Il socialismo eroico

Chi scrive ritiene che, per molti aspetti, il percorso filosofico di Costanzo Preve abbia un fondamento veritativo non trascurabile e per molti aspetti utile alla creazione di un percorso politico italiano di completa rottura rispetto al recente passato.
In primis, l’esigenza filosofica di contro all’impazzimento retorico della politichetta fatta di retorica incontrollata e folle, evidente maschera pubblica di malaffare organizzato (il marxiano comitato d’affari che ormai si palesa per quanto tale) e di provincialissimo retroterra bottegaio. La nostra generazione è forse la prima, dopo il crollo dell’Urss e dopo il palese fallimento dell’ideologismo neoliberista, a non aver bisogno di una maschera ideologica che sia funzionale alla creazione di
identità e di conflitti (pratica anzi piuttosto utile ai padroni del discorso); siamo forse, o piuttosto, la prima generazione la cui unica necessità dopo oltre trentacinque anni di palude liberista, ossia di relativismo nichilista, a necessitare e cercare un logos, ossia, appunto un fondamento veritativo, prima che una posizione politica.
In questo senso Preve risulta genio incompreso, secondo la più scontata delle tradizioni sui profeti nazionali: il suo criticare Marx senza abbandonare il marxismo, ossia la sua capacità di salvaguardare il marxismo come scienza sociale imperfetta ma insuperata da un punto di vista epistemologico, ripescando nei Greci, in Spinoza ed in Hegel il logos razionale del reale, il senso comunitario di noi esseri umani, esseri per natura sociali e razionali e quindi veritativi, sintetizza magistralmente la possibilità politica non solo del ritorno della politica come spazio pubblico condiviso ma, nei fatti, il superamento non ideologico, pratico, umanista (non umanitario) del capitalismo.
Insomma la sfida che ha lasciato Costanzo Preve e che nessuno fino ad oggi è riuscito a tradurre politicamente è quella di “non buttare via il bambino con l’acqua sporca”, ossia creare un Socialismo illiberale, e attenzione il punto è forte, istituzionalmente illiberale, che ponga fine al non-orizzonte del capitalismo, e che al tempo stesso non sfugga retoricamente, ideologicamente o religiosamente alla Verità filosofica fatta anche di libertà ed individualità. Chi scrive continua a
pensare che questo debba essere l’unico modo, oggi, di definirsi marxisti senza scadere nel tragicomico del museale, fronteggiando realmente quel mostro nichilista oggi dominante che Marx chiamò hegelianamente alienazione (ossia coscienza infelice).
Salvare il marxismo come prassi, crearne una via politica contemporanea senza avere un fondamento veritativo forte, una filosofia realmente forte, è ipotesi impossibile: lo dimostra la forza cinese, fatta chiaramente di un portato millenario dentro al quale il marxismo si innesta come epistemologia della società contemporanea.
Ed allora non bisogna aver paura di vedere nel nostro agire intellettuale e politico quella forma di Spirito Assoluto che rende reale la realtà: non a caso Hegel festeggiava ogni anno con una buona bottiglia di champagne il giorno della presa della Bastiglia; non a caso egli amava le figure di Alessandro Magno, di Cesare e di Napoleone. Egli stimava quei precursori della Storia, quei Veggenti che lo Spirito utilizza per dare strappi nella direzione del Razionale. Di certo avrebbe amato uomini come Lenin. Eroi rivoluzionari poichè precursori del Logos umano. In questo senso deve essere incarnata una certa militanza: non esistono leggi scientifiche veritative. Esiste la necessità che si incarna nelle azioni: alla nostra generazione il compito non ideologico ma filosofico di creare quel socialismo eroico che in Italia come in Europa possa rimettere in cammino la Storia, ossia il piano materiale entro il quale l’Assoluto si manifesta in tutta la sua geometrica, armoniosa, mirabile razionalità.
È di contro il capitalismo, il nichilismo, l’uomo e il mondo ridotti a macchina e merce, a batteria e denaro, ad anelare alla “fine della storia”. Noi dobbiamo tornare, eroicamente, ad essere Storia.