Quando ci chiediamo “Dove andrà Pechino?”, dobbiamo innanzitutto partire da una consapevolezza: per la Cina, il libero mercato è sempre stato considerato uno strumento, non un fine. È certamente utile per allocare le risorse in modo efficiente, ma da solo non è in grado di garantire il benessere di una nazione. I suoi ritardi e i suoi squilibri fisiologici rappresentano contraddizioni che il “socialismo con caratteristiche cinesi” ha tutti gli strumenti per risolvere con successo. Si tratta di una netta vittoria al confronto con il sistema capitalistico occidentale, dove, come possiamo vedere ogni giorno, crescono giorno dopo giorno le mancanze senza che le istituzioni o i soggetti privati riescano a porre rimedio.
Il vero punto di svolta per la Cina contemporanea non è stato solo l’ingresso nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio, ma la crisi finanziaria globale del 2008. Quell’evento ha dimostrato a Pechino quanto fosse pericoloso affidarsi a un mercato mondiale instabile e sbilanciato. Ci si è resi conto che non era più sostenibile il modello della “fabbrica del mondo”, dipendente dalla domanda internazionale e dagli investimenti delle autorità pubbliche. È iniziata così una profonda trasformazione strategica: dalla quantità si è passati alla ricerca del valore aggiunto, puntando sull’autonomia tecnologica per ridurre la dipendenza dall’estero e adottando un metodo di continuo adattamento alle nuove sfide. Ciò ha portato a un miglioramento della qualità della vita dei cinesi in maniera ancora più rapida rispetto a quanto conosciuto durante il periodo maoista e quello delle riforme di Deng Xiaoping. Circa 800 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà assoluta grazie alle politiche del PCC, eliminando completamente questo male dal paese.
Oggi, a guidare questo complesso processo di trasformazione e sviluppo c’è il Pensiero di Xi Jinping, i cui obiettivi sono la costruzione di un moderno paese socialista, la rinascita nazionale e la stabilità a lungo termine della Cina. Ciò si fonda anche sulla capacità politica di disinnescare i rischi sistemici, sia interni che esterni, qualcosa che solo il sistema socialista cinese consente.
Ma la vera partita di Xi Jinping si gioca sul fronte interno. Le aspettative di benessere della popolazione stanno cambiando. Non basta più sconfiggere la povertà rurale; bisogna creare una società la cui ricchezza sia distribuita con un ceto medio sempre più ampio e solido. Questo significa investire massicciamente nello stato sociale – sanità, istruzione, casa – e anche porre un freno alle ricchezze eccessive e all’ostentazione di questei, arginando l’omologazione individualistica imposta da Internet e dalle grandi piattaforme globali e preservando l’identità nazionale cinese.
C’è poi una sfida ancor più profonda, quasi esistenziale. Il popolo cinese, protagonista di una modernizzazione epocale in tempi record, non si accontenta più del solo benessere materiale: chiede giustizia, efficienza, imparzialità dei tribunali e trasparenza. Xi Jinping sa bene che se la corruzione e il senso di ingiustizia dovessero dilagare, verrebbe meno la fiducia nel sistema. Per questo ha lanciato sin dal suo primo giorno come presidente una spietata lotta alla corruzione.
In questo contesto, e in connessione al nuovo Piano Quinquennale che guiderà il paese sino al 2030, emerge un messaggio chiaro: la crescita economica a tutti i costi non è più il pilastro su cui si regge il potere del Partito. Al suo posto, si fanno strada tre nuovi protagonisti: la tecnologia, la sicurezza e la transizione energetica.
Per anni siamo stati abituati a una Cina che puntava a massimizzare la crescita, a colpi di PIL a doppia cifra. Oggi non è più così. Pechino ha fissato un obiettivo di crescita flessibile, tra il 4,5% e il 5%. Cosa significa questo? Significa che il governo punta ora alla stabilità sociale, allo stato sociale, alla domanda interna e alla riduzione delle disuguaglianze tra cittadini e tra province.
Ma il vero punto di svolta di queste sessioni è stata la tecnologia. L’innovazione non è più vista solo come uno strumento di sviluppo, ma come un’arma di potere e di competizione sistemica, specialmente contro gli Stati Uniti. Pechino sta investendo massicciamente in intelligenza artificiale, semiconduttori e aerospazio. La Cina punta a diventare punto di riferimento nell’offerta di modelli di intelligenza artificiale a basso costo per i Paesi del Sud del mondo, contribuendo a processi di sviluppo emancipativi in netta contrapposizione al modello predatorio tipico del Washington consensus.
La Cina continua a investire cifre enormi nelle energie rinnovabili e nelle auto elettriche, settori di cui è guida mondiale. Tuttavia,, mantiene un approccio estremamente cauto sui vincoli climatici: non mette tetti rigidi all’uso del carbone, come invece avviene in occidente, per imposizione della commissione europea perché la priorità assoluta resta la sicurezza energetica e la capacità di resistere a eventuali shock globali.
Di fronte a nazioni che programmano il proprio futuro con questa lucida visione strategica, sorge spontaneo chiederci: cosa possiamo imparare?
La Cina non presenta, e non vuole presentare, un “modello” da imitare o esportare. Lo stesso socialismo con caratteristiche cinesi, di cui si può individuare la nascita col processo di sinizzazione del marxismo iniziato da Mao Zedong, ha sempre rifiutato l’idea che un modello nazionale possa essere trapiantato in maniera artificiosa in altri contesti.
Dalla Cina possiamo invece prendere esempio. Esempio di come un paese possa rialzarsi in piedi, passando dall’inferno dei signori della guerra e della dominazione straniera alle massime vette dello sviluppo internazionale. Esempio di come un paese possa scrollarsi di dosso mali terribili quali la dipendenza da oppio e l’oppressione morale e culturale derivata dal Secolo dell’Umiliazione. Esempio di come si possa promuovere uno sviluppo non a somma zero, fondato sull’idea che l’Umanità abbia interessi comuni, e che un paese può diventare grande solo se lo diventano anche gli altri.
L’Italia attuale ha tutto da imparare dall’esempio cinese. Siamo un paese sempre più povero, vecchio, debole, privo di fiducia in se stesso, economicamente desertificato. Siamo ridotti a un polo logistico e a una “superpotenza turistica”. Siamo un’Italia in cui il 10% della popolazione vive in povertà assoluta e un quarto dei cittadini è sull’orlo dell’indigenza. La nostra classe media scivola verso il basso, schiacciata dall’inflazione. Tutto questo nasce dal dramma del lavoro: precarietà, contratti brevi, stipendi da fame fermi da trent’anni, e la tragedia inaccettabile di mille morti sul lavoro ogni anno. Di fronte a questo scenario, i giovani fuggono: ogni anno 35.000 ragazzi laureati e specializzati fanno le valigie, mentre le famiglie vengono lasciate sole ad assistere i propri anziani in un Paese con sempre meno risorse umane e materiali.
Lo Stato sociale crolla sotto i colpi dei tagli: per una TAC urgente si aspettano due anni e i tetti delle scuole crollano. I nostri poli industriali diventano quartieri fantasma, l’entroterra scivola nel dissesto idrogeologico, e le nostre magnifiche città d’arte mutano in parchi a tema per il turismo d’élite. L’Italia si sta riducendo esattamente a quella “periferia logistica” e turistica tipica delle economie subordinate.
Come siamo arrivati a questo punto? Perché le nostre classi dirigenti hanno ceduto la nostra sovranità nazionale. Hanno svenduto il nostro patrimonio industriale pubblico – dall’IRI, all’ENI, all’Alfa Romeo, la Fiat e molte altre – alle élite della finanza globale. Hanno piegato i nostri asset strategici all’imperialismo atlantico e ai vincoli finanziari europei, rinunciando a una politica estera autonoma. L’esempio lampante è la Libia: abbiamo assecondato una guerra che ha distrutto il nostro primo partner economico, innescando un caos che oggi alimenta la tratta di esseri umani verso le nostre coste.
E di fronte a questo disastro, cosa fa gran parte della politica? Usa l’arma di distrazione di massa più vecchia del mondo: la guerra tra poveri. Agitano lo spauracchio dell’immigrazione, usano la retorica xenofoba per raccattare voti nel bacino del disagio sociale. Parlano di indipendenza e sovranità, ma nei fatti si dimostrano servi dei potentati economici e delle nazioni egemoni. Preferiscono colpire gli ultimi piuttosto che condannare chi ha svenduto l’Italia, calpestando i valori della nostra Costituzione: uguaglianza, democrazia popolare e solidarietà.
Non ci può essere vera indipendenza nazionale senza emancipazione economica e materiale. L’Italia non potrà essere libera e indipendente senza liberarsi dall’Occidente capitalista e abbracciare pienamente il nascente mondo multipolare, contribuendo alla costruzione di una Comunità umana dal futuro condiviso.
La nostra liberazione e la nostra rinascita dipendendono anche dalla nostra capacità di riappropriarci della nostra Storia e della fiducia in noi stessi come nazione. Dobbiamo smetterla di pensare che gli italiani siano un popolo “artificiale”, un popolo di truffatori, suonatori di mandolino e camerieri. Dobbiamo smetterla di credere alle bugie che la propaganda imperialista ha inchiodato nelle nostre menti.
Dobbiamo ricodare la nostra Storia. Dobbiamo ricordare come noi italiani siamo eredi di tre millenni di civiltà, e che l’Italia non è certo il bizzarro sogno di qualche intellettuale moderno, ma una realtà storica già pienamente compresa sin dai tempi della Roma classica.
Dobbiamo difendere la memoria storica del Risorgimento, di quel glorioso e pluridecennale processo unitario che ha visto centinaia di migliaia di italiani affrontare galere, guerre e morte in nome dell’indipendenza e dell’unità dell’Italia. Dobbiamo ricordarci sempre dell’immortale esempio di Garibaldi e Mazzini, tra i più grandi italiani che siano mai vissuti, per avere gli strumenti morali atti a liberare la nostra patria.
Dobbiamo difendere la memoria storica della Resistenza, contro chi vorrebbe cancellare il sacrificio di migliaia di italiani che, davanti alla catastrofe della guerra, presero coraggiosamente le armi per difendere il paese dall’occupazione nazista e tentare di preservare quell’indipendenza nazionale che già l’avanzata degli eserciti anglo-americani metteva in dubbio.
L’Italia deve essere libera. Dobbiamo cacciare chi occupa e controlla il nostro paese. DObbiamo abbattere il potere americano, europeo e sionista in Italia. E’ tempo di una rinascita, di un novo Risorgimento che sappia far rialzare in piedi gli italiani. A guidare questo processo non possono che essere i lavoratori, gli italiani comuni che col proprio lavoro costruiscono giorno dopo giorno il nostro paese. L’esempio cinese ci insegna che tutto questo è possibile.

