Si apre con una citazione di Pio IX, “Benedite, gran Dio, l’Italia”, il documento contenente la “base ideologica e programmatica”1 di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci.
Forse senza rendersi conto dell’ironia i “futuristi” hanno voluto esordire con proprio quella frase che, nel febbraio del 1848, illuse i patrioti italiani sul sostegno del pontefice alla causa nazionale. Sarebbero dovuti passare solo pochi mesi perché Mastai-Ferretti mostrasse la sua vera natura, ritirando i propri soldati dalla guerra contro l’Austria, appoggiando i Borbone nella repressione dei democratici meridionali e chiamando all’intervento quelle potenze europee che avrebbero soppresso nel sangue la Repubblica Romana, allontanando di un altro decennio la realizzazione del sogno di un’Italia unita.
Similmente, migliaia e migliaia di persone oggi vedono in Vannacci l’alfiere della lotta per la sovranità nazionale, e ne sostengono attivamente il progetto politico. Quanto tempo dovrà passare perché anche lui, come già accaduto a Salvini e alla Meloni, si riveli per quello che è? La retorica patriottica e le dichiarazioni “politicamente scorrette” possono confondere e disorientare, ma la realtà è già abbastanza chiara se si prendono in esame le posizioni di Vannacci su temi fondamentali come l’economia e la politica estera.
Non ha senso concentrarsi su questioni come l’immigrazione o la sicurezza: per quanto si tratti di tematiche sentite da milioni di italiani perché direttamente impattanti sulla loro vita, e per questo sicuramente importanti, esse riguardano fenomeni che derivano dalle condizioni socio-politiche del nostro Paese e, di conseguenza, dalla sua collocazione internazionale.
Questo primo documento diffuso da Futuro Nazionale ha un innegabile spessore politico e intellettuale che testimonia come, al di là delle accuse dei detrattori, la formazione creata da Vannacci disponga già di numerose menti capaci di partorire una visione complessa e coerente, ben radicata nella realtà italiana. Per questo non è possibile parlare di superficialità o di sviste quando si prende in considerazione il contenuto di quanto diffuso dalla dirigenza futurista.
Indice
Lo Stato: il grande assente
Nonostante Futuro Nazionale auspichi una più attiva azione dello Stato nella difesa della sicurezza dei cittadini, l’intervento pubblico resta assolutamente marginale nella prospettiva economica del partito. Nel primo paragrafo della parte dedicata alla “dottrina economica” del partito possiamo infatti leggere come “il motore ordinario della crescita”, nella visione di Futuro Nazionale, sia esclusivamente l’economia privata. Allo Stato viene lasciato solo un generico ruolo di indirizzo da esercitarsi solo nei settori strategici e solamente tramite il “golden power” e l’influenza di un “Fondo sovrano per la crescita nazionale” di cui si auspica la creazione, evitando, come più volte ribadito, qualsiasi forma di “dirigismo”.
La sovranità economica dello Stato si difenderebbe quindi tramite la tutela degli spazi d’azione del capitale privato italiano. Una visione che non si differenzia eccessivamente dalle tradizionali proposte liberal-conservatrici, e che trova una sua dimensione “sociale” solo attraverso il contributo del moderno pensiero cattolico. Proposte come quella dell’azionariato diffuso, atto a far diventare “tutti proprietari” e che si contrapporrebbe ai piani di una sinistra animata dall’intenzione di rendere “tutti proletari” vedono proprio nel pensiero sociale della Chiesa la propria origine, e aprono nei fatti a una contraddizione difficilmente risolvibile tra fini e mezzi proposti.
“Mentre altri sognano come unico modello le grandi concentrazioni finanziarie, per Futuro Nazionale la proprietà diffusa è, quale dato storico che ha caratterizzato l’Italia, la via per affrontare anche il futuro. La proprietà diffusa è, infatti, uno dei pilastri della stabilità economica e della libertà delle famiglie. Una società è tanto più solida quanto più ampio è il numero dei cittadini che possono essere proprietari, risparmiatori, imprenditori, professionisti e lavoratori partecipi dei risultati dell’attività economica.”
La realtà mostra però come proprio i Paesi in cui lo Stato ha rinunciato a una funzione di direzione dell’economia a favore delle forze del mercato l’imprenditorialità diffusa si è potuta realizzare unicamente nei settori a scarso valore aggiunto, in particolare in quello del turismo, contribuendo non già allo sviluppo economico ma unicamente alla perpetuazione di un modello di “sviluppo” basato sulla desertificazione industriale e sulla precarietà.
Al contrario, la piccola impresa, privata, individuale o cooperativa, trova un ambiente drasticamente più favorevole in seno a quei paesi dove lo Stato non si limita a creare le condizioni più favorevoli per il grande capitale privato, ma anzi interviene con forza in funzione dirigista e antimonopolista.
La sovranità economica non può essere garantita da uno Stato che si limita ad essere il “guardiano notturno”. E, in un apparente paradosso, nell’epoca contemporanea solo il Socialismo si è dimostrato in grado di tutelare realmente quegli spazi di mercato capaci di portare innovazione e di stimolare lo sviluppo.
Il settore agricolo è uno di quelli in cui ciò appare in maniera più chiara: mentre i grandi latifondisti italiani ed europei riescono a rimanere sul mercato grazie ai consistenti sussidi elargiti tramite la Politica Agricola Comune dell’UE e allo sfruttamento di manodopera semi-schiavile la cui importazione viene imposta nonostante la volontà contraria degli abitanti dei vari paesi, in Cina persino la aziende agricole di medie dimensioni difendono la propria competitività grazie all’automazione, alla robotica e allo sfruttamento delle nuove capacità di connessione offerte dal digitale.
I meccanismi del mercato capitalista portano inevitabilmente all’accumulazione e alla concentrazione del capitale. La difesa della piccola proprietà è inconciliabile con qualsiasi politica di laissez faire. Essa può essere valorizzata e difesa solo dall’intervento di uno Stato capace non solo di “indirizzare” lo sviluppo, ma di guidarlo attivamente e strategicamente grazie al controllo delle “alture dominanti” dell’economia e alla capacità di annientare in qualsiasi momento ogni concentrazione parassitaria di capitale.
Tutto ciò però non deve portare a quella “mitizzazione” della piccola proprietà sempre tanto cara alla retorica conservatrice. Se è assolutamente vero che la realtà produttiva italiana è sempre stata caratterizzata dalla molteplicità di aziende piccole e medie, è altrettanto vero che solo le grandi concentrazioni finanziarie e produttive possono dare vita a quei “campioni nazionali” veramente in grado di reggere la competizione globale e fungere da catalizzatori dello sviluppo. Le piccole e medie imprese semplicemente non dispongono dei capitali e degli incentivi per promuovere le grandi trasformazioni tecniche e tecnologiche necessarie ad affrontare rivoluzioni industriali e ad operare nei settori a più alto valore aggiunto.
E non bisogna nemmeno dimenticare come la piccola proprietà sia spesso sinonimo di lavoro povero e di attività dallo scarso valore sociale, emblema di cui è, ancora una volta, il settore turistico.
A ragione Futuro Nazionale chiede una revisione del sistema fiscale italiano, che oggi risulta senza esagerazioni punitivo per il lavoro autonomo e per la piccola impresa, mentre vengono sostanzialmente ignorati i grandi redditi e i grandi patrimoni. Ma, per quanto la questione tributaria sia una delle più importanti da affrontare nell’attuale fase storica, di per sé questa non risolve il problema dello sviluppo: è illusorio pensare che una riduzione della pressione fiscale si traduca automaticamente, soprattutto per le realtà economiche più piccole, in investimenti produttivi. Vista l’attuale sistema economico, è ben più lecito aspettarsi investimenti di tipo speculativo e operazioni su borse straniere, capaci di portare nel breve periodo a guadagni ben più ingenti e sicuri.
Qualsiasi riforma tributaria, per sostenere veramente sviluppo e consumi, dovrebbe inserirsi in un piano di ristrutturazione integrale dell’economia italiana fondato sul controllo pubblico sul credito e sui settori strategici, sull’orientamento politicamente determinato degli investimenti, sulla reindustrializzazione, sulla riapertura del commercio energetico con la Russia e l’adozione del nucleare.
Sovranità italiana o “America First”?
Il programma economico di Futuro Nazionale è fondamentalmente liberale e perfettamente allineato ai dettami del Washington consensus. Anche ciò è indizio della collocazione internazionale che i futuristi ritengono sia quella più “naturale” per il nostro Paese, ossia la subalternità a Washington, Bruxelles e Tel Aviv.
La critica all’espansione della NATO e all’avventurismo militare americano in Iran non si inseriscono infatti all’interno dell’orizzonte politico dell’indipendenza nazionale, ma in quello del “miglioramento” delle strutture geopolitiche occidentali, di cui si percepisce la crisi e si vuole prevenire la decadenza. E’ chiaro che qualsiasi programma politico che accetti e presenti come in qualche modo “vantaggiosa” per l’Italia l’appartenenza al campo occidentale, ossia l’asservimento del nostro Paese all’imperialismo, non può in nessun modo dirsi “patriottico” o “sovranista”. La retorica “tricolore” di cui si ammanta il programma di Futuro Nazionale serve in realtà a nascondere la vera fedeltà del partito, che non è all’Italia e al suo futuro, ma agli Stati Uniti d’America.
Futuro Nazionale saluta come una “grande opportunità” l’America First di Donald Trump, legando essa persino al riconoscimento (!) dell’avvenuta multipolarizzazione del mondo. Al contrario, il bellicismo trumpiano manifesta la ferma volontà del regime americano di combattere sino alla fine per rallentare il suo inevitabile declino. Non può esistere un’egemonia americana limitata a una parte del mondo: il funzionamento stesso del sistema a guida statunitense necessità il mantenimento del ruolo internazionale del Dollaro, il controllo delle risorse energetiche e il contenimento di qualsiasi Stato capace di minacciare la gerarchia internazionale. Gli Stati Uniti non possono esistere se non come impero globale.
Inoltre, il presentare la multipolarizzazione del mondo come una sorta di spartizione di questo in diverse sfere d’influenza rappresenta un tentativo di distorsione della grande trasformazione internazionale ora in atto portata avanti per ostacolare la stessa. Si tratta peraltro di un leitmotiv caro non solo alla retorica “America First”, ma anche a quella dell’estrema sinistra occidentale, impegnata nella sua denuncia degli “opposti imperialismi” che si traduce nel supporto materiale all’imperialismo statunitense, l’unico esistente nel mondo reale.
Questo partito eminentemente “trumpiano” ha quindi tutto l’interesse a negare la vera essenza politica del multipolarismo, sapientemente espressa più volte dal presidente Xi Jinping e racchiusa nelle iniziative globali promosse dalla RPC, non da ultima l’Iniziativa Globale sulle Civiltà. La multipolarizzazione del mondo equivale a una sua democratizzazione, alla codificazione di un sistema internazionale realmente basato sull’eguaglianza di ogni Paese e il reciproco rispetto di ogni civiltà. Concetti quali l’indivisibilità della sicurezza, il mutuo apprendimento, la non ingerenza nella vita politica e sociale interna di ogni Stato rimangono totalmente assenti dalla visione della presente amministrazione statunitense, che, contrariamente, continua a portare avanti una visione fondata sulla competizione tra blocchi, il suprematismo occidentale e sui “giochi a somma zero”.
Futuro Nazionale, pur rivendicando la legittimità di discutere la permanenza dell’Italia in qualsiasi organizzazione internazionale, non è veramente interessata all’indipendenza nazionale. Si punta a ridiscutere il funzionamento dell’Unione Europea, a “riformarla”, ad essere più “protagonisti” della NATO, e quindi, in sostanza, a rendere più sopportabile (per il grande capitale italiano) il mantenimento dello stato di subordinazione alla quale è costretta nostro malgrado l’Italia.
Accenni alla possibilità dell’uscita dall’eurozona (ma non già dall’Unione!) non vanno scambiati per accenni di “sovranismo”, ma riflettono anzi la visione strategica della Casa Bianca, che alle organizzazioni multilaterali pare preferire in questo momento critico i rapporti bilaterali e una diretta e palese sottomissione delle classi dirigenti dei paesi subalterni con personale totalmente dipendente dai finanziamenti americani e dalle operazioni mediatico-psicologiche guidate dagli Stati Uniti, come si è già visto in Argentina, Bolivia e Colombia.
Fermare l’invasione?
Per Futuro Nazionale non sembra essere un problema l’infiltrazione del capitale statunitense all’interno della nostra economia, nonostante questo controlli oramai le leve del credito, come non sembra particolarmente preoccupante la presenza sul suolo nazionale di migliaia di soldati stranieri in armi accompagnati da ogni genere di mezzo militare e di armamento, incluse centinaia di testate nucleari.
La vera invasione della quale dovremmo preoccuparci è, secondo il partito di Vannacci, quella “maomettana”. Cercando abilmente di confondere i piani, mischiando la legittima critica all’immigrazione di massa con la retorica “made in USA” dello “scontro di civiltà” che opporre l’Occidente giudaico-cristiano all’Islam, Futuro Nazionale vorrebbe portare all’identificazione del criminale straniero, del “maranza” delinquente e, in generale, del clandestino con il mussulmano. Poco importa che proprio i “maranza” siano il frutto culturale non già dell’Islam, ma della perdita di identità a favore dell’individualismo edonista e violento promossa dalla “civiltà” occidentale: essi devono essere fatti passare per “mussulmani”, cosicché i loro compoartamenti antisociali possano venire non solo ascritti alla totalità degli stranieri, ma anche, e soprattutto, divenire un’arma ideologica dell’egemonia statunitense e, in particolare, dei sionisti.
Più ancora di qualsiasi sostegno diretto a Israele, è proprio in questo passaggio che appare la chiara natura politica sionista del progetto di Vannacci. In un contesto dove ormai in tutto l’Occidente la grande maggioranza delle persone, trasversalmente dalle divisioni partitiche, guarda con simpatia alla causa palestinese, avendo quindi ormai chiara la natura criminale del progetto sionista, Vannacci e la sua cerchia propongono l’identificazione del criminale, e quindi del nemico per eccellenza della società, con la figura del mussulmano. Conseguentemente, i paesi mussulmani non possono che essere subdoli nemici dell’Occidente, dai quali serve guardarsi. Le azioni di Israele, per quanto brutali, sono da contestualizzare all’interno di uno scontro di civiltà contro un nemico che ha dalla sua parte una demografia preponderante e la connivenza di quelle “quinte colonne marxiste” contro le quali recentemente anche Washington ha iniziato a preparare la guerra.
Poco importa che i valori che si vorrebbero difendere, dalla centralità della famiglia al sentimento comunitario, trovino molto più sostegno tra i mussulmani che tra gli apolidi individui euro-occidentali; poco importa che nessuna azione criminosa sia mai stata ispirata, in Italia, dall’Islam: è dai mussulmani che dovremmo guardarci, non già da chi, in armi, occupa e saccheggia il nostro Paese. Ne consegue che la Palestina, l’Iran o la Turchia siano le “vere minacce” che dovrebbero inquietare il sonno degli italiani.
L’ossessione per il “pericolo islamico” associato alla criminalità appare ancora più ipocrita se consideriamo che, a livello nazionale, gli unici atti di violenza ispirati dall’estremismo religioso che hanno visto come vittime cittadini italiani sono stati commessi da ebrei sionisti. In particolare, possiamo fare riferimento al gesto dimostrativo con cui un giovane sionista romano, appartenente alla Brigata Ebraica, ha voluto sparare con una pistola a piombini contro due iscritti all’ANPI, oltre che alla selvaggia aggressione contro Gabriel Rubini condotta da un gruppo di sionisti armati di spranghe e oggetti contundenti il 15 maggio 2024.
Serve inoltre sempre ricordare come le frange estremiste e socialmente pericolose dell’Islam, quelle salafite e wahabite, sono state promosse proprio dalle potenze occidentali come un’arma geopolitica per destabilizzare Stati ostili all’egemonia di Washington e di Israele, provocando la morte di centinaia di migliaia di mussulmani.
La scelta
All’interno di Futuro Nazionale stanno convergendo decine di migliaia di italiani sinceramente ispirati da sentimenti patriottici, soprattutto provenienti dalle classi popolari. Tale progetto politico si mostra però, già oggi, eterodiretto dalle forze d’occupazione americane, sioniste ed europee. Non manca molto prima che Futuro Nazionale dimostri nei fatti, non solo con le parole, la sua reale fedeltà, come già accaduto alla Lega e a Fratelli d’Italia. In quel momento, tutti gli iscritti e gli elettori di questo partito saranno chiamati a una scelta: continuare a ingannarsi dando forza a dei collaborazionisti, o lottare contro i veri nemici del nostro Paese?
I comunisti, denunciando la vera natura di Futuro Nazionale, non dovrebbero trattare da nemici i suoi sostenitori. Al contrario, è nostro compito costruire solidi ponti con essi, mostrando come la risposta alle loro legittime preoccupazioni ed esigenze non si trovi nelle ipocrite promesse di un generale della NATO, ma solo nella costruzione di un’Italia socialista.
- Programma di Futuro Nazionale: https://futuronazionale.it/programma/.[↩]

