L’impero invisibile. Soft power, egemonia e crisi del dominio americano

La peculiarità dell’imperialismo americano dell’ultimo secolo è che non ha mai avuto la necessità di
imporsi come occupante nel senso letterale del termine, ma ha compiuto e compie tutt’ora le sue
politiche colonizzatrici sotto il mantra della difesa dei diritti umani e della democrazia nel mondo. Se
chiedi alla maggioranza della popolazione americana se il loro è un Paese imperialista, molto
probabilmente ti risponderà in maniera negativa. Questo accade in quanto, negli ultimi decenni, si è
fatto ampio ricorso a un uso scrupoloso delle politiche del soft power, scientemente studiate e affinate
dall’establishment. Per establishment non dobbiamo intendere soltanto i centri del potere ufficiale –
anch’essi certamente collusi – ma piuttosto l’intera matrice di relazioni ufficiali e sociali all’interno
delle quali il potere viene esercitato. L’esercizio del potere statale, oggi, non può essere compreso se
non si riconosce che esso viene esercitato socialmente, ai più alti livelli di classe sociale.
Ma che cos’è l’establishment? Come si entra a far parte di questo gruppo? Ovviamente non c’è
un’iscrizione formale, anche se ci sono associazioni – per esempio certi club – di cui si entra a far
parte solo se si è già all’interno dell’establishment. L’estrazione sociale conta molto, e contava ancora
di più quando le grandi famiglie dell’aristocrazia avevano una considerevole capacità di influenzare
“dietro le quinte” le politiche del Paese. Un caso storico di establishment è rappresentato dalla
famiglia Astor, che presso la tenuta di Cliveden riceveva esponenti del gerarcato nazista nel tentativo
di gettare le basi per un’alleanza tra l’Impero Britannico e la Germania hitleriana. L’establishment
italiano, d’altro canto, vanta legami consolidati con club esclusivi e gruppi di riflessione internazionali.
Leader della finanza, dell’industria e della politica aderiscono a network globali: è il caso della
Commissione Trilaterale, che annovera tra i suoi membri l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo
Carlo Messina e la direttrice di Aspenia Marta Dassù, o del Gruppo Bilderberg, a cui partecipano
figure come John Elkann (Stellantis) e la giornalista Lilli Gruber. La presenza costante di figure di
spicco del giornalismo a incontri riservati come il Bilderberg non è casuale: dimostra la perfetta
simbiosi tra il mondo dell’informazione e le élite finanziarie, garantendo all’establishment di esercitare
l’agenda-setting e assicurandosi che il dibattito pubblico rimanga confinato entro i binari del consenso
neoliberista.
Tuttavia, ancor più della nascita, è l’educazione che plasma i legami di solidarietà di chi appartiene
all’establishment. Questi gruppi di potere si formano nelle università più prestigiose del mondo
(Oxford, Cambridge, Bocconi, ecc.), le quali formano cadetti che rappresentano gli interessi della
nuova aristocrazia finanziaria globale, utili a promuovere le scelte imprenditoriali, finanziarie,
economiche e politiche messe in campo fino ai giorni nostri.
L’aspetto più critico per le “democrazie” contemporanee è l’influenza dell’establishment sui mass
media. La concentrazione editoriale nelle mani di grandi gruppi industriali o finanziari permette a
queste élite di esercitare un fortissimo soft power. Più che di censura diretta, si tratta di agendasetting: la capacità di decidere di cosa si deve parlare, come i temi debbano essere inquadrati e quali
soluzioni politiche ed economiche debbano essere presentate all’opinione pubblica come
“tecnicamente valide” o “inevitabili”. Testimonianze della capacità di influenza dei mass media hanno
origini fin dalla prima metà del ‘900. Edward Bernays, pubblicitario statunitense di origine austriaca,
combinando le idee di Le Bon (autore del libro “Psicologia delle folle”) e quelle dello studioso Trotter,
è stato uno dei primi a vendere metodi per utilizzare la psicologia del subconscio al fine di manipolare
l’opinione pubblica. Nel 1928 Bernays pubblicò un libro intitolato “Propaganda”, dove divulgava il
concetto di pubblicità legato alla manipolazione dell’inconscio.
Marshall McLuhan sostiene la necessità di “riconoscere il ruolo fondamentale della TV nel rendere la
società meno rigida e più multidimensionale” grazie alla combinazione di comunicazione verbale e
visiva. Nel 1968 venne teorizzato il processo di “agenda setting”, il quale prevedeva che i mass
media potessero definire l’agenda pubblica in maniera tale da indicare alle persone a che cosa
pensare. Il concetto di agenda è un insieme di argomenti che vengono comunicati seguendo una
certa gerarchia d’importanza in un tempo determinato: i mezzi d’informazione si concentrano di più su
alcuni eventi tralasciandone altri, e in questo modo trasferiscono al pubblico l’ordine del giorno
contenuto nella loro agenda.
Gli Stati Uniti hanno ampiamente utilizzato questi stratagemmi, il cui fine ultimo è stato quello di
deviare il consenso in modo da far accettare passivamente l’agenda neoliberale esplosa alla fine del
secondo dopoguerra, tenendo così i parametri del dibattito confinati all’interno di binari prestabiliti.
Possiamo definire l’impero degli Stati Uniti anche come un “impero del suono e dell’immagine”. Dove
un tempo gli imperi – come quello spagnolo e francese – imponevano alle proprie colonie di cancellare
le radici storiche semplicemente con l’educazione forzata tramite testi nella lingua madre dell’impero
centrale, con gli Stati Uniti è diverso: le tecniche adottate sono molto più subdole e, di conseguenza,
efficaci, senza dover ricorrere a metodi considerabili antidemocratici dalla stragrande maggioranza
della popolazione mondiale. La verità è che la maggior parte della popolazione è americanizzata in
ogni scelta, azione e in qualsiasi rapporto sociale quotidiano (principalmente i giovani). Siamo l’unico
esempio antropologico della storia umana che canta i testi delle canzoni senza realmente
comprenderne il significato (li apprezziamo in primis perché ci piace l’estetica del suono e
dell’immagine che influenza i nostri sensi e le nostre emozioni, e non ne analizziamo il contenuto in
sé partendo da una critica), dove un ragazzo di un Paese arabo, prima di andare in pellegrinaggio
alla Mecca, va a mangiare il McFalafel al McDonald’s.
Questa arma si è affinata nel tempo e oggi – sebbene con l’ascesa di figure come Donald Trump
abbiamo assistito a un parziale abbandono della retorica cosmopolita in favore di una più cruda e
transazionale politica di hard power, fatta di sanzioni e dazi commerciali a dimostrazione di come
l’impero sappia mostrare il suo volto coercitivo quando necessario – possiamo vedere come il
mainstream utilizzi un linguaggio edulcorato. Le nazioni controllate indirettamente dagli Stati Uniti
(tramite basi militari, think tank, privatizzazione di asset strategici) vengono chiamate “alleati”, pur
essendo di fatto colonie dell’impero centrale. Questi asset controllati dagli Stati Uniti permettono di
controllare i governi senza il bisogno di affiggere bandiere. La forza degli Stati Uniti è quella di aver
imposto un nuovo imperialismo cosmopolita, in cui nazionalità multiple possono coesistere,
allontanando ogni individuo dai principi di identità culturale.
Le forze armate statunitensi, pur rimanendo di gran lunga leader globali per investimenti nella difesa,
affrontano sfide significative legate all’obsolescenza tecnologica e ai colossali costi di gestione e
mantenimento. Una vasta fetta del bilancio è infatti assorbita dalle operazioni ordinarie, dalla
manutenzione delle infrastrutture e dal personale, rallentando l’adozione di nuove tecnologie e
contribuendo a un generale senso di declino. I finanziamenti del Dipartimento della Difesa supportano
un’ampia gamma di attività. La categoria più ampia, quella relativa alle operazioni e alla
manutenzione, è costata 332 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024. Sempre nel 2024, il
Dipartimento della Difesa ha destinato 78 miliardi di dollari a spese discrezionali per attività quali
“l’assistenza umanitaria” e lo sviluppo internazionale. Tale spesa influenza gli sviluppi politici ed
economici in altri Paesi e può quindi incidere sulle future decisioni in materia di coinvolgimento
militare e spesa per la difesa. Queste categorie, e il loro rapporto con la difesa nazionale,
evidenziano il significativo impegno di bilancio del governo federale americano in questo settore.
Gli Stati Uniti spendono per la difesa più di Cina, India, Russia, Arabia Saudita, Francia, Germania,
Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Brasile messi insieme, rappresentando circa il 36% della
spesa globale per gli armamenti. Nell’anno fiscale 2025, la spesa complessiva della difesa
ammontava a 919 miliardi di dollari. Tuttavia, la categoria di spesa più grande è rappresentata da
“operazioni e manutenzione” (O&M), che nel 2024 è arrivata a costare 332 miliardi di dollari. Anche il
solo supporto operativo delle basi militari genera costi altissimi, pari a circa 25 miliardi di dollari.
Questo significa che, nonostante l’America punti ancora oggi a imporre il suo dominio con la forza,
materialmente questa forza è in costante declino.
Tale contraddizione è esplosa e si è resa nota al grande pubblico indubbiamente dall’inizio della SMO
(Operazione Militare Speciale in Ucraina). La mossa strategica attuata dalla Federazione Russa,
seppur con qualche errata considerazione di calcolo, ha contribuito a rallentare la corsa allo sviluppo
degli armamenti americani. Essa ha galvanizzato inoltre i grandi fronti patriottici e rivoluzionari
dell’intero pianeta ad agire contro l’egemonia globale americana. Lo abbiamo visto con Hamas in
Palestina, Hezbollah in Libano, le Guardie Rivoluzionarie iraniane, le milizie armate Houthi nello
Yemen. Ma lo abbiamo visto anche in centro Africa con Paesi come Mali, Burkina Faso e Niger che,
dopo aver abbandonato l’ECOWAS (fortemente incoraggiata e finanziata da Francia e UE), si sono
uniti sotto l’Alleanza degli Stati del Sahel. Questa necessità di creare istituzioni internazionali
alternative a quelle sottoposte al controllo egemonico statunitense è la risposta necessaria e
calcolata del nuovo fronte rivoluzionario internazionale. Una spinta progressista in tal senso la
vediamo anche nella SCO, nell’organizzazione dei BRICS e nel ritorno della Nuova Via della Seta.
Queste iniziative, che fungono da catalizzatore per le nazioni più rivoluzionarie sul piano geopolitico,
servono sicuramente a impedire che gli Stati Uniti riescano a riottenere le piene capacità di sviluppo
in ambito di difesa e l’influenza nella finanza globale che, fino a oggi, hanno permesso loro di essere
la potenza egemonica indiscussa.
La stessa Unione Europea non è altro che un progetto voluto dagli Stati Uniti. Un esempio storico
lampante di questa ingerenza è il Piano Marshall: per accedere ai fondi vitali della ricostruzione postbellica, le nazioni europee dovettero sottostare a una rigida clausola che imponeva non solo di
allontanare lo spettro del comunismo dai propri governi (rimanendo di fatto saldati alla sfera
d’influenza atlantica), ma anche di avviare stringenti meccanismi di integrazione economica, gettando
così le basi formali dell’architettura comunitaria. In questo solco si inserisce anche l’azione del
Comitato Americano per l’Europa Unita (ACUE), fondato nel 1948. Era un’organizzazione americana
“privata” finanziata con fondi pubblici che cercava di contrastare il comunismo in Europa
promuovendo il federalismo europeo. Il suo primo presidente fu l’ex capo dell’Office of Strategic
Services (OSS) William Joseph Donovan, che aveva formalmente lasciato il governo dopo la guerra e
lavorava come avvocato privato. Il vicepresidente era Allen Welsh Dulles, che in seguito entrò a far
parte della Central Intelligence Agency (CIA) nel 1951. Altri membri del consiglio erano Walter Bedell
Smith, che sarebbe poi diventato il primo direttore della CIA, e Tom Braden, che fu reclutato dall’OSS
quando gli Stati Uniti entrarono in guerra. Documenti governativi americani declassificati hanno
dimostrato che l’ACUE riceveva fondi da fondazioni che utilizzava per contribuire al finanziamento sia
del Movimento Europeo che della Campagna Giovanile Europea. L’ACUE stessa riceveva
finanziamenti dalle fondazioni Rockefeller e Ford.
Con la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 e la successiva adozione della moneta unica, i Paesi
europei hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria. Prima dell’euro, le nazioni del Sud Europa
(come Italia, Grecia e Spagna) utilizzavano spesso la svalutazione competitiva della propria valuta
nazionale per mantenere competitive le proprie esportazioni e riequilibrare la bilancia commerciale.
L’Italia, nello specifico, è stata storicamente caratterizzata durante il suo boom economico da
un’economia reale fortemente produttiva, incentrata sul mercato domestico ma al contempo trainata
dalle esportazioni (export-led) e dai massicci investimenti, in modo non dissimile dalle dinamiche
odierne della Cina. Per sostenere un simile impianto industriale, la possibilità di svalutare era uno
strumento vitale, poiché la crescita avveniva fisiologicamente anche a debito. Il debito pubblico,
tuttavia, non rappresentava affatto un problema reale: è del tutto naturale per certe economie, in
precise fasi del loro sviluppo, ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti. La fobia
patologica per la svalutazione, l’inflazione e la spesa in deficit è, al contrario, un costrutto ideologico
tipico dell’ortodossia neoliberale e, in particolare, dell’impostazione germanocentrica imposta
all’architettura europea. Con l’euro, questa “leva” del tasso di cambio è scomparsa, costringendo
questi Paesi ad affrontare gli shock economici unicamente attraverso la “svalutazione interna” (taglio
dei salari, austerità e riduzione della spesa pubblica), con pesanti conseguenze sociali.
Paesi come la Germania, che entravano nell’unione monetaria con una moneta storicamente forte (il
marco) e un’economia orientata all’esportazione, hanno tratto un enorme vantaggio dall’euro. L’euro,
essendo un valore medio tra le economie forti e deboli, è risultato di fatto una valuta “sottovalutata”
per l’economia tedesca, permettendo a Berlino di accumulare enormi surplus commerciali e dominare
l’export globale. Di contro, per i Paesi mediterranei, l’euro si è rivelato una valuta “sopravvalutata”
rispetto ai fondamentali delle loro economie. Senza la possibilità di svalutare, le economie del Sud
hanno perso competitività, accumulato deficit delle partite correnti e subito gravi crisi del debito
sovrano. Questa spaccatura interna si riflette anche sulla geopolitica. Il Nord Europa, spinto dal
mercantilismo, tende a tutelare le proprie catene di approvvigionamento globali e i rapporti
commerciali (spesso dialogando autonomamente con potenze come Cina o Stati Uniti), mentre i
Paesi del Sud, più fragili e dipendenti dalle dinamiche del debito, hanno priorità e necessità di spesa
pubblica e protezione differenti. Questo impedisce all’Unione Europa di promuovere qualsiasi spinta
verso una definitiva unione simbiotica tra le varie nazioni del blocco in termini economici e geopolitici.
La prova dell’insostenibilità del modello economico europeo, studiato per mantenere stabile questa
polarità e relegare il Sud Europa (che affaccia sul Mediterraneo) al ruolo di nazioni colonie suddite
della sfera anglosassone, l’abbiamo avuta anche con l’operazione di speculazione contro la lira
avvenuta negli anni ’90 da parte di Soros. Questa mossa serviva anche a mantenere il controllo
dell’area del Mediterraneo da parte della grande finanza occidentale. Nel settembre del 1992, George
Soros e il suo Quantum Fund lanciarono una massiccia operazione di speculazione valutaria (vendite
allo scoperto) contro le valute del Meccanismo di Cambio Europeo (SME). Questa mossa sfruttò un
momento in cui l’impegno politico verso l’unione monetaria sembrava vacillare, spingendo gli
speculatori a colpire i Paesi che presentavano i fondamentali economici più deboli, tra cui in primis
l’Italia con la sua lira. L’Italia fu attaccata proprio perché presentava “i fondamentali più deboli”,
costringendo la Banca d’Italia a bruciare enormi riserve nel vano tentativo di difendere la valuta.
Questa sottomissione economica e geopolitica dell’Europa agli interessi del grande capitale non
avrebbe potuto realizzarsi senza una contemporanea neutralizzazione delle forze antagoniste
interne. Non a caso, lo stesso Lenin aveva intuito che, in regime capitalistico, gli “Stati Uniti d’Europa”
sarebbero stati o impossibili o reazionari. Siffatta struttura europea sarebbe infatti servita a
contrastare l’influenza dell’URSS sul blocco europeo e, con meccanismi reazionari, a bloccare
l’ascesa del socialismo all’interno delle singole Nazioni. Questa visione lungimirante trova conferma
nel fatto che, dal secondo dopoguerra ad oggi, i movimenti di matrice socialista, ma anche più
radicale, hanno subito una deviazione strategica e ideologica a vantaggio degli interessi del grande
capitale occidentale. Il PCI, infatti, a partire dalla segreteria di Berlinguer e attraverso la sua
successiva dissoluzione (a seguito della caduta dell’URSS) in centinaia di partiti satellite, ha
abbracciato una visione occidentalizzata del marxismo-leninismo, spesso rifacendosi a idee trotzkiste
e agli intellettuali della Scuola di Francoforte (un parallelismo con il discorso dei think tank di
provenienza intellettuale universitaria, finanziati e supportati dal grande capitale per influenzare
l’opinione pubblica). Questo ha annacquato qualsiasi principio di radicalismo sinceramente
rivoluzionario, al fine di rendere l’organizzazione dei partiti sedicenti comunisti innocua e reindirizzare
le scelte strategiche dei principali esponenti all’interno dei binari del consenso occidentale. Per tale
ragione oggi è più che mai doveroso smascherare questi finti rivoluzionari che, inconsciamente o
deliberatamente, promuovono e assecondano idee neoliberiste e antirivoluzionarie sotto il falso
mantra della teoria rivoluzionaria marxista occidentale. Le organizzazioni giovanili, in questo senso,
sono spesso condizionate da queste correnti politiche: le loro energie sono state abilmente dirottate
dalla lotta di classe e dalla critica ai rapporti di produzione verso le sole battaglie per i diritti civili e le
politiche identitarie. Un dissenso compatibile che il grande capitale occidentale tollera e persino
finanzia, rendendo i giovani attivisti funzionali alla riproduzione del sistema stesso.
Questa dinamica risponde a una precisa necessità strutturale. Il capitale, per sua natura, ha bisogno
di una continua rivoluzione dei prodotti, di creare costantemente nuovi bisogni, beni di consumo e di
aprire nuovi mercati. Esaurita l’espansione spaziale e geografica possibile sulla Terra – specialmente
dopo aver abbattuto l’URSS e assorbito gran parte dei sistemi socialisti originariamente “chiusi” al
mercato mondiale – il capitale si è trovato costretto a estrarre ulteriore profitto all’interno del bacino di
consumo già esistente. Per farlo, ha dovuto creare dal nulla nuove categorie e nuovi bisogni
inesistenti, arrivando di fatto ad abbattere l’istituzione stessa della famiglia, poiché un nucleo familiare
condivide beni e spazi in due o più persone, consumando in proporzione molto meno rispetto a
individui singoli e atomizzati. Sul lungo termine, il capitale spera di sopperire al conseguente collasso
demografico generato da queste politiche con un’automazione distopica e fine a sé stessa, pensata
unicamente per proteggere i profitti e non con l’obiettivo di migliorare la vita delle masse e alleggerire
il lavoro, come avviene invece in Paesi come la Cina. Oltre al danno economico, queste politiche di
ingegneria sociale hanno profondamente indebolito le masse dal punto di vista psicologico e
sociologico: hanno frammentato le comunità naturali e convinto ogni individuo di essere unico,
superiore agli altri e in credito con il mondo. È passata l’idea che tutto sia dovuto, che si abbia il
sacrosanto merito e “diritto” di consumare qualsiasi cosa, e che il piacere personale sia
gerarchicamente superiore a qualsiasi dovere civico. Così facendo, le persone sono state indotte a
riconoscersi in primo luogo come membri di micro-comunità identitarie basate sui gusti di consumo, e
non più come parte di una classe sociale definita dal proprio lavoro e dal proprio ruolo nella società. E
poiché storicamente chi consuma di più e in maniera più impulsiva sono i bambini, il capitale ha
essenzialmente trasformato la società intera in una massa di eterni bambini capricciosi.
Ma il dominio incontrastato degli Stati Uniti sta ora vacillando? È giusto affermare che l’impero è
giunto al suo termine?
Noi crediamo che non sia affatto al suo termine e che la bestia americana, pur agonizzando nel suo
stesso marciume, stia sferrando i suoi ultimi colpi di coda per salvare il salvabile. Senza la
teorizzazione di una nuova prassi politica che vada oltre il marxismo occidentale, e che possa
prendere spunto da chi il marxismo oggi lo applica e lo interpreta in maniera coerente con il processo
storico, non ci sarà cambiamento. È necessario guardare a chi, nel Sud Globale e nell’asse
euroasiatico, applica il marxismo non come dogma accademico, ma come strumento di liberazione
nazionale e sviluppo statale. Solo ripartendo dalla centralità dello Stato, dall’antimperialismo pratico e
dall’alleanza con il nascente blocco multipolare, sarà possibile costruire una reale alternativa al
dominio al tramonto di Washington. Per realizzare questo cambiamento, declinando la questione in
termini gramsciani, dobbiamo assumerci il compito di edificare un vero e proprio “Stato culturale” che
affondi le sue radici nella società civile. Costruire una nuova egemonia significa, di fatto, ingaggiare
una lotta frontale contro tutte le manifestazioni degenerative, atomizzanti e anti-comunitarie su cui si
fonda la riproduzione del capitale.