Nell’era del capitalismo finanziario, le grandi holding formano un ecosistema profondamente intrecciato: società leader nel settore turistico detengono quote anche nei mercati globali dell’energia, delle infrastrutture strategiche, della logistica, delle telecomunicazioni e dell’industria militare e della sicurezza. In questo contesto, svendere porzioni del nostro territorio rappresenta una scelta politica tutt’altro che saggia. Ne è un chiaro esempio il recente caso di cronaca che vede una preziosissima area della costa orientale sarda finire nelle mani di questi speculatori.
Il gruppo JHSF, presieduto da José Auriemo Neto, guida questa operazione attraverso una società creata ad hoc, la Tavolara Bay S.r.l., controllata in maggioranza da capitali brasiliani tramite JHSF Capital. Il piano di JHSF prevede la costruzione di un resort extra-lusso sul promontorio di Cala Finanza, occupando circa 50 ettari di macchia mediterranea che si affacciano direttamente sull’Area Marina Protetta di Tavolara – Punta Coda Cavallo. Il progetto include un hotel a cinque stelle, 30 ville private, ristoranti, un porto turistico, un eliporto e un campo da golf.
Sfruttando le procedure semplificate previste per le ZES (Zone Economiche Speciali), JHSF è riuscita a ottenere le relative autorizzazioni. Tuttavia, la Regione Sardegna, il Ministero della Cultura e diverse associazioni ambientaliste si oppongono fermamente. La costruzione violerebbe infatti i rigidi vincoli paesaggistici di inedificabilità imposti entro i 300 metri dalla battigia, creando un grave precedente di aggiramento della legislazione italiana a tutela del territorio. Le ZES sono aree geografiche soggette a una legislazione economica derogatoria rispetto a quella nazionale, ampiamente utilizzate in tutto il mondo. La stessa Cina di Deng Xiaoping ricorse a questi strumenti amministrativi straordinari per rilanciare l’economia di importanti regioni: a 25 anni dalla sua creazione, la ZES di Shenzhen ha visto moltiplicare i propri scambi commerciali di circa 17 volte, raggiungendo un volume di commercio estero pari a 443 miliardi di dollari. In Italia, al contrario, tali meccanismi sembrano essere sfruttati unicamente per favorire gli interessi di un’aristocrazia finanziaria.
José Auriemo Neto vanta investimenti plurimilionari in diverse aree del globo e non è nuovo alla partecipazione a queste forme di esproprio nazionale legalizzato. In Italia ha già destato scalpore con l’acquisto di Palazzo Taverna a Milano, un edificio sottoposto a rigidi vincoli storico-artistici e celebre per essere stato sede della municipalità durante le Cinque Giornate del marzo 1848. Questa élite finanziaria si appropria dei nostri beni più preziosi per il proprio tornaconto, calpestando la nostra storia e distorcendo la memoria del Paese. Anche l’impatto sociale di simili operazioni è tutt’altro che trascurabile: la Sardegna si colloca oggi al 15° posto in Italia per la percezione dei redditi da lavoro dipendente e al 16° per l’ammontare medio degli stessi. I dati sulla povertà del 2024 delineano un quadro allarmante, con circa 128.000 famiglie sarde (il 17% della popolazione locale) in condizioni di povertà relativa.
L’edificazione di un simile polo attrarrebbe ingenti capitali, trasformando l’area in una meta per personaggi influenti. Ciò innalzerebbe vertiginosamente la domanda e i costi dei beni essenziali, creando un’enclave inaccessibile a migliaia di cittadini locali e riservata esclusivamente a un’élite oziosa e irrispettosa della dignità del territorio. La predazione di risorse nazionali strategiche da parte di capitali esteri è ormai una prassi consolidata. Questi ecosistemi finanziari speculano e reinvestono sui mercati internazionali alla ricerca del massimo profitto, svuotando di significato le leggi delle nazioni sovrane e delegittimando l’autorità dei governi. Questi ultimi, troppo spesso accondiscendenti, avallano vergognosamente progetti che calpestano la dignità nazionale, ponendosi in aperto contrasto persino con le istanze di tutela avanzate dalle Regioni e dagli enti pubblici.
Dinamiche analoghe si sono verificate in Albania, per l’isola di Sazan, dove la società investitrice era direttamente legata a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump e a capo di un colosso degli investimenti immobiliari. Queste entità estraggono ricchezza da molteplici ambiti per reinvestirla nei settori più redditizi del.mercato globale, che oggi coincidono con l’energia, la tecnologia e la difesa. Mobilitare capitali enormi in questi comparti li rende attori dominanti e influenti in qualsiasi regione del globo decidano di operare.
Questa logica di sottomissione, in cui lo Stato cede il controllo delle proprie risorse strategiche, non si limita al solo ambito economico-finanziario, ma investe storicamente anche quello geopolitico. L’area di Tavolara, in questo senso, rappresenta un microcosmo emblematico di come l’Italia gestisce il proprio territorio: frammentato tra nuove speculazioni turistiche, storiche proprietà private di grandi famiglie e, non ultimo, porzioni interdette agli stessi cittadini perché concesse dallo Stato italiano alla NATO come base militare fin dal 1962. L’esproprio, che sia dettato dai capitali esteri o da alleanze militari, segue lo stesso principio: la sottrazione del territorio alla comunità.
Questo paradigma si ripete in Sicilia e in innumerevoli altre regioni italiane. L’Italia gode di un assetto geopolitico di vitale importanza, un privilegio che dovrebbe tradursi in autorevolezza e rispetto all’interno del panorama globale. Al contrario, i nostri governi continuano a subordinare il bene comune e l’interesse nazionale a logiche egoistiche e di sudditanza.
In sintesi, la sistematica svendita del nostro patrimonio paesaggistico, storico e territoriale non è un ineluttabile effetto collaterale della globalizzazione, ma un lento e progressivo smantellamento della sovranità nazionale. Permettere che le coste della Sardegna — così come altri snodi strategici della penisola — vengano trasformate in “zone di libero saccheggio” per holding internazionali, significa sacrificare il futuro e i diritti delle comunità locali sull’altare della mera speculazione. È imperativo che le istituzioni tornino a esercitare il proprio ruolo di garanti del bene pubblico, rigettando le logiche di un’economia predatoria prima che il Paese si riduca a una semplice piattaforma privata al servizio esclusivo di interessi stranieri.

