’esistenza stessa producono il soggetto idroponico. Persone che crescono senza radici nella terra, senza patria, senza famiglia, senza figli, senza comunità e senza senso di classe. L’individualismo, la migrazione di massa, l’assenza di una relazione stabile a causa della corruzione dei legami affettivi e il cosmopolitismo sono gli ingredienti che la Modernità impiega per realizzare la perfetta società idroponica di clienti e consumatori; infatti, se non c’è nulla a cui aggrapparsi per esigere che il Mercato si adatti a ciò, l’unico elemento di vincolo è il Mercato stesso; il che fa sì che sia il soggetto a doversi adattare ad esso. In assenza di legami comunitari e sociali, il soggetto idroponico non è in grado di impegnarsi in alcun aspetto dell’esistenza che non sia se stesso o ciò che giustifica il suo egoismo e il suo comportamento individuale.

È una caratteristica propria dell’idroponia sociale della Modernità, della società capitalista a riproduzione ampliata, quella di essere priva di strutture fisse che diano senso alle azioni naturali dei soggetti. Le poche coppie che oggi si formano non agiscono quasi più come un nucleo familiare comune nel corso della Storia ─ eviteremo qui, per il momento, di usare la parola «tradizionale» per non suggerire cose che non vogliamo, lo spiegheremo bene in un altro scritto ─, ma si comportano piuttosto come due coinquilini che fanno regolarmente l’amore ma che soprattutto consumano, avendo orientato il proprio percorso non verso la consumazione del proprio amore, né verso il superamento delle difficoltà della vera vita di coppia o del matrimonio, né verso la procreazione di nuove vite da educare e in cui investire, bensì verso la formazione di un nucleo che non è più istituzionale, di comunità familiare, ma di sopravvivenza economica mentre consumano e lasciano scorrere il tempo. Non comprendere la consumazione dell’amore di coppia porta queste coppie ad assumere un carattere clientelare, in cui si crea l’apparenza di progredire nella relazione mentre, per farlo, si rende necessario il consumo ricorrente di beni come requisito indispensabile ed esclusivo, mettendo fuori gioco tutte quelle altre sfaccettature che non sono proprie del consumo, o almeno non di un consumo così ricorrente. La Patria, la terra dei padri, il luogo in cui l’individuo ha sempre affondato le proprie radici e per il quale è disposto a morire per difendere la propria identità e la propria esistenza, è diventata un flatus vocis. La Patria è messa in discussione da punti di vista acritici e se ne parla persino con un certo disagio e fastidio, poiché riconoscere un legame con il territorio storico e politico non è compatibile né di interesse per un carattere idroponico, moderno, proprio della società dei consumatori perfetta. Si opterà per una prospettiva cosmopolita in cui, inconsciamente, si tenda a concepirci come una sorta di cittadini del mondo indipendentemente dalle nostre caratteristiche di animali sociali: tutto è potenzialmente valido nella società dei consumi, poiché il Mercato non ha bisogno di soggetti radicati. Un cliente, nel suo rapporto con il Mercato, non ha radici, ma solo un interesse nell’acquisto di un prodotto. Il concetto di figli è diventato uno degli aspetti più criticati perché lede la libertà dell’individuo e il suo sviluppo in un ambiente pieno di prodotti che, con un po’ di risparmio, possono essere acquistati per prolungare la gioia e il piacere. Si comprende così che il figlio rappresenta l’antica schiavitù che sottopone i genitori a una vita di costante sacrificio, costringendoli a smettere di vivere per se stessi per provvedere al sostentamento di un’altra persona che richiede molteplici cure per la sua corretta crescita e sviluppo. All’antica e fastidiosa schiavitù rappresentata dall’educazione dei figli si contrappongono le offerte del Mercato, che prolungano regolarmente la gioia di vivere e le nuove esperienze ─ che in fondo sono ripetitive ─, cercando di far capire che vale la pena aver scelto di vivere per sé stessi piuttosto che aver perpetuato la stirpe. E affinché tutto ciò funzioni come si deve, l’individuo ha bisogno a sua volta di prolungare la propria percezione di fresca giovinezza, disdegnando la serietà e la maturità dell’età adulta che la vita va estendendo in noi in modo naturale man mano che le esperienze e l’età avanzano. L’individuo idroponico non accetta gli effetti dell’invecchiamento. Nega gli effetti del passare del tempo e cerca di mantenersi in una fascia vitale che gli sembra perenne, dalla quale vuole credere di poter sempre ricominciare da zero in tutti i sensi, di potersi sempre trovare un nuovo partner, di poter sempre intraprendere nuovi studi o trovare un nuovo lavoro, ignorando che, sebbene a volte ciò possa essere vero, ogni età della vita ha i suoi momenti e le sue opportunità. E sia gli uni che le altre passano per non tornare più.

Anche la morte e il lutto sono tre temi influenzati dalla concezione moderna della vita idroponica. Quando una persona ─soprattutto se cara─ viene a mancare, l’essere umano conserva nel proprio patrimonio naturale e storico l’espressione del lutto. Questo ─che, pur essendo naturale e vitale, è solitamente accompagnato da altri tratti culturali─ nasconde dietro di sé un comportamento adattivo necessario di fronte alla nuova situazione che si verificherà una volta che la persona cara sarà scomparsa per sempre, nella consapevolezza comune che non si potrà mai più godere della sua presenza, né dei suoi tratti e dei suoi gesti. Il lutto ha come fine non solo l’adattamento alla nuova situazione, ma anche l’essere un processo di presa di coscienza del fatto che la vita è finita, che gli elementi della realtà sono transitori e che un giorno anche noi ce ne andremo per sempre, qualunque ne siano le cause. Il lutto è quindi un contatto diretto con la sofferenza della propria realtà. Un sentimento estremo attraverso il quale il soggetto percepisce la naturale asprezza dello scorrere della vita e dal quale si traggono molteplici esperienze necessarie per prepararsi all’inevitabile futuro. Il lutto, infine, implica anche il rispetto e il riconoscimento dell’importanza della persona che se n’è andata, poiché è una personalità che è scomparsa ed è l’esperienza con essa che si interrompe per sempre a causa dell’inizio della sua assenza. Il soggetto idroponico e la vita idroponica mirano a non soffermarsi eccessivamente su questo comportamento così naturale e logico di fronte a una situazione tragicamente vitale. Perdono la consapevolezza di ciò che significano il trascorrere del tempo e la scomparsa, evitando così un comportamento così umano (aggiungerò che anche molti animali lo manifestano) come il dolore della perdita. In contrapposizione a ciò, si cercherà di far comprendere al soggetto che, proprio perché tutto è transitorio, bisogna avere il minor numero possibile di preoccupazioni e vivere con effusione il momento. E ciò che rende effusivo questo aspetto è proprio il mare di possibilità che il Mercato offre per controbilanciare il peso dei dolori esistenziali. Il piacere di un acquisto servirà a sanare un lutto. Un viaggio servirà a dimenticare finché si è lontani. Acquisti regolari su Amazon serviranno a distrarre la mente e a non pensare troppo. Il soggetto idroponico eviterà a tutti i costi la riflessione come fenomeno specifico nel momento in cui si tratta di elaborare la realtà e gli eventi che vi si verificano, come un ansiolitico molto efficace che intorpidisce tutto il corpo e offusca il giudizio. Il Mercato nella società capitalista realmente esistente, caratterizzata da un ciclo del capitale ampliato e da cui emergono i soggetti idroponici, è il fornitore di tutti questi ansiolitici attraverso la pubblicità, le serie sulle piattaforme, il discorso che è riuscito a penetrare in un numero consistente di soggetti nelle nostre società («non rimuginarci sopra, superalo il prima possibile e continua a vivere con gioia») e i social network.

III. È impossibile sfuggire ai parametri della modernità: breve critica alle posizioni idealiste che a loro volta criticano la modernità.

Ogni individuo è confinato, imprigionato nella propria epoca e privo della capacità di superare i propri schemi temporali. Né l’uomo del Rinascimento, né quello del XIX secolo, né l’uomo del feudalesimo sono riusciti a sfuggire ai parametri della propria epoca. Ciò potrebbe essere sintetizzato in un attimo con la famosissima frase «siamo figli del nostro tempo». A maggior ragione se gli individui di ogni epoca non si fermano nemmeno un istante a riflettere sulle strutture (termine molto utilizzato dai filosofi postmoderni, tra l’altro) della stessa, cosa che li renderebbe almeno consapevoli della direzione in cui scorre la corrente che trascina tutti noi. E non è che questo sviluppo della coscienza ci permetterà di sfuggire alla nostra epoca, ma ci consentirà di esaminarla per elaborare piani e programmi politici che in futuro dovrebbero rivelarsi utili per trasformare e rivoluzionare il presente. Allo stesso modo, e questo è molto importante, potremo individuare cosa rende effettivamente la nostra epoca ciò che è (la sua essenza) da una prospettiva materialista politica, in modo da non lasciarci trasportare da ornamenti romantici né da racconti cavallereschi fantasiosi di natura divina o di condizione perenne.

Tutti percepiamo che la modernità ha creato nel uomo contemporaneo un vuoto che possiamo definire esistenziale. Marx, in quanto massimo critico della modernità, se ne rese conto già in testi così precoci come i Manoscritti di economia e filosofia del 1844, in La Sacra Famiglia, nei Grundrisse o proprio in Il capitale. L’opera completa di Zygmunt Bauman è un’ode colossale e solenne a ciò che la modernità fa del soggetto della nostra epoca, immergendolo in una liquidità della propria esistenza in cui nulla rimane radicato e tutto perde il suo precedente significato sociale e biologico. Max Weber ci ha illustrato gli effetti del capitale sulla vita della popolazione, rendendoli irreversibili. E altri autori di variegata provenienza disciplinare come Leónidas Donskis, Thomas Leocini o Buenaventura del Charco, quest’ultimo per citare un esempio nazionale, ci hanno illuminato con le loro conoscenze sugli effetti dell’insensatezza moderna, da cui non possiamo sfuggire. Allo stesso modo, l’espressione «il vuoto della modernità» è stata ripetutamente pronunciata da persone anonime che sono intervenute in televisione o sui canali dei social media in occasioni specifiche.

Con ciò rendiamo conto del fatto che la critica alla modernità, più o meno articolata, sia nelle opere individuali, in quelle collettive o nell’opinione dell’uomo della strada, è un fenomeno che si manifesta fin dalla nascita stessa della rivoluzione industriale in Inghilterra. La critica alla modernità non proviene dall’attualità né da un gruppo ideologico specifico, ma è qualcosa che ha già molti anni e una lunga storia alle spalle.

Tuttavia, affermiamo che ciò che è effettivamente attuale è la critica materialista e politica che possiamo muovere oggi alla modernità, e ciò è dovuto al fatto che proprio ora, nel 2026, il pensiero materialista è più attuale che mai, e lo sviluppo della modernità sta raggiungendo livelli senza precedenti. Infatti, i fenomeni che si stanno verificando oggi procedono con una velocità e un’effervescenza senza precedenti; si registra una superficialità senza precedenti e, a causa di fattori quali i social network, oggi siamo più che mai prigionieri dell’influenza moderna nella storia. La situazione non era nemmeno paragonabile a quella di quindici anni fa.

Su questo punto possiamo essere tutti d’accordo, tutti i critici della Modernità, sia i materialisti che gli idealisti. Tuttavia, non è possibile porre rimedio agli effetti della Modernità con soluzioni metafisiche, né si può essere antimoderni. E spiegheremo perché.

Ogni tradizionalismo racchiude nel proprio bagaglio componenti idealistiche, inconsistenti e anacroniche dal punto di vista formale. I tradizionalisti hanno preteso di farsi portabandiera della critica alla modernità accentuando il proprio senso di opposizione condensato nella dicotomia Tradizione-Modernità, una dicotomia che di per sé è moderna, come spiegato sopra, frutto della visione degli illuministi francesi. In altre parole, i tradizionalisti, proclamando di lottare contro la Modernità, utilizzano una concezione puramente moderna, che discende da Helvétius, d’Alembert, Voltaire e Diderot. Il tradizionalismo «classico» e il tradizionalismo perenialista, i due tradizionalismi esistenti nella Storia, incentrano la loro critica alla Modernità su questioni metafisiche, frutto di una visione che colloca l’uomo e le sue azioni alla ricerca di una direzione soprasensoriale e sopraterrena con la quale, in qualche modo misterioso e criptico, è direttamente collegato.

Le ragioni della critica mossa a entrambi i tradizionalismi saranno sempre strettamente legate all’essenza – in senso metafisico, non fisico – dell’uomo. La Modernità agirebbe come una corruzione e una putrefazione del soggetto, corrompendone le proprietà celesti e la capacità di connettersi spiritualmente con gli elementi da cui proviene e con quelli che è chiamato a incontrare dopo la vita fisica e con i quali, nel corso del viaggio terreno, mantiene un contatto unico e speciale dall’interno sotto forma di richiami interiori e legami che vanno oltre ciò che è fisicamente spiegabile. Infatti, per dare forma a questa spiegazione è necessaria l’applicazione di un dualismo classico in cui l’essere si divide in due – prima gli egizi, poi Platone, seguito da Aristotele e più tardi le religioni abramitiche. Anima e corpo, spirito e involucro, sostanza e mondanità. Vale la pena menzionare che, nel sostenere una sostanza metafisica e inspiegabile come l’anima, possono nascere – e di fatto nascono – ogni sorta di narrazioni ed esposizioni ontologiche che pretendono di collegare gli elementi che giustificano l’esistenza dell’anima, affinché questa possieda un campo d’azione che, in primo luogo, abbia un senso minimamente razionale, e, in secondo luogo, possa lasciare spazio all’errore – campo di prova da superare – che provochi la deviazione dell’anima verso una sventura che la condanni per sempre. Che la faccia perdersi tra le tenebre terrene nel suo cammino verso la luce splendente. L’elemento mitico, come si può constatare, è pienamente presente nelle visioni tradizionaliste, sia classiche che perenialiste.

La figura storica del mito è stata studiata a fondo da filosofi, filologi e storici seri, che hanno concentrato la loro attenzione dalla Grecia classica del V secolo a.C. fino alla lontana Polinesia antecedente ai presocratici, dove troviamo miti relativi all’anima e alla cosmologia (María Michela Sassi, Javier Murcia Ortuño, Cornford, Werner Jaeger, Walter Burkert, Carlos García Gual, Fränkel, Diller, Strauss Clay, Jean-Pierre Vernant, Huffman, Verdenius, F. Verbeke, Casertano, Leonard R. Palmer, ecc.), e infatti, sebbene il mito possa contenere, e di fatto contenga, sia verità filosofiche – come riconosciuto da Aristotele – sia intuizioni psicologiche – senza essere né filosofia né psicologia –, in sostanza rappresenta una risorsa valida per cercare di far conoscere l’origine di un popolo attraverso il rito. Ed è quando il rito va perduto che il mito permane in forma velata, poiché si è trasformato in un contesto culturale diverso; in altre parole, lo stadio storico ha subito una trasformazione. I riti, in quanto fondamento dei miti, scompaiono insieme agli oratori che ne “realizzavano” la possibilità fisica, mentre gli elementi della narrazione mitica sono quelli che sono giunti fino ai nostri giorni. L’anima come componente mitico è una risorsa che ancora oggi viene utilizzata grazie al rinnovamento su molteplici fronti basato sulla fede, dalle credenze modernizzate come l’astrologia, la reincarnazione o gli effetti del karma fino alla fede di qualsiasi religione abramitica. Infatti, oggi, sebbene possiamo constatare che il sole non è mosso da Helios né l’ispirazione è causata dalle muse, ciò che ancora conferisce all’anima un posto speciale è la condizione umana – e di ogni essere vivente – in relazione al fatto che ogni soggetto è unico e irripetibile, dotato di una capacità di originalità che non si ripeterà mai più nella sua totalità, se non, semmai, solo in parte. L’anima sembrerebbe concretizzarsi in ciò che rende ciascuno unico e irripetibile, riuscendo a inserirsi nel concetto di essenza, appropriandosene e dotandola di una natura metafisica, con l’intento di eliminare il significato fisico di essenza.

L’anima, in quanto elemento che si vuole metafisico, necessita quindi di un’astrazione per poter essere teorizzata; e una volta liberata dal resto degli elementi di cui ha bisogno per operare nel mondo terreno, ha necessariamente bisogno di una storia, di un’origine – su cui nessuna tradizione è d’accordo –, di un decorso e di una fine semiparalleli a quelli del corpo e del resto degli oggetti fisici con cui può interagire. Di conseguenza, il metafisico e il fisico troveranno elementi in comune in una linearità temporale dell’esistenza materiale. L’anima acquisisce quindi lo stesso quadro di riferimento del campo materiale: principio, decorso e fine, in cui quest’ultimo deve sempre essere o di trionfo o di caduta, ma mai di staticità o di condizione ciclica eterna senza prove da superare né lotte contro l’ambiente circostante (l’Eterno ritorno di Nietzsche o, a suo modo, nel senso dell’Universo).

La tradizione, quindi, si troverebbe a predicare questo ideale come l’unico il cui significato sia rimasto immutato da quando l’essere umano ha creato per la prima volta i miti, mentre il resto dei fenomeni di tale natura sono passati ai libri di storia e hanno smesso di essere applicati. Ed è proprio l’anima, in quanto ultimo mito sopravvissuto, che il tradizionalismo deve utilizzare per dare spazio alle proprie spiegazioni e al proprio posto nel mondo. Senza l’anima e senza il dualismo, il tradizionalismo crollerebbe come un castello di carte. Entrambe sono risorse puramente metafisiche.

È proprio per questo che i tradizionalisti di ogni tipo hanno bisogno, nella loro critica alla modernità, di concentrarsi su discorsi che, secondo loro, minacciano l’anima stessa, i valori e i principi che da essa scaturiscono e quelle epoche in cui l’essere umano era maggiormente in sintonia con la propria spiritualità. In risposta alla deviazione a cui ci sottopone la modernità e nell’intento di abbellire l’anima, essi vedranno nelle antiche risorse letterarie e mitiche, così come nelle figure storiche che intendono appropriarsi per la propria causa, un’arma contro la modernità con cui distruggerla. Don Chisciotte, Tristano, Apollo e Atena, Odino, Rolando, Giovanna d’Arco, Vercingetorige, Giulio Cesare o Platone sono alcune delle figure che potrebbero fungere da arma per una rappresentazione più che discutibile dei valori tradizionali, come se questi fossero eterni, statici e insensibili al mutare dei tempi e agli effetti del divenire dialettico, che è proprio della natura umana. L’anima, in quanto elemento mitico, incarnerebbe il comportamento – o parte di esso – che l’essere umano deve proteggere e salvaguardare dalle possibili deviazioni a cui l’ambiente lo sottopone, per raggiungere un percorso retto verso l’ascesa o per raggiungere uno stato atarassico dell’esistenza fino al giorno della morte. La sfumatura mitica si dispiega intorno a noi con questa spiegazione e vediamo che il mito dell’anima a sua volta mitizza il comportamento delCome se ci si volesse attribuire una personalità cavalleresca da romanzo medievale o da antica nobiltà augusta. I tradizionalisti non negheranno il problema che il sistema di produzione capitalistico comporta in ambito sociale, ma non individueranno in esso il nocciolo della questione, bensì nel loro stesso modo di intendere la Modernità: un mero allontanamento dai valori autentici e puri dovuto all’epoca in cui viviamo.

La nostra posizione materialista politica, al contrario, è la seguente. Neghiamo l’esistenza dell’anima in quanto il nostro orientamento filosofico è antimetafisico e antiidealista. Neghiamo le coscienze incorporee, poiché la coscienza non è altro che il risultato di connessioni neuronali, di aree cerebrali sviluppate e interconnesse e di schemi psichici che generano forme illimitate di consolidamento dell’apprendimento sotto forma di esperienza, le quali danno origine all’autenticità del soggetto, rendendolo unico e irripetibile rispetto ai suoi simili – ed è per questo che è possibile distinguerli. La realtà si costruisce di concerto con l’ego trascendentale, ovvero con il soggetto che mette in atto la pratica storica e sociale, che è colui che opera nel mondo e quindi nella Realtà. La Realtà non è creata né gestita da ideali perenni ed eterni, elevati e celesti, che non riusciamo a conoscere appieno e ai quali non abbiamo accesso, ma che intuiamo; siamo connessi a essi nella missione e nel carattere, il che giustificherebbe la piena fede in essi. Senza l’essere umano, senza la sua capacità di studiare, ricercare e soggiogare la Natura e parte del Cosmo – quest’ultimo nel suo significato greco originario di Realtà nel suo insieme, il tutto reale, non come l’Universo in cui risiedono le stelle, che è il significato con cui oggi si associa la parola Cosmo a causa dell’astrofisica –, il corso della Storia che ci ha condotto dove siamo oggi e da cui scaturiscono le idee che oggi custodiamo nel nostro intimo in forma dialettica, non avrebbe avuto luogo. Ci troveremmo in un momento storico con caratteristiche e attributi diversi, il che ci porterebbe con assoluta certezza a concepire i miti in modo diverso e a concepire il valore del soggetto seguendo percorsi diversi.

Non si può essere antimoderni, perché l’atteggiamento «anti» presuppone una reazione epocale che entra in conflitto con una visione emergente alla quale si oppone. Noi non siamo nati in parallelo all’emergere della Modernità, nella premodernità, ma siamo nati pienamente al suo interno, per di più in una fase molto avanzata della stessa, il che, ancora una volta, ci rende impossibile sfuggirle, senza che ciò implichi che non possiamo essere critici. La possibilità che si presenta in questa situazione è una sola, ovvero: dopo aver diagnosticato i problemi che la Modernità rende latenti, proporre una via per il superamento della Modernità a partire dalla Modernità stessa. Tornare indietro nel senso di uno stadio storico o di una concezione epocale è del tutto impossibile perché non abbiamo vissuto la vita precedente all’affermarsi della Modernità. I nostri nonni, pur potendo vivere in contesti rurali e pastorali lontani dalla città, sono stati ugualmente testimoni dell’avanzata della Modernità, che hanno potuto constatare con maggiore o minore rapidità a seconda del momento. C’erano parenti che vivevano nella grande città e che a volte trascorrevano l’estate con i nonni. C’erano vicini che acquistavano prodotti frutto dell’avanzata del Mercato e che lasciavano sbalorditi gli abitanti delle campagne. L’arrivo dei telefoni cellulari.

L’obbligo di avere un conto corrente, per il quale era necessario recarsi in città – in seguito le banche arrivarono anche nei paesi –. Il rapporto con il credito. Il graduale allontanamento dalla fede e il calo dei fedeli in chiesa. L’acquisto di auto nuove da parte dei membri della famiglia. L’intrattenimento tramite dispositivi elettronici (i membri più anziani della famiglia lo faranno con la televisione) e, di conseguenza, l’abbandono delle faccende domestiche come il cucito o la preparazione di burro, marmellate, dolci da forno, vino e pane. L’abbandono, anch’esso graduale, dell’allevamento di animali nei campi o del tanto decantato orto. Tutte queste pratiche, che rappresentavano gli ultimi atti della vita premoderna, stanno giungendo alla loro totale fine per via ereditaria, e tutto ciò non sarà dovuto alla perdita di valori perenni o di legami mistici tra l’anima e la natura, ma all’avanzata del Mercato e all’espansione del modo di produzione capitalistico nel suo ciclo ampliato, il cui unico fine è entrare in tutte le case, trasformare il cento per cento della popolazione in una società clientelare ed espandersi fino all’ultimo villaggio dell’ultimo angolo della faccia della Terra. Nessuno che vivesse nella «tradizione», cioè in epoche premoderne – prendiamo ad esempio il II secolo a.C., la scoperta dell’America da parte della Spagna nel 1492 o l’anno 1785, per citare alcuni esempi a caso – definiva la propria epoca «tradizionale» né «la tradizione». Insisterò sul fatto che questo pensiero dicotomico tra un’epoca e l’altra, così spesso utilizzato dai tradizionalisti, è puramente moderno. Proviene proprio dall’epoca che essi affermano tanto di rinnegare. Ma ricordiamo che il fatto che cadano in questi errori è prevedibile, poiché nulla e nessuno può sfuggire alla Modernità. Nulla e nessuno può sfuggire alla propria epoca.

La modernità diventa effettiva e tangibile grazie ai passi di ciò che la fa avanzare, ovvero il mercato nel sistema di produzione capitalistico a ciclo ampliato. La società clientelare idroponica, causata e influenzata dallo stesso capitalismo, perde ogni senso razionale perché la modernità ha bisogno di irrazionalizzare i soggetti affinché diventino clienti perfetti. Ed è proprio questa insostanzialità del soggetto che ci conduce a una decadenza etica, morale, integrale ed epocale che mette in crisi l’orientamento dell’essere umano in molti ambiti della vita – non in tutti, sia chiaro. La Modernità, pur causando vere e proprie catastrofi, ha anche ottenuto grandi progressi e comodità che in altre epoche erano solo un sogno – non un’anima di cui nessuno sa dove si trovi né una connessione che non possiamo conoscere perché intuiamo di non disporre degli strumenti psichici per farlo.

In un altro scritto dello stesso tipo approfondiremo la questione di come l’individuo possa riprendere le redini della propria vita per condurre la società verso una direzione positiva e sicura, senza ricorrere a tradizionalismi né a metafisiche confuse. Infatti, per ritrovare l’integrità epocale, non è necessario proporre un’idealizzazione del passato. Per il momento, questo scritto si conclude qui.

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