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“L’Albania non si vende!”
Questo è lo slogan portato in piazza Scanderbeg a Tirana dalle migliaia di persone che in questi giorni stanno manifestando in Albania contro il progetto immobiliare di lusso della società Affinity Partners di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Verso fine di maggio, a Zvernec, nel sud dell’Albania, una spiaggia – considerata area protetta fino al 2024, status giuridicamente rimosso successivamente – è stata recintata. L’area del potenziale progetto comprende l’isola disabitata di Sazan, nell’Adriatico, e centinaia di ettari dell’area protetta di Vjosa-Narta, zona umida costiera che ospita foche, siti di nidificazione delle tartarughe marine e fenicotteri – diventati simbolo delle proteste. Il piano (ancora provvisorio) è di trasformare il sito in un resort di lusso che, secondo quanto dichiarato dal presidente Edi Rama, dovrebbe includere 10.000 camere d’albergo. Il valore del progetto, secondo quanto dichiarato, si aggirerebbe tra gli 1,5 miliardi e i 4 miliardi di euro. Col passare dei giorni, le proteste si sono trasformate in un vero e proprio moto antigovernativo: la “Rivoluzione dei Fenicotteri”, che chiede riforme strutturali e dimissioni del premier Rama, già protagonista del contestato accordo sull’accoglienza dei migranti siglato con l’Italia e reo di portare avanti una politica di vassallaggio rispetto non solo agli USA e a Israele, ma anche nei confronti proprio del nostro Paese e della premier Meloni. Ma anche il principale oppositore, ossia Sali Berisha e il Partito Democratico, sono nel mirino dei dimostranti, i quali accusano – e non a torto – una corruzione strutturale, sistematica delle istituzioni politiche albanesi. Il fronte dissidente è davvero composito, eterogeneo, prendendovi parte formazioni europeiste, ambientaliste, nazionaliste e comuniste. Segno inequivocabile di una questione che tocca nel profondo la dignità e la sovranità del popolo albanese.
Il fango di Tirana
La puzza di questo affare si sente fino in Italia, figuriamoci quanto può essere intensa all’olfatto degli albanesi. Come già anticipato, l’area che dovrebbe ospitare queste strutture extra lussuose era un’area protetta sulla quale non era possibile e lecito edificare. Nel giugno 2024, con un tempismo perfetto, il Parlamento albanese approva la legge 21/2024, un provvedimento che consisteva in una vera e propria deregolamentazione finalizzata a rimuovere quei paletti che non consentivano l’edificazione su quei suoli. La legge conferiva, inoltre, il potere straordinario al Consiglio Nazionale per il Territorio e le Acque (KKTU) di scavalcare le norme circa la tutela ambientale al fine di costruire strutture strategiche (aeroporti, impianti energetici) ma anche resort. Il tutto, si osserva, aggirando le normali gare d’appalto competitive. A presiedere il KKTU troviamo proprio il premier Rama che, dal giugno 2024 in poi, si sarebbe occupato direttamente di gestire gli appalti in maniera autonoma. In pratica siamo di fronte ad un provvedimento assolutamente impopolare e antidemocratico costituendosi – a tutti gli effetti – come una legge ad personam. Il popolo albanese sa e ha capito i meccanismi di questa operazione. I manifestanti sventolavano striscioni in difesa della natura e contro quelli che definivano interessi oligarchici: imprenditori locali legati al governo, che accusavano di essersi impossessati illegalmente delle loro proprietà. “Valona appartiene all’Albania! Non alla mafia, non all’oligarchia”, recitava un cartello. E, in effetti, un’accurata indagine del BIRN (Balkan Investigative Reporting Network) ha svelato un complesso sistema di scatole cinesi, di società, fondi di investimento e colossi locali, tutti partecipi in questa operazione economica promossa proprio dal governo Rama.
Nel 2024, poco dopo la succitata controversa modifica alla legge albanese sulle aree protette, Kushner annunciò l’intenzione di investire sia sull’isola di Sazan che a Zvërnec.
Inizialmente, il progetto di Zvërnec prevedeva circa 10.000 unità abitative lungo la striscia di terra che separa la laguna di Narta dal mare. Nell’agosto 2024 fu costituita una società denominata Zvërnec South Adriatic Development. Essa è controllata attraverso una serie di società di comodo gestite dalla società fiduciaria olandese Dutch Trust Management BV.
Una delle entità di questa struttura offshore, Blue Industries Investment Holding BV, è di proprietà di cinque individui albanesi anonimi, la cui identità è legalmente protetta poiché nessuno di loro detiene più del 25% delle azioni. In pochi mesi, la Zvërnec South Adriatic Development, ottiene i permessi dal KKTU per lo sviluppo del piano preannunciato da Kushner. La società offshore ha firmato accordi di sviluppo per 251 ettari, a Zvërnec e Narta.
Documenti e sentenze esaminati da BIRN dimostrano che l’origine di molte di queste proprietà è strettamente legata al controverso uomo d’affari di Valona Artur Shehu, residente negli Stati Uniti, e al suo ex avvocato, Pëllumb Petritaj, ripetutamente accusato di falsificazione di documenti. Shehu emerge come proprietario di un appezzamento di terreno (108 ettari circa) oltre che come uno dei principali beneficiari e al centro di indagini per presunta appropriazione indebita di terreni nella regione di Valona. Un altro appezzamento di terreno è di proprietà di Feriare Ndreu (Petritaj), figlia di Pëllumb Petritaj, figura nota nel sistema giudiziario albanese, condannato in primo grado e arrestato diverse volte per presunta falsificazione di documenti che avrebbero concesso alla famiglia Shehu vaste proprietà costiere, tra cui terreni collegati al progetto di un resort a Pishë Poro. Un’altra parte dell’accordo di sviluppo è AM-Invest, proprietaria di 25.000 metri quadrati di terreno. La società appartiene alla famiglia di Alaudin Malaj, ex presidente della Corte d’Appello di Tirana. Egli detiene una quota del 25%, donatagli dalla madre, mentre la restante parte è controllata dal padre e dal fratello. Malaj ha un passato legato a controversie fondiarie nella zona quando, nel 2013, emise una sentenza civile che assegnò alla famiglia Shehu 156 ettari di terreno. Nel 2019 contribuì all’archiviazione delle accuse di falsificazione contro Petritaj. Entrambe le decisioni furono poi annullate dalla Corte Suprema. La maggior parte dei terreni coinvolti nel progetto, circa 1,2 milioni di metri quadrati, è di proprietà di South Adriatic Development, una società interamente controllata da Redi Struga tramite Smart Construction Invest. Struga è anche amministratore della società di progettazione InfraKonsult. Attraverso Albanian Land Development, Struga funge da intermediario chiave per i fratelli miliardari qatarioti Ramez e Mohamad Al-Khayyat, che investono insieme a Kushner. L’elenco dei co-sviluppatori comprende anche Ferdinant, un’azienda produttrice di mobili di proprietà dell’imprenditore Bujar Nasufi, ucciso all’inizio del 2025 in circostanze poco chiare, ma che si ritiene siano legate a una disputa immobiliare a Tirana. L’azienda possiede 94.500 metri quadrati di terreno.
ausa della visita di Ivanka Trump, accompagnata da un gruppo di architetti e imprenditori, dove ha incontrato il Premier Rama. Le fotografie ampiamente diffuse mostrano che anche Musa Kastrati, figlio dell’oligarca Shefqet Kastrati, era presente agli incontri. Shefqet Kastrati è il proprietario del Gruppo Kastrati, un conglomerato che controlla quote significative in diversi settori strategici in Albania, dalla distribuzione di carburante e assicurazioni alla gestione esclusiva dell’aeroporto internazionale di Tirana, detenendo inoltre importanti interessi nel turismo e nello sviluppo immobiliare. Il gruppo è da tempo oggetto di accuse di favoreggiamento da parte del governo, tra cui l’acquisizione di concessioni e beni pubblici a prezzi simbolici. Alcuni progetti, tra cui lo sviluppo del porto di Limion, sono stati oggetto di indagine per presunte violazioni di legge. Già nel marzo 2024, il New York Times riportò le dichiarazioni di Kastrati, secondo cui la società avrebbe avuto un ruolo nei progetti che Kushner intendeva sviluppare in Albania, sebbene la natura di tale ruolo non fosse ancora stata definita. In altre parole, Kushner e Trump mettono la faccia, il cognome pesante, garantendo l’accesso diretto ai corridoi politici del potere di Washington mentre i gemelli Al Khayyat gestiscono il flusso di capitale dal fondo sovrano qatariota a Kushner e al trust olandese. A livello interno, invece, Edi Rama emerge come facilitatore legale e politico, oltre ad appaltare proprio a quelle società (Kastrati Group su tutti) che si occuperanno di gestire materialmente e logisticamente il lavoro. Questa è la parte più superficiale ed evidente del piano di Trump, Kushner e Al Khayyat. Cosa succede scavando più a fondo?
La fortezza di Sazan
Sarebbe riduttivo pensare che l’isolotto di Sazan sia semplicemente un paradiso naturale, con mare mozzafiato e natura
rigogliosa. Per comprendere meglio la questione relativa all’isola bisogna inquadrarla geograficamente e storicamente. L’isola di Sazan si trova nello Stretto di Otranto, il passaggio largo 72 chilometri che separa l’Albania dall’Italia e collega il Mar Adriatico al Mediterraneo. Si tratta di una delle vie navigabili più strategicamente importanti d’Europa. Per il fianco meridionale della NATO, mantenere la libertà di navigazione attraverso lo stretto è fondamentale. Lo stretto
rappresenta la principale via d’uscita dall’Adriatico, ed è delimitato da Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro e Albania. Sazan non è un’isola vergine: è un formicaio di cemento armato, una cittadella militare fortificata concepita per resistere alle condizioni d’assedio più estreme del XX secolo. L’isola è stata per decenni il fulcro della strategia difensiva del regime di Enver Hoxha, che vi applicò la dottrina della “bunkerizzazione”. Sulla sua superficie di appena 5,7 chilometri quadrati si contano oltre 3.600 bunker emisferici in cemento e acciaio, posizionati strategicamente per coprire ogni potenziale angolo di sbarco. Ma il vero valore strategico risiede nel sottosuolo. Sazan è letteralmente perforata da chilometri di gallerie sotterranee, magazzini logistici, camerate e depositi di munizioni scavati direttamente nella roccia calcarea. Queste installazioni includono rifugi antiatomici e chimici progettati per ospitare una guarnigione permanente di oltre 3.000 soldati in totale isolamento dal mondo esterno.
Sul versante nord-orientale, nella Baia di San Nicolò, la presenza militare si fa marittima: l’isola eredita le banchine fortificate e i moli protetti che un tempo servivano al pattugliamento navale e all’ancoraggio dei siluranti. Quando il fondo privato di Kushner acquisisce la gestione del 90% di questo territorio, non sta semplicemente rilevando un terreno demaniale da edificare; sta ereditando un’infrastruttura difensiva pesante, dotata di accessi marittimi esclusivi e schermata da barriere naturali. Nel contesto contemporaneo, l’acquisizione di un’ex fortezza militare da parte di un fondo privato straniero introduce un concetto d’allarme ben noto agli analisti della difesa: il Dual-Use (Doppio Uso). Come evidenziato dall’analisi geopolitica pubblicata da Wanted in Rome, la linea di demarcazione tra infrastruttura civile ricettiva e avamposto di sorveglianza avanzata è quasi invisibile. Non è necessario schierare batterie missilistiche o navi grigie per militarizzare uno spazio; nell’era della guerra ibrida e dell’information warfare, sono i dati e la connettività a determinare il controllo di un quadrante. L’architettura logistica prevista per i miliardari e i super-yacht si presta a una perfetta riconversione funzionale perfetta per intercettare i segnali radio, mappare lo spettro elettromagnetico e monitorare il traffico marittimo civile e militare. Come sottolinea lo studio di strategia navale pubblicato su ResearchGate, Sazan domina il Canale d’Otranto, il collo di bottiglia fondamentale della Adriatic Highway.
Consegnare la gestione esclusiva di questa piattaforma d’osservazione naturale a un cartello privato legato a doppio filo a Washington e ai capitali del Golfo significa installare un “occhio elettronico” permanente all’imboccatura dell’Adriatico. Un vero e proprio Cavallo di Troia d’intelligence che, dietro la facciata di uno yacht club esclusivo, acquisisce la capacità di monitorare e catalogare ogni flusso logistico ed energetico destinato all’Europa centrale.
La trasformazione di Sazan in una sentinella privata sull’Adriatico solleva un interrogativo geopolitico immediato: a chi serve davvero questo livello di sorveglianza nel cuore del Mediterraneo? Per capirlo, occorre spostare lo sguardo dall’isola e seguire la rotta delle navi cargo e delle pipeline che risalgono l’Adriatico, scoprendo come l’ombra di Kushner si allunghi direttamente sui porti italiani di Venezia e Trieste.
Il lucchetto sull’Adriatico e il filtro anti-cinese
Per comprendere l’impatto reale dell’operazione Affinity Partners sull’isola di Sazan, è necessario allontanarsi dalle coste albanesi e osservare la morfologia del Mare Adriatico. Geograficamente, l’Adriatico non è un bacino aperto; è un vicolo cieco, un imbuto marittimo lungo quasi 800 chilometri e stretto tra la penisola italiana e la catena dei Balcani. Questo imbuto possiede una sola porta d’ingresso e d’uscita: il Canale d’Otranto. Lungo appena 72 chilometri, questo braccio di mare separa il Salento dalle coste di Valona ed è classificato nei manuali di strategia navale come un crucial chokepoint — un punto di strangolamento geopolitico vitale. Qualsiasi nave cargo, portacontainer o petroliera che abbia come destinazione i porti del Nord Italia, della Slovenia o della Croazia deve obbligatoriamente attraversare questa strettoia. Come dimostrato dagli studi sulla posizione geostrategica della Baia di Valona, l’isola di Sazan siede esattamente sul cardine di questa porta. Chiunque acquisisca la gestione esclusiva delle alture e delle installazioni dell’isola non sta semplicemente rilevando un pezzo di terra per farvi turismo: sta posizionando un casello doganale e d’intelligence invisibile all’imboccatura della cosiddetta Adriatic Highway.
Da questa prospettiva, l’Adriatico cessa di essere un mare libero e diventa un bacino sotto sorveglianza privata. In fondo a questo imbuto geografico si trova l’Alto Adriatico, un quadrante marittimo che ospita i terminali logistici più importanti per l’economia dell’Europa centrale. Parliamo dei porti italiani di Trieste e Venezia, affiancati dagli scali di Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia). Tra questi, lo scalo di Trieste rappresenta un asset insostituibile: grazie a fondali naturali profondi oltre 18 metri e a uno status di porto franco unico al mondo, Trieste è storicamente il terminale marittimo europeo più efficiente per la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) marittima di Pechino. Il corridoio adriatico consente alle merci provenienti dalla Cina e dall’Asia — dopo aver attraversato il Canale di Suez — di risparmiare fino a cinque giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali che circumnavigano l’Europa per raggiungere i porti del Nord (Rotterdam o Amburgo). Dai moli di Trieste e Venezia, i treni merci carichi di componentistica e materie prime penetrano direttamente nei mercati di Austria, Ungheria, Baviera e nel cuore industriale della Germania. Controllare il Canale d’Otranto significa, di conseguenza, possedere la chiave d’accesso alla valvola di sfogo commerciale della manifattura mitteleuropea e della penetrazione logistica cinese in Europa. Chiunque metta le mani su Sazan acquisisce la capacità di proiettare la propria ombra direttamente sulle banchine italiane. Nel XXI secolo, il controllo di un corridoio marittimo non si esercita più attraverso i blocchi navali vecchio stile, l’invio di navi da guerra o l’interruzione fisica delle rotte marittime. Un’azione del genere nel Canale d’Otranto violerebbe il diritto internazionale, paralizzerebbe i Paesi della NATO e configurerebbe un atto di aggressione palese. La geopolitica contemporanea opera attraverso lo strangolamento invisibile. È esattamente in questa fessura che si inserisce il progetto della Affinity Partners. Dietro lo specchietto per le allodole del turismo di lusso – fatto di club d’élite, moli protetti ed eliporti privati finanziati dai capitali di Doha – si maschera l’installazione di una sofisticata rete d’intelligence elettronica ed elettroacustica americana e qatariota. Washington ottiene così un vantaggio strategico asimmetrico: una mappatura costante dei flussi di Pechino diretti verso il Nord Italia e la Germania. Questa capacità di tracciamento totale permette agli Stati Uniti di esercitare pressioni d’intelligence e politiche per depotenziare l’attrattiva dei porti di Trieste e Venezia, nel tentativo di deviare i flussi commerciali verso infrastrutture interamente controllate dall’Occidente, come il corridoio IMEC. L’isola di Sazan, sottratta alla sovranità albanese tramite trust offshore olandesi, diventa il lucchetto perfetto per blindare l’Adriatico e porre un pesante freno al commercio tra Cina ed Europa. Se il controllo delle merci che transitano sopra la superficie dell’Adriatico serve a frenare le ambizioni commerciali di Pechino, la partita cruciale si gioca sotto il livello del mare. È lì che viaggiano i tubi d’acciaio e le rotte delle navi gasiere che tengono accese le industrie europee. Ed è lì che l’ombra di Kushner e dei giganti del GNL si trasforma in una morsa energetica pronta a stringersi attorno al TAP.
La morsa del gas
Per comprendere lo scontro energetico che si consuma nei fondali del Canale d’Otranto, occorre partire dai dati strutturali delle infrastrutture esistenti. Il Trans Adriatic Pipeline (TAP), il gasdotto strategico che trasporta il gas dal Mar Caspio fino alle coste pugliesi, passando proprio a ridosso delle acque territoriali di Sazan, rappresenta uno dei pilastri della diversificazione energetica europea. Tuttavia, questa infrastruttura ha un limite invalicabile per i mercati globali: la sua capacità è rigidamente satura. Con una portata attuale di circa 10 miliardi di metri cubi all’anno, il TAP è interamente contrattualizzato a lungo termine per il transito del gas proveniente dall’Azerbaigian, dal giacimento di Shah Deniz. Anche i futuri piani di espansione commerciale, volti a raddoppiare la portata a 20 miliardi di metri cubi, rimangono legalmente e geopoliticamente vincolati alle forniture strategiche di Baku e alle decisioni del consorzio di gestione (in cui l’italiana Snam detiene una quota chiave del 20%).
Per i grandi esportatori di gas d’oltreoceano e del Golfo Persico, il TAP è un imbuto sbarrato: un corridoio strategico controllato da altri attori che non lascia alcuno spazio di penetrazione commerciale al loro prodotto. In questo segmento si inserisce la fulminea contromossa dell’asse atlantico, concretizzatasi a fine aprile con la firma a Tirana di un maxi-accordo energetico da ben 6 miliardi di dollari tra Albania, Stati Uniti e Grecia. Questo trattato commerciale stabilisce una partnership di fornitura ventennale (destinata a coprire il cruciale ventennio transizionale 2030-2050) di GNL statunitense, prodotto dal colosso Venture Global e veicolato nei Balcani attraverso la sussidiaria greca-statunitense Aktor LNG USA. Il cuore logistico di questo accordo è la trasformazione radicale del porto di Valona nel Vlora Energy Hub, una piattaforma energetica pesante che prevede l’installazione di una unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione (FSRU). L’obiettivo strategico è chiaro: poiché il gasdotto TAP è pieno e inaccessibile, gli Stati Uniti creano una via d’accesso alternativa forzando l’ingresso del proprio gas liquefatto via nave direttamente nel network balcanico, per poi spingerlo verso i mercati dell’Europa centrale. E l’isola di Sazan si trova esattamente lì, a fare da barriera naturale e speculare all’imboccatura della Baia di Valona, a pochissimi chilometri di distanza dal futuro rigassificatore. L’intreccio tra la concessione immobiliare della Affinity Partners di Jared Kushner a Sazan e il maxi-accordo sul GNL svela la sua logica più profonda quando si analizzano i flussi di capitale del fondo d’investimento. Il principale finanziatore del fondo di Kushner è il Qatar, gigante mondiale assoluto nell’esportazione di GNL. Consegnare la gestione esclusiva e la privatizzazione di Sazan a un cartello privato controllato da chi vende il gas via nave (USA e Qatar) significa posizionare una sentinella d’intelligence e sorveglianza militare esattamente sopra i fondali dove passa il tubo del concorrente diretto, ossia il TAP, e a protezione strategica del proprio hub energetico di Valona. Non è necessario ipotizzare un sabotaggio fisico o militare, tuttavia non è possibile escludere questa opzione, considerando l’azione condotta finalizzata al sabotaggio del Nord Stream. Il pericolo per il TAP e per la sicurezza energetica europea è di natura prettamente politica, doganale e commerciale. Chi controlla Sazan acquisisce la capacità d’intelligence e radar di monitorare il quadrante, potendo esercitare una pressione geopolitica asimmetrica sul governo di Tirana e sulle rotte adriatiche. In questo modo, l’asse Washington-Doha stringe l’Europa in una morsa silenziosa: da un lato marginalizza il peso strategico del gasdotto euro-azero, dall’altro blinda la sicurezza privata del rigassificatore di Valona, inducendo l’Unione Europea a rinunciare a una reale indipendenza energetica per legarsi strutturalmente alla dipendenza dal più costoso e profittevole gas via nave d’oltreoceano.
Tornando all’intesa trilaterale tra USA, Grecia e Albania, occorre risolvere un paradosso diplomatico emerso durante la firma del maxi-accordo sul GNL a Tirana. I documenti societari parlano chiaro: l’accordo da 6 miliardi di dollari è una partnership tripartita che vede come braccio operativo fondamentale il colosso infrastrutturale greco AKTOR, attraverso la sua sussidiaria AKTOR LNG USA. Eppure, nei comunicati ufficiali del premier albanese Rama, così come nei video istituzionali e persino nei rendering fotografici della cerimonia, la bandiera e i rappresentanti politici della Grecia sono quasi invisibili. Questo oscuramento risponde a precise necessità di politica interna ed estera. In quel periodo, infatti, le relazioni diplomatiche tra Atene e Tirana erano ai minimi storici a causa di durissimi scontri bilaterali legati ai diritti della minoranza greca in Albania – esplosi con il caso politico dell’arresto del sindaco di Himara, Fredi Beleri. Rama non poteva mostrare al proprio elettorato che la sicurezza energetica del Paese sarebbe dipesa logisticamente dal network greco. Per sbloccare lo stallo, è stato necessario l’intervento diretto della diplomazia statunitense: la vera regista dell’accordo visibile nelle foto ufficiali non era un ministro di Atene, bensì Kimberly Guilfoyle, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Grecia. La Casa Bianca ha imposto il superamento delle dispute locali per un obiettivo geopolitico infinitamente più grande.
Il freno ad Ankara
Questo obiettivo superiore ha un nome ben preciso: il contenimento della Turchia. Sotto la guida di Erdoğan, Ankara sta portando avanti da anni la dottrina della Mavi Vatan (“Patria Blu”), una strategia di proiezione navale volta a imporre l’egemonia turca sull’intero Mediterraneo Orientale. Il piano di Ankara è chiaro: proporsi come l’hub energetico insostituibile per l’Europa, il “casello” obbligatorio attraverso cui deve transitare il gas azero (tramite il gasdotto TANAP, che poi diventa TAP. Una posizione di monopolio che garantirebbe alla Turchia un potere di ricatto geopolitico immenso nei confronti dell’Europa.
L’operazione congiunta tra il fondo Affinity Partners a Sazan e l’hub del GNL americano a Valona serve esattamente a disinnescare il monopolio turco. Creando un punto di ingresso alternativo per il gas direttamente nei Balcani e nell’Adriatico sotto stretto controllo privato americano e qatariota, aggirando la Turchia. L’Azerbaijan del leader Ilham Aliyev – che ha recentemente consolidato i suoi rapporti con Washington attraverso storici “accordi di pace”, che de facto sanciscono l’annessione dell’Artsakh ( o Nagorno-Karabakh) da parte azera – rimane un partner affidabile, ma la Turchia viene privata del controllo esclusivo delle rotte. Se l’Europa può rifornirsi massicciamente di GNL via nave a Valona, la capacità di ricatto di Ankara sui gasdotti tradizionali si azzera. L’ultimo tassello del mosaico unisce i Balcani alle fiamme del Medio Oriente. La Turchia ha assunto posizioni di scontro frontale e durissimo contro Israele, minacciando ritorsioni e blocchi commerciali in caso di escalation regionale globale. In questo scenario, la sicurezza di Israele dipende a doppio filo dalle sue retrovie energetiche e logistiche: non è un segreto che l’Azerbaijan sia il principale fornitore di petrolio dello Stato ebraico, coprendo circa il 40% del suo fabbisogno tramite l’oleodotto che arriva al porto turco di Ceyhan, un rubinetto che Erdoğan ha più volte minacciato di chiudere. Pianificare il controllo privato del Canale d’Otranto tramite l’isola-fortezza di Sazan significa per gli Stati Uniti e per i partner del Golfo (come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti) blindare la sicurezza dei transiti marittimi europei e mediterranei fuori dalla portata dei radar e delle ritorsioni di Ankara. Questa strategia si allinea perfettamente alla dottrina dell’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), il corridoio geopolitico alternativo promosso dagli USA che unisce l’India all’Europa passando per gli Emirati, l’Arabia Saudita e il porto israeliano di Haifa, per poi risalire verso la Grecia e l’Adriatico italiano, escludendo totalmente la Turchia. In vista di un possibile conflitto allargato nel Mediterraneo Orientale, il “lucchetto” privato di Sazan assicura che le retrovie energetiche e commerciali dell’Occidente rimangano sigillate e protette nei forzieri di un fondo d’investimento privato americano.
In conclusione, bisogna aggiungere una riflessione in merito alle dinamiche geopolitiche che ridefiniscono il concetto di guerra e conquista territoriale. Nello scenario odierno appare sempre più comune questa dinamica per la quale, il controllo totale su un punto cruciale di un territorio viene sempre meno esercitato “alla vecchia maniera”, ossia militarmente. Lo si legge anche nelle parole del presidente Trump e al suo costante richiamo al disimpegno statunitense dalla Nato, il progressivo allontanamento da organizzazioni e agenzie internazionali, tra i quali l’OMS. Nel contempo, stiamo assistendo alla formazione di “istituzioni parallele”, per così dire. Ne è la prova il Board of Peace e il progetto, portato avanti da Trump e lo stesso Kushner, per la ricostruzione a Gaza. Il controllo di snodi cruciali, fondamentali a livello commerciale e militare, stanno via via subendo un processo di privatizzazione, portato avanti dagli USA e da Israele. Tant’è che, oltre all’isola di Sazan e la laguna di Vjosa-Narta, un tentativo fin troppo simile di “privatizzazione dei territori” sta avvenendo in Ucraina, a Cipro – dove si è registrato un vero e proprio boom di acquisti di terreni, edifici, intere zone, da parte di israeliani molto facoltosi – e anche in Italia, precisamente in Sardegna e in Salento, proprio di fronte all’Isola di Sazan. Questo significherebbe che l’intero Stretto di Otranto, unica porta d’accesso e di uscita dall’Adriatico, su entrambe le sponde, sarà di proprietà non di un unico Stato o di una Confederazione di Stati, bensì nelle mani di privati che fanno capo all’asse USA-Israele-Qatar.
Riferimenti:
- https://www.glistatigenerali.com/europa/speculazione-immobiliare-ucraina/#respond
- https://www.lindipendente.online/2026/06/03/albania-centinaia-in-piazza-contro-il-resort-di-lusso-di-jared-kushner/
- https://www.lindipendente.online/2026/06/05/albania-le-proteste-contro-il-resort-stanno-diventando-una-rivolta-contro-il-governo/
- https://www.lindipendente.online/2025/10/03/una-imprenditrice-vuole-fondare-una-colonia-israeliana-in-salento/
- https://www.lindipendente.online/2025/08/11/il-misterioso-boom-degli-acquisti-immobiliari-da-parte-di-cittadini-israeliani-a-cipro/
- https://www.reporter.al/en/2026/05/29/the-investors-behind-the-trump-familys-albanian-resort/
- https://europeanwesternbalkans.com/2026/04/29/albania-us-and-greece-sign-an-energy-deal-worth-6-billion-dollars/
- https://www.middleeasteye.net/opinion/kushner-island-land-grab-albanians-are-revolting-against-system-not-resort
- https://www.wantedinrome.com/news/why-the-sazan-island-resort-is-bigger-than-a-beach-development.html
- The Italian Navy Shipwrecks as the Witnesses of Vlora Bay Strategic Position Artur Meçollari – Doi: 10.56345/ijrdv9n4s202

