In Italia esiste un settore produttivo che contribuisce al 10% del PIL italiano: parliamo dei liberi professionisti. Sommersi da obblighi e responsabilità non indifferenti queste categorie non sempre sono a conoscenza dei meccanismi di gestione contributiva delle loro casse di appartenenza, in particolare modo quale parte di essa venga gestita direttamente dalle casse per investimenti in azioni, fondi, infrastrutture, banche, ecc.. dei quali non è dato sapere chi siano i soggetti beneficiari degli elevati rendimenti generati. L’ultimo rapporto COVIP del 2024 certifica un attivo di oltre 125 miliardi di euro di cui circa il 60 % vengo investiti in fondi speculativi di Wall street. Gli investimenti immobiliari, che includono le quote di fondi immobiliari e le partecipazioni in società immobiliari controllate dalle casse di previdenza, ammontano a 20 miliardi di euro e vengono investiti nei settori immobiliare e finanziario nelle principali metropoli italiane: Roma, Milano, Firenze e Bologna, ma a vantaggio di una ristretto gruppo di investitori, facente capo alle famiglie della grande borghesia locale che a colpi di concessioni edilizie in via preferenziale ottengono lauti guadagni. Esempio lampante ne sono le inchieste sulle operazioni immobiliari illecite a Milano emerse lo scorso 2025 dove venne citata la complicità illecita di alcune casse previdenziali di ordini professionali1.
È ovvio come un tale approccio di gestione del patrimonio immobiliare e di ristrutturazione urbanistica abbia comportato un inevitabile e costante aumento degli affitti e dei prezzi di vendita delle unità immobiliari nei principali centri urbani del Paese. Guardando ai singoli mercati metropolitani, a Milano si nota un rialzo dei prezzi di vendita pari al 2,2%: rimane la città più cara d’Italia, con un costo medio di 5.551 €/mq. È però Firenze la città con l’incremento più significativo dei prezzi su base annua (+7,9%), seguita da Roma (+6,9%).
In questo modo si crea una filiera di gestione del risparmio che parte dal piccolo risparmiatore e arriva alle grandi operazioni finanziarie e immobiliari finalizzate ad investire in opere urbanistiche rilevanti dalle quali importanti società private ne ricavano la grossa fetta dei benefici.
La crisi del capitale finanziario del XXI secolo costringe la grande borghesia facente capo alle più importanti società di gestione patrimoniale private ad estrarre ricchezza dal piccolo risparmio. Buona parte del patrimonio attivo delle casse previdenziali viene investito all’interno di organismi di investimento collettivo immobiliare e di gestione del risparmio con sede all’estero. In Europa (ed in particolare modo in Italia) circa l’80% degli organismi di investimento ha sede fiscale ed amministrativa in Irlanda, Lussemburgo e Stati Uniti ed è realistico ipotizzare che buona parte dei 67 miliardi investiti dalle casse professionali, pari al 55 % dell’attivo totale, sia inevitabilmente esposto alle oscillazioni dei mercati esteri globali. Anche in questo caso è evidente come il risparmio privato venga utilizzato dalla élite nazionale ed internazionale per i propri interessi mentre i costi vengono scaricati principalmente sui consumatori diretti, in considerazione anche della crisi del debito privato che la finanza globale sta vivendo soprattutto negli ultimi anni. Parte dell’attivo gestito dagli organismi di investimento infatti viene investito in fondi di credito privato che proprio in quest’ultimi anni stanno vedendo una costante riduzione delle quote di investimento elargite dai più grandi speculatori finanziari del pianeta: Black rock e JP Morgan.
Dal punto di vista dei contributi previdenziali da lavoro dipendente, la gestione segue dinamiche predatorie analoghe, sostenute da politiche di austerità come il Fiscal Compact, con il chiaro obiettivo di depauperizzare le autonomie nazionali.
Secondo le evidenze fornite negli anni da ISTAT, Ragioneria Generale dello Stato e Corte dei Conti, le riforme pensionistiche succedutesi a partire dagli anni Novanta hanno prodotto un ridimensionamento strutturale della spesa previdenziale italiana. Si è trattato di interventi che hanno modificato in profondità i meccanismi di calcolo e di adeguamento delle pensioni, determinando una riduzione della spesa rispetto a quanto sarebbe avvenuto in assenza delle riforme.
Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo (riforma Dini) e l’inasprimento dei requisiti anagrafici e contributivi (culminati nella riforma Fornero del 2011) hanno comportato una riduzione della spesa pensionistica potenziale nell’ordine di 1,5/2 punti di PIL annui rispetto allo scenario previgente, pari a decine di miliardi di euro l’anno.
Sul piano individuale, l’effetto più evidente è la riduzione del rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione. Se nel sistema retributivo tale rapporto poteva collocarsi intorno al 70/75%, con il regime contributivo si attesta più frequentemente tra il 50% e il 60%, con una diminuzione potenziale dell’assegno nell’ordine del 15/25% rispetto al passato, a parità di carriera.
Queste misure hanno trasferito una quota crescente del rischio pensionistico sui singoli lavoratori, rendendo più rilevante il ruolo della previdenza complementare e della gestione dei fondi pensione con tutti i rischi del caso, più sopra descritti.

