Città anonime
Non più città; solo business

Ogni anno si ripetono classifiche sulla qualità di vita nelle città. I paradigmi utilizzati sono sempre di “ordine quantitativo”. Il neopositivismo senza contrapposizione dialettica, in cui versiamo rende la quantità un dato naturale, per cui la qualità relazionale di una città non emerge realmente, ciò che viene definito qualità sono i servizi che la città offre, i quali sono importanti, e ciò è indubitabile, ma ciò che manca è l’essenziale, ovvero la qualità delle relazioni nelle città e nei quartieri. I servizi sono quasi sempre a pagamento… I numeri non comunicano la “qualità reale”, ma registrano la presenza di servizi. Tra i paradigmi il più ignorato è il senso della comunità degli abitanti. La qualità di un luogo dipende dal sentirlo e pensarlo come parte della propria storia nel presente e nel futuro. Ora, se guardo alla città dove vivo non posso che constatare che, similmente al resto della nazione, le grandi città in particolare, essa è solo business. Le case da luoghi in cui si trasmette la vita, la si cura e la si apre al futuro sono ormai “case per affitti brevi”. Le famiglie residuali sono costrette a spostarsi in periferia. Si tratta di una deportazione per costrizione economica. La città è estesissima, le periferie distano una decina e più di km dalla città storica. La città si svuota, di conseguenza, della popolazione residente, ma si continuano ad abbattere edifici storici per costruire i nuovi edifici green rigorosamente per benestanti. La memoria scompare per far spazio ad una città sempre più anonima. I piccoli teatri sono scomparsi e al loro posto campeggiano palazzi. Sarebbe interessante far rientrare il consumo di suolo tra i paradigmi principali che indicano la qualità di vita. Il suolo consumato è business, per cui si trasformano scampoli di ambienti naturali e vestigia del passato industriale e manifatturiero per porli sul mercato, e spesso si definisce tale trasformazione come “riqualificazione”. L’esclusione è il fondamento del “nuovo” che avanza, se non hai denaro, e bisogna averne tanto, non sei incluso, pertanto è il denaro che fa il cittadino. Coloro che sono inclusi usano la città e i loro servizi, ma non fanno comunità.

L’unico suono che costantemente risuona è il roteare sul selciato dei trolley. I trolley ci ricordano che tutto è instabile e che la città è solo una sconosciuta da usare, pertanto resta una “sconosciuta” dove soggiornare per morderla e berla velocemente, come una pubblicità di decenni che incantava il mondo liberal che si affacciava con la sua “Milano da bere”. Pubblicità profetica, ora le città sono luoghi da bere e da mangiare divorandole e non solo simbolicamente.

Mia madre novantenne mi chiede come sia possibile che le case non siano più luoghi etici per le famiglie, ma sono contenitori di consumo e di sosta brevi. Esse sono snaturate dal loro senso ripete incredula. La verità non necessita di grandi ragionamenti per palesarsi a noi.

Il business che avanza svuota ogni realtà del suo fine oggettivo. Gli affitti brevi hanno fatto schizzare in alto gli affitti ed essi consentono alla media-alta borghesia di avere introiti. Il lavoro e la produzione sono ormai secondarie, in una città che aveva nel lavoro, specie nel commercio, la sua fonte primaria di reddito, ora è la rendita a segnare le differenze sociali. Il turismo dei crocieristi che si riversano nella città congiuntamente agli affitti brevi danno un volto malinconico ad una città che si sente assediata. Tavolini e grida di consumatori distratti e gaudenti accerchiano le chiese storiche, la cui bellezza e il cui misticismo sono oscurati dalla presenza incombente degli avventori. Ascoltare messa è un’impresa, le grida si uniscono ad un afflusso di turisti che entrano curiosi in costumi non consoni al luogo. Per le strade e nelle case il dialetto scompare sostituito dalle lingue e dai linguaggi che passano veloci tra i vicoli.

Il dialetto scompare per una serie di motivi complessi, nel dialetto è conservata la storia e la saggezza di un popolo e del popolo, al suo posto regna un inglese anonimo ed essenziale. La colonizzazione celermente avanza e produce un senso di estraneità sempre più radicale e malinconico. La città di nessuno è tra di noi. Il dialetto è senso di appartenenza, mediante esso ci si sente parte di una storia e si entra in relazione; tutto questo declina e al suo posto non restano che case in cui si avvicendano turisti frettolosi di godere e di divertirsi. Sciamano per il centro storico e per la città con biciclette e trenini, la città è un immenso luna park. Ci i si sente sempre meno parte di una cultura comune, la quale non si compra e non si vende, ma si forma con una lunga sedimentazione che è stata spazzata via. La cultura di un popolo è la sua anima, e una città o nazione che la perde è solo un bel deserto per turisti.

La violenza ha tra le sue motivazioni anche il senso di alienazione rispetto ad una città sempre più a disposizione solo per agiati e ricchi.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, così scriveva, ne “Il Piccolo Principe” Antoine de Saint-Exupéry. La relazione è l’invisibile che rende una città comunità di idee e di viva solidarietà, tutto questo manca, e tutto è conseguenza.

Tutto questo non è un caso con L’UE la sovranità nazionale è stata ridimensionata e con essa l’identità culturale degli stati, pertanto le città di riflesso sono l’immagine compiuta del multinullismo culturale dell’ideologia liberale, la quale ha come obiettivo la riduzione dell’Europa a un immenso mercato al traino dell’export, anche umano. Deve prevalere in ogni dimensione e circostanza il flusso di merci e di persone sradicate da ogni progettualità, non è un caso che la casa di proprietà sia sempre oggetto di attacchi e di provvedimenti legislativi tesi a rendere impossibile il suo possesso.

La speranza dinanzi al “nuovo che avanza” nella forma del nichilismo è che ciò che si vede e si percepisce non è tutto, per cui, forse, forze etiche e politiche si stanno organizzando per salvare ciò che resta di una civiltà che declina e tramonta nel tintinnio del business.