Di Giannetto Edoardo Marcenaro
La “Descrizione Generale del Pensiero” è una serie di sette volumi, in cui è presentata una filosofia trascendentale, come insieme di analisi critiche di certe conoscenze, cioè nozioni in quanto oggetti della mente, definite in tutte le loro relazioni interne ed esterne che determinano le condizioni della possibilità
di quella certa conoscenza, di quel certo sapere ben preciso. Si tratta dunque di una serie di libri che intendono presentarsi come scienza in relazione alle condizioni per cui una certa conoscenza può essere data come oggetto attuale concretamente nella mente umana, e dunque possono essere definiti come
“metafisiche”, epperò dal punto di vista kantiano: ossia, appunto secondo la definizione dell’acuto uomo prussiano, scienza delle condizioni della possibilità della conoscenza, e non nozioni riguardanti presunti oggetti dei quali non abbiamo avuto nessuna esperienza sensibile e che sarebbe pertanto assunte in assenza di prova alcuna.
Il carattere più distintivo e più significativo della “Descrizione Generale del Pensiero” è però un altro, ed ossia quello di consistere di una sintesi delle due maggiori tradizioni di pensiero nella storia, ovvero il pensiero orientale –inteso Induismo,
Buddhismo, e in particolare Daoismo– e il pensiero occidentale –inteso Platonismo e Aristotelismo, razionalismo ed empirismo, idealismo e materialismo: essendo una sintesi di queste due tradizioni di pensiero conserva il valore di entrambe, superandole, ovvero offrendo una prospettiva distinta da ciascuna
di esse su questioni che all’interno, nei termini, di una e dell’altra, sono reciprocamente irrisolvibili.
Questa serie di libri dunque costituisce, in quanto sintesi del pensiero orientale e di quello occidentale, un’operazione che non è mai stata tentata prima, ma la ragione per cui non è mai stata tentata è più che altro la convinzione estremamente radicata, che appare impossibile da scalfire, negli ambienti accademici dei dipartimenti di filosofia delle università borghesi, che queste due tradizioni siano del tutto incompatibili, inconciliabili, che non possano essere coniugate in alcun modo, poiché i loro mezzi e scopi sono fondamentalmente divergenti, tanto che il pensiero orientale spesso non è considerato nemmeno filosofia, perché non adotterebbe quello che è riconosciuto dall’Occidente come il criterio per cui si definisce la filosofia, e cioè indagine razionale della realtà secondo logica.
Questa opinione poi resiste da lunghissimo tempo, nonostante il fatto ben noto, ma custodito severamente dagli addetti ai lavori, che il più grande logico della storia sia stato Nagarjuna, un filosofo indiano della scuola Madhyamika del buddhismo, vissuto tra il II° e il III° secolo, la cui comprensione dell’epistemologia, cioè della conoscenza nella sua struttura più generale in Occidente sarebbe stata raggiunta da Immanuel Kant
soltanto 1,500 anni dopo. Anche in Oriente la logica quindi è stata molta attentamente considerata, e Nagarjuna, in uno dei suoi libri intitolato “Mulamadhymakakarika”, cioè “La saggezza fondamentale della Via di Mezzo”, si impegna, riuscendovi in modo impeccabile, a distruggere qualsiasi posizione che intenda affermare l’esistenza di qualsiasi essenza inerente in uno qualsiasi dei fenomeni: egli infatti da buddhista intendeva difendere l’interdipendenza di tutti i fenomeni e nel fare questo esegue una meravigliosa confutazione della nozione di causa ed effetto.
Ci sono insomma le basi storiche e filosofiche per eseguire la sintesi di cui la “Descrizione Generale del Pensiero” è un esempio compiuto. Non si tratta quindi di un’impresa incredibilmente complessa o difficile, e non è mai stata compiuta anche perché non vi è alcun interesse da parte delle istituzioni dell’ordine costituito a mettere in discussione la tradizione che in Occidente si pretende essere superiore dal punto di vista conoscitivo a quella orientale.
Come è stata compiuta questa sintesi? In poche parole, adottando la nozione fondamentale del pensiero orientale, presente sia nell’Induismo, che nel Buddhismo, ma in modo più esplicito e diretto nel Daoismo, dell’unità nella congiunzione di due componenti che sono contrarie ma complementari, indissolubilmente congiunte, e quindi distinte ma coincidenti in quella unità, nella cui apparenza come fenomeno si alternano sostituendosi l’una all’altra vicendevolmente, poiché essendo inseparabili si contengono l’una con l’altra, emergendo ciascuna dal proprio contrario.
L’operazione eseguita nella “Descrizione Generale del Pensiero” perciò è consistita nell’adottare questa nozione, applicando la struttura logica essenziale delle sue relazioni formali secondo la procedura del ragionamento dimostrativo caratteristica della ricerca filosofica nel pensiero occidentale. Da questo punto di vista dunque, innanzitutto, quest’opera convergeva sin dall’inizio della sua ideazione, sebbene non fosse stato per nulla preventivato, al pensiero del materialismo dialettico, cioè quello che storicamente è conosciuto come Marxismo-leninismo, poiché da una parte il pensiero del materialismo dialettico, per come è stato espresso sia da Lenin che da Mao è proprio la nozione dell’unità nella congiunzione dei due contrari –benché sia l’uno che l’altro adottassero una terminologia ancora affetta da residui di dogmatismo, definendo le due componenti dell’unità come opposte– e dall’altra parte, per la stessa struttura dell’opera nel suo insieme, nella quale si intendeva in primo luogo dimostrare in modo necessario la fondamentale divergenza, lo iato incolmabile, tra esistenza organica, ovvero la produzione spontanea dei fenomeni della vita, ed esistenza meccanica, in quanto strumento.
E dunque: siccome lo strumento è un manufatto l’intero discorso implicava la necessità di giungere a considerare l’unica attività che concretamente può essere responsabile di un tale fenomeno, un manufatto, ed ossia certo il lavoro umano, dove quest’ultimo, bene lo sappiamo, è il punto centrale della riflessione Marxista-leninista riguardo all’organizzazione della società, i rapporti tra gli umani, e quelli tra gli umani e lo stesso ambiente organico nel quale vivono: e infatti, nella redazione dell’ultimo dei libri di questa serie, “Sulla forma generale degli eventi, ovvero Metafisica della storia umana”, si sono rivelate
centrali le nozioni di “lavoro-umano”, “valorizzazione della forza-lavoro”, e “dinamica-economica”.
Quest’opera nel suo insieme quindi si configura come un percorso al di fuori del labirinto, incomprensibile, interminabile, del pensiero dogmatico, e cioè quel pensiero che considera ciascun oggetto unilateralmente, comprende ciascun fenomeno come separato essenzialmente da tutti gli altri, e governato da
una sequenza indeterminata di cause ed effetti, le quali dall’esterno impongono a ciascuno fenomeno l’andamento del proprio sviluppo. Per mezzo di questi libri perciò viene delineato un tragitto che possa avviare alla maturazione di una compiuta visione del mondo materialista dialettica, il che vuol dire appunto superare la nozione della relazione di “causa-ed-effetto”: come già infatti diceva Nagarjuna, non esistono cause ed effetti, non c’è nessuna causa e nessun effetto, ci sono piuttosto insiemi di condizioni efficienti che congiuntamente determinano nel presente –cioè non nell’ordine del prima e del poi, perché la causa deve venire prima e l’effetto dopo– in modo reciproco il potenziale dello sviluppo dell’espressione del carattere di ciascun fenomeno compreso nelle relazioni di tale insieme, i fenomeni cioè sono tutti interdipendenti. Non vi è alcun separazione tra un fenomeno e l’altro, nei fatti. In questo modo possiamo vedere un aspetto politico di quest’opera, poiché essa, per la sua stessa struttura, per come è stata concepita, presenta un’alternativa al pensiero oggi domi-
nante, quello dogmatico, e quindi come l’ultimo volume mostra ridefinendo una serie di nozioni cruciali nella dinamica delle relazioni sociali che noi viviamo oggigiorno, può fornire il materiale, i contenuti per valutare certi fenomeni culturali ed eventi storici, che si sono sviluppati nel contesto del pensiero dogmatico, non solo rispetto alle relazioni tra gli umani, e quindi all’organizzazione della società e in ultimo allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche rispetto alla relazione con l’ambiente organico, da un punto di vista diverso, e in questo può offrire un contributo ad una comprensione più chiara e distinta degli immensi problemi che oggi dobbiamo affrontare, in modo da riuscire ad individuarne la radice e rimuoverla.
Come disse qualcuno, d’altronde, non si può risolvere un problema utilizzando lo stesso sistema, metodo, pensiero che lo ha creato. La convergenza tra la “Descrizione Generale del Pensiero” e il pensiero del materialismo dialettico poi si concretizza in modo evidente ed esplicito nel sesto di questi sette libri, che è intitolato appunto, come già suggerito, “Sulla forma generale dello strumento, ovvero Metafisica dell’esistenza meccanica”, nel quale, a prescindere dalla prima parte in cui si definiscono le condizioni della possibilità di tale conoscenza –della nozione dell’esistenza meccanica e del suo concetto– si descrive in modo del tutto lineare il processo di sviluppo dell’attualità dell’esistenza meccanica dal suo compimento minimo alla massima espressione del suo potenziale. Si definiscono cioè le componenti della dinamica dialettica, appunto, della manifestazione degli strumenti come oggetti concreti, fenomeni materiali, dinamica che è alternanza di stadi contrari uno all’altro ciascuno dei quali ripresenta e conserva il potenziale di quello precedente accrescendolo e trasfigurandolo in una nuova figura, un nuovo valore-d’uso, e quindi superandolo. Per comprendere questi libri dunque è necessario pensare dialetticamente, e pensare dialetticamente vuole dire considerare ciascuna unità come una certa componente costituita da due componenti, contrarie e complementari, ciascuna delle quali è data a sua volta come unità, costituita da due componenti, altrettanto contrarie e complementari, e queste due a loro volta
allo stesso modo in quanto unità, e così via.
Nella distinzione di tutte queste componenti dunque si ottiene la definizione completa delle relazioni interne dell’unità di partenza, ma ciascuna di esse entra in relazione anche con altre componenti esterne a quella unità, e ciascuna di queste ultime con altre ancora, e così via, distinzione nella quale si ottiene la
definizione delle relazioni esterne rilevano dell’unità da cui ha preso inizio l’analisi. Lo strumento, così, dal punto di vista dialettico è innanzitutto
un insieme di parti, quindi un oggetto che è costruito, è messo insieme da qualcuno, che non cresce, cosicché non è vivo, né può diventarlo a qualsiasi condizione, e tutto ciò che cresce non è costruito.
È facile qui vedere come l’attualità di questa stessa semplice nozione, di una unità che come oggetto concreto in quanto fenomeno è un insieme di parti, avrà un peso di grande rilevanza nella storia umana, contribuendo, nel lunghissimo termine, alla dinamica per cui la mente umana arrivi a convincersi che
l’intero Universo, il cosmo, la realtà tutta, siano in effetti un tale insieme di parti, cioè attualità dell’esistenza meccanica, la quale per definizione richiede logicamente un produttore, che compia un’attività equivalente a quella del lavoro umano, per quanto incomprensibile certo per la mente umana: e così possiamo pensare a Leibniz, e al suo “dio orologiaio” che costruisce una macchina perfetta che una volta messa in modo procede autonomamente nelle sue attività, o Cartesio, con la nozione dell’“animale macchina”, o il “Dio creatore” che costruisce le figurine modellando la creta nella mitologia biblica.
Un altro carattere della definizione dello strumento, in quanto che è costruito, è che il suo sviluppo è sempre e in ogni caso dipendente dall’attività che lo produce, ovvero dal lavoro umano, da una parte, e dall’altra dalla conoscenza che determina quella attività, secondo certi ben precisi vettori del movimento
eseguito, in termini di velocità, direzione, ed intensità, e che devono essere proprio quelli perché si ottenga un certo prodotto e non un altro.
Se prendiamo un martello, per esempio, sono necessari ben precisi movimenti eseguiti secondo un certo ben preciso ordine nella sequenza della lavorazione perché si ottenga il prodotto concreto del lavoro umano che corrisponde al valore-d’uso che un martello costituisce, e la capacità di eseguire tali-e-tali ovimenti è l’espressione pratica dell’acquisizione di una conoscenza acquisita nella propria esperienza nella società, e devono essere proprio quei movimenti perché l’oggetto possa esibire quelle funzioni e risulti quello che viene riconosciuto come lo strumento che esegue quella funzione socialmente.
La figura stessa del martello pertanto, la sua stessa apparenza come valore-d’uso, è l’immagine dell’interezza dei movimenti che sono stati eseguiti per produrlo, per modellare il legno, per arrivare a modellare il legno, e per foggiare il metallo, e ottenere questo, e poterlo fondere, ed ossia, secondo appunto il
Marxismo-leninismo, essa è concretamente la coagulazione materiale del lavoro umano che l’ha creata, in quanto valore e valore-d’uso.
Ma non solo, poiché quella figura è anche l’immagine, implica il potenziale, di tutti quegli atti che per mezzo del martello, per esempio, possono essere eseguiti, di tutte le funzioni a cui esso può assolvere appunto all’atto pratico, cosicché tale figura è la coagulazione non solo del lavoro umano che l’ha realizzata, ma anche del lavoro umano che può essere compiuto per suo mezzo, in quanto quello specifico valore-d’uso, attuale come manifestazione concreta della conoscenza che fornisce la capacità di ottenere il risultato socialmente accettato come prodotto di quel certo lavoro umano. Questa conoscenza così, che è la condizione necessaria perché si possa eseguire il lavoro umano con cui il martello viene prodotto, e che determina il movimento in quanto tale-e-tale lavoro in quanto che altera il materiale, consiste di un insieme di vettori, in quanto oggetto mentale, dal punto di vista della conoscenza, che è compresa come una procedura ridotta ad uno schema di vettori, cioè di direzione in cui il movimento deve svilupparsi per raggiungere quel certo compimento. Lo strumento dunque in quanto conoscenza è la ristrutturazione tecnica di un atto concreto, e cioè riorganizzazione logica compiuta dall’intelletto dei vettori di quell’atto che si coagulano in una figura geometrica tridimensionale, che vale come un progetto, e dall’altra parte quando un oggetto, uno strumento in quanto manufatto è stato costruito è riproduzione meccanica di quell’atto, che dunque in quanto ripresenta trasfigurato un certo potenziale valorizzato, che di per sé implica un minore dispendio di energie, e quindi un aumento della produttività del lavoro eseguito, e con ciò una crescita del valore aggiunto disponibile all’attività degli umani.
Siccome poi lo sviluppo dello strumento è dipendente, ne consegue necessariamente che anche il suo movimento non può che essere tale, cioè dipendente. Se consideriamo sempre il nostro martello, questo è evidente da sé, perché il martello a nessuna condizione potrebbe mai eseguire la funzione che esso
può compiere a meno che un individuo umano non lo prenda in mano e fornendovi l’energia, il potenziale di azione, del movimento che esso implica, ottenga il compimento del suo potenziale. Siccome però abbiamo visto che la dinamica dialettica procede per stadi contrari, lo sviluppo del potenziale dell’esistenza meccanica consiste della graduale manifestazione del movimento, sì dipendente, ma nell’apparenza del suo contrario e quindi di un movimento autonomo che gli strumenti a date-e date condizioni possono compiere. Dal punto di vista dialettico dunque ci sono cinque specie di strumenti – numero che non è arbitrario, ma dipende dalle relazioni logiche del pensiero del materialismo dialettico– ciascuna delle quali è associata ad una propria specifica funzione tecnica strumentale, e poiché lo sviluppo procede verso il movimento autonomo nella prima specie degli strumenti vi sarà solo l’apparenza di tale potenziale, che in quelle successive si compierà gradualmente in attualità.
La prima specie così la chiamiamo attrezzo, le sue parti sono fisse e la funzione strumentale è analogica: se pensiamo ancora al nostro martello, vediamo infatti che tale attrezzo è propriamente la riproduzione meccanica di un braccio che nella mano impugna un oggetto contundente che può essere usato per colpire o frammentare un altro oggetto. La seconda specie invece la chiamiamo meccanismo, nel quale le parti sono mobili, e la funzione è binaria, naturalmente, poiché tali parti, nel loro essere mobili, possono trovarsi esclusivamente in due stati, l’una rispetto all’altra: o in movimento, oppure immobili. In entrambi questi casi il movimento rimane dipendente, ma il meccanismo conserva il carattere dell’insieme di parti superando il potenziale dell’attrezzo poiché quelle parti sono diventate mobili e non sono più fisse. La terza specie degli strumenti quindi è quella in cui si manifesta il movimento autonomo e la chiamiamo macchina, che è innanzitutto motore, specificamente appunto, macchina-di-base, e produce il movimento autonomo perché include al suo inter-
no una fonte di energia, in quanto combustibile, prima fornito da un individuo umano.
La sua funzione strumentale è seriale, poiché è nella sequenza lineare della successione dei pezzi che trasmettono il movimento che si manifesta il movimento autonomo come prodotto che può essere posto in uso per mezzo dell’albero motore. La macchina-di-base conserva il carattere di insieme di parti che sono mobili ma supera il potenziale del meccanismo compiendo un movimento autonomo che rimane comunque dipendente dalla disponibilità del combustibile. La quarta specie allora sarà una macchina il cui movimento autonomo non richiede al suo interno il combustibile, ma che usa una forma di energia alternativa, e la chiamiamo perciò macchina elettrica, nella quale il movimento autonomo è presentato innanzitutto come flusso di corrente, che è movimento specificamente elettrico.
La sua funzione certamente la chiameremo differenziale, e prevede la ristrutturazione tecnica della macchina-di-base, del motore stesso, che in quanto elettrico può convertire in un certo movimento autonomo l’energia che ha a disposizione. Essa conserva il carattere di produrre un movimento autonomo anche se non necessariamente di parti mobili, ma supera il potenziale della macchina compiendo tale movimento in assenza di un combustibile, rimanendo comunque dipendente dalla macchina che fornisce l’energia elettrica, cioè l’alternatore, p.es. nella centrale elettrica, il quale consiste come ristrutturazione
tecnica della simulazione della combustione.
La macchina elettrica più avanzata di tutte poi sarà il sensore, in quanto fotocellula, cioè macchina elettrica che può ricevere all’interno del proprio perimetro un segnale, proveniente dall’esterno, che chiamiamo informazione, e il sensore è a sua volta la ristrutturazione dell’alternatore stesso.
Infine vi sarà una macchina che non solo può ricevere informazioni, ma anche gestirle, produrle, e modificarle, cioè la macchina elettronica, o appunto informatica, che in generale equivale a un sensore che è calcolatore, ovvero riproduzione meccanica di una conoscenza in quanto procedura, cioè in quanto
atto, la cui funzione è ovviamente digitale, e il cui movimento autonomo è innanzitutto quello elettrico.
La macchina elettronica più avanzata però è l’automa, ed ossia una macchina che non solo è un insieme di parti, che sono mobili, e che può compiere un movimento autonomo senza necessità di combustione interna, ma che per mezzo di una fotocellula voltaica quale sensore che riproduce l’alternatore può
produrre e immagazzinare l’energia che è richiesta per il suo funzionamento. L’automa così conserva il carattere di essere un insieme di parti mobili che può eseguire un movimento autonomo non soltanto elettrico, e supera il potenziale della macchina elettrica essendo dotato di una parte che sostituisce
la sua dipendenza dall’alternatore. Sorvolando qui su alcune conclusioni che si possono trarre dalla comprensione della definizione completa dello strumento in quanto attualità dell’esistenza meccanica –p.es. che la realtà della macchina non è altro che simulazione digitale, una serie di 0 e di 1, o il paradosso della radicale impossibilità dell’esistenza meccanica nella dinamica della produzione spontanea, contestuale alla sua attualità effettiva, o ancora che tale attualità richiede necessariamente una alterazione radicale dell’ambiente organico e del comportamento umano– si può concludere questa breve riflessione sottolineando l’aspetto politico che emerge dall’analisi.
Sì perché, tutto il valore prodotto anche dalla macchina più avanzata rimane sempre e comunque il prodotto del lavoro umano, perché essa stessa, questa macchina avanzatissima, in un modo o nell’altro non è che coagulazione di tale lavoro, dato come attività concreta in quanto lavoro intellettivo o manuale, il quale è condizione necessaria della sua esistenza, cosicché qualsiasi rendita riconosciuta ad un individuo che non sia connessa in modo diretto ad una certa quantità di lavoro eseguito concretamente da quell’individuo, e quindi la rendita fondiaria, finanziaria, o il plusvalore non ha alcuna giustificazione logica o economica, né dunque ha alcuna giustificazione logica o economica qualsiasi organizzazione sovrastrutturale della società che sia stata costituita a partire dal riconoscimento di una rendita che non sia giustificata.
Qui poi abbiamo parlato di strumenti in senso stretto in quanto mezzi della produzione, ma è chiaro che la stessa dinamica in quanto dialettica, in cui il potenziale e il valore si conserva e aumenta da uno stadio all’altro del compimento del potenziale nella trasfigurazione dell’apparenza dei fenomeni, non può che valere allo stesso modo anche per qualsiasi altro manufatto, in cui concretamente l’applicazione del lavoro conserva, accresce, trasforma, l’espressione delle tradizioni e della storia di coloro che compiono questo lavoro, che si tratti perciò di oggetti che hanno un carattere tecnico oppure estetico.
Anche i prodotti che diremmo artistici infatti sono attualità dell’esistenza meccanica, evidentemente, e l’attività dell’artista vale senz’altro come lavoro umano, poiché applica la propria forza-lavoro ad un materiale alterandolo concretamente e producendo un oggetto nuovo, che è un valore e valore-d’uso la
cui utilità però è applicata direttamente sulla psiche di colui o colei che ne fruisce.
Arte e tecnica infatti hanno una stretta correlazione, a dispetto di molte convinzioni, assolvendo a funzioni che sono complementari dal punto di vista esistenziale: come afferma l’ultima conclusione del libro, infatti, la tecnica è il tentativo di rimediare al dispiacere, mentre l’arte è il tentativo di rimediare al
dubbio, e quel dispiacere, risulta proprio da quel dubbio. Il dubbio che vi sia in effetti un ordine nel tutto per il quale ciascuno come individuo, e l’intera umanità come specie possa trovare un posto e un ruolo, una propria funzione e posizione nel cosmo, e dunque un senso ed un valore dell’esistenza.
L’arte si sviluppa proprio perché nel corso del processo storico la comprensione di un ordine in cui sia giustificato alla mente quel senso e quel valore va perduto, e l’opera d’arte è l’oggetto che tenta di rievocarlo, senza poterci mai riuscire. Ma un tale dubbio, sul senso e sul valore dell’esistenza, implica una sofferenza della psiche, una sensazione di vacuità che si manifesta come malessere, e dunque dispiacere, ma che può essere lenito dall’abbondanza che la tecnica, pur non potendo nemmeno essa risolverlo, può fornire rispetto ai mezzi materiali di tale esistenza.
Dal punto di vista invece più strettamente pratico invece da una parte l’arte è subordinata alla tecnica, perché è la tecnica che perlopiù fornisce alla qualità artistica i mezzi, cioè appunto gli strumenti per cui si possono realizzare le sue funzioni concrete, le opere d’arte, e dall’altra parte tuttavia è la tecnica ad
essere subordinata all’arte poiché è in vista del compimento delle funzioni di quest’ultima, della produzione di tali-e-tali opere d’arte, secondo i movimenti determinati dall’arte, che la tecnica deve fornire quegli strumenti.
Vediamo così, come nel corso del processo storico arte e tecnica, nella loro interazione, nella concatenazione delle dinamiche dialettiche del loro sviluppo arrivino a fondersi, prima nella fotografia, e poi nel cinema, in una dinamica che ricalca in modo preciso quella dello sviluppo del potenziale degli strumenti
stessi, che procede dalla staticità, alla manifestazione di un movimento, per quanto solo di immagini.
Per concludere dunque, le peculiarità, specificità, dei manufatti, dei costumi, dei simbolismi, caratteristiche dell’una o dell’altra cultura o popolo, risultato della conoscenza e del lavoro che conserva e trasforma una tradizione, nelle quali si manifesta l’espressione del loro proprio modo di sentire e di comprendere il mondo, e per mezzo delle quali i popoli e le culture possono comunicare l’una con l’altra; ebbene, queste peculiarità dal punto di vista dialettico sono altrettante declinazioni distinte di una stessa esperienza, a cui tutte per mezzo di una stessa dinamica giungono a convergere, e cioè l’esperienza umana nel mondo.
Vedere dunque in questa immensa varietà la continuità costituita dalla dinamica dialettica del lavoro umano può forse rendere possibile riconoscere noi stessi nell’altro, e l’altro in noi stessi, ponendo le basi per una comprensione reciproca in cui si possa costruire un mondo di pace e benessere per tutti, nessuno escluso.
