Indice
1. L’architetto: Steve Bannon e il progetto europeo
Per comprendere il fenomeno delle destre “sovraniste” europee e le reti di potere che le attraversano, è necessario partire da un nome che ha saputo trasformarsi da figura di secondo piano della politica americana a stratega globale del populismo: Steve Bannon. La sua storia personale è il punto di partenza obbligato per capire come un ex banchiere d’investimento sia riuscito a diventare uno degli artefici della riscossa sovranista occidentale.
Nato nel 1953 in Virginia, Bannon intraprende una carriera apparentemente lontana dalla politica: ufficiale della Marina, poi banchiere d’investimento in Goldman Sachs, quindi produttore cinematografico. È un percorso atipico, ma che gli fornisce strumenti preziosi: la capacità di leggere i flussi di denaro, la competenza comunicativa del mondo dello spettacolo e una rete di contatti che spazia dalla finanza alla Silicon Valley. Il suo ingresso nel mondo della politica avviene attraverso Cambridge Analytica, la società di data analytics che lo porterà al centro del populismo americano: è qui che Bannon impara a usare i dati e la comunicazione digitale per influenzare l’opinione pubblica, una competenza che diventerà il suo marchio di fabbrica.
Il salto definitivo avviene nel 2016, quando Bannon diventa capo stratega della campagna di Donald Trump. La sua visione, una combinazione di nazionalismo economico, anti “establishment” e populismo identitario, contribuisce in modo decisivo alla vittoria elettorale. Dal gennaio 2017 siede nello Studio Ovale come consigliere strategico del presidente, diventando una delle figure più influenti della prima amministrazione Trump. Ma il suo radicalismo e le sue posizioni estreme lo rendono presto un peso: nell’agosto 2017 viene allontanato dalla Casa Bianca, segnando la fine della sua fase di potere diretto, ma non della sua influenza.
Dopo l’uscita dalla Casa Bianca, Bannon continua a operare come figura di riferimento del populismo internazionale. Nel 2020 viene arrestato con l’accusa di frode per una raccolta fondi legata alla costruzione del muro al confine con il Messico. Ma è nel 2022 che arriva la condanna più significativa: quattro mesi di prigione per oltraggio al Congresso, per essersi rifiutato di testimoniare davanti alla commissione che indagava sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Una condanna che lo trasforma in un martire della causa populista, ma che al tempo stesso ne segna il declino istituzionale.
Nel 2026 Bannon rimane una figura attiva e controversa. Il suo podcast “WarRoom” continua a essere una piattaforma di influenza quotidiana sull’ambiente repubblicano, e la sua condanna per oltraggio al Congresso è in una fase di revisione: l’amministrazione Trump ha abbandonato il caso e la Corte Suprema ha permesso che la procedura per far cadere la condanna vada avanti. È quindi un personaggio in bilico tra riabilitazione legale e radicalismo politico, capace ancora di mobilitare consensi ma ormai relegato ai margini del potere formale.
La sua vera influenza, tuttavia, non si misura più a Washington. È in Europa che Bannon ha trovato il suo terreno di gioco più fertile, costruendo una rete di relazioni con i partiti “sovranisti” del continente. È qui che la sua storia si intreccia con le destre europee e con le reti di potere che le attraversano. Ma questo è il passo successivo del nostro saggio e comprenderle sarà il suo fine ultimo.
2. Capire la sovrastruttura del finto sovranismo
Per capire come Steve Bannon sia diventato il punto di riferimento delle destre europee, bisogna prima comprendere il terreno in cui ha affondato le radici: la politica americana. È lì che ha costruito il suo metodo, il suo linguaggio e la sua rete di potere. E lì che ha imparato la lezione fondamentale che poi avrebbe esportato nel vecchio continente: il populismo non è un’ideologia, ma una tecnologia del consenso.
La visione di Bannon si forma nel crogiolo della destra radicale americana, in un ambiente che mescola nazionalismo economico, risentimento verso le “élite” e identità culturale. Il suo populismo non nasce da un trattato politico, ma da una lettura spregiudicata degli umori popolari: la globalizzazione ha lasciato indietro intere classi sociali, e chi sa intercettare quel rancore può trasformarlo in voti. È questa intuizione, più che una dottrina compiuta, a diventare il suo marchio di fabbrica.
Il salto di qualità avviene con Cambridge Analytica, la società di data analytics che Bannon contribuisce a portare al centro della scena politica. Qui il populismo americano incontra la Silicon Valley: i dati personali degli elettori
vengono raccolti, analizzati e usati per costruire messaggi su misura, capaci di colpire le paure e le aspirazioni di ciascun gruppo sociale. È la fusione tra politica e tecnologia che rivoluzionerà le campagne elettorali occidentali, e di cui Bannon diventa il principale interprete. La lezione che potremmo trarre è abbastanza chiara: non serve convincere la maggioranza, basta mobilitare chi è già predisposto a credere.
Nel 2016 Bannon diventa capo stratega della campagna di Donald Trump, e la sua visione contribuisce in modo decisivo alla vittoria. Dal gennaio 2017 siede nello Studio Ovale come consigliere strategico, diventando una delle figure più influenti della prima amministrazione. È il momento di massimo potere: Bannon non si limita a consigliare, ma plasma l’agenda politica, spingendo per dazi commerciali, chiusure delle frontiere e uno scontro frontale con l’establishment. Il suo radicalismo, però, lo rende presto un peso e come abbiamo già detto, nell’agosto 2017 viene allontanato dalla Casa Bianca, segnando la fine della sua fase di potere diretto.
L’uscita da Washington non segna la fine della sua influenza, ma ne cambia la natura. Bannon da consigliere di un singolo presidente si trasforma in architetto di un movimento globale, convinto che il populismo americano possa essere replicato ovunque. La sua attenzione si sposta verso l’Europa, dove vede un terreno fertile: partiti che condividono il suo linguaggio, frustrazioni popolari simili e un’Unione Europea che considera un nemico da indebolire. Da questo momento, il suo progetto assume una dimensione nuova, la sua storia si intreccia con le destre del vecchio continente.
Il legame con la politica americana, insomma, non è solo una fase biografica: è la fabbrica in cui Bannon ha forgiato gli strumenti che oggi usa in Europa. E sono quegli stessi strumenti, fatti di dati, comunicazione e risentimento, che lo portano a guardare al vecchio continente come al suo nuovo campo di battaglia.
3. La nuova frontiera delle destre europee
Se il legame con la politica americana è stata la sovrastruttura in cui Bannon ha forgiato i suoi strumenti, è in Europa che ha trovato il suo campo di battaglia più fertile. Il vecchio continente, agli occhi del suo progetto, non è un semplice mercato di consensi ma il terreno decisivo della partita globale contro l’establishment. È qui che il suo populismo smette di essere una vicenda americana e diventa un progetto transnazionale, capace di attraversare i confini e di parlare a pubblici diversi con lo stesso linguaggio. E per capire davvero la portata di questo disegno, bisogna osservare con attenzione gli strumenti che Bannon ha messo in campo, le alleanze che ha costruito e le contraddizioni che quel progetto porta con sé.
Il cuore di questo disegno è “The Movement”, l’organizzazione fondata da Bannon registrata nel 2017 e lanciata nel 2019 con l’obiettivo dichiarato di costruire una rete di partiti sovranisti in tutta Europa. L’idea è ambiziosa: creare un’alleanza stabile tra le forze che condividono la sua visione, affinché possano coordinarsi, scambiarsi strategie e presentarsi come una forza unita contro l’Unione Europea. Bannon non si limita a osservare da lontano: viaggia, incontra i leader, tiene discorsi e tesse relazioni personali con le figure più radicali del continente (per esempio nel 2017 partecipa al vertice di Koblenz con Marine Le Pen, Geert Wilders e Frauke Petry; nel 2018 è ospite al congresso del Front National a Lille, e più tardi quell’anno incontra Le Pen a Bruxelles per discutere di The Movement). Il suo metodo è lo stesso che ha imparato a Washington: intercettare il rancore popolare, dargli una forma politica e trasformarlo in consenso. Ma ciò che rende The Movement diverso da una semplice rete di simpatie è la sua ambizione strutturale: non una somma di partiti, ma un progetto coordinato che mira a cambiare gli equilibri dell’intero continente.
Il suo interesse per l’Europa non è casuale, e va compreso in tutta la sua profondità. Bannon vede nel vecchio continente un’occasione unica, un laboratorio politico in cui le condizioni sono mature per una svolta radicale. La crisi economica ha lasciato cicatrici profonde, le ondate migratorie hanno alimentato paure e risentimenti, e la percezione di un’élite lontana e autoreferenziale ha eroso la fiducia nelle istituzioni. Le destre europee, da questo punto di vista, sono il veicolo perfetto per il suo progetto: non gli interessa la loro storia nazionale o le loro tradizioni particolari, gli interessa ciò che le accomuna, cioè la capacità di canalizzare il risentimento verso le istituzioni europee e di presentarsi come le uniche voci autentiche del popolo. È una visione spregiudicata, che riduce le differenze locali a semplici varianti di un unico copione, e che trasforma le specificità di ogni paese in altrettante tessere di un mosaico più grande.
Ma il progetto di Bannon non si ferma alla politica in senso stretto. La sua rete si intreccia con il mondo del denaro, delle fondazioni e della comunicazione, in un intreccio che rende difficile distinguere dove finisca la militanza e dove inizi l’interesse economico. È un aspetto delicato, che tocca il cuore stesso della questione: il sovranismo europeo, che si presenta come la voce dell’indipendenza e dell’autenticità, appare in realtà legato a fili che partono da lontano, da interessi che nulla hanno a che fare con i popoli che dice di rappresentare. Il paradosso è evidente e va messo in luce con chiarezza: un movimento che predica la sovranità nazionale dipende, per la sua stessa sopravvivenza, da una rete di finanziamenti e di alleanze che attraversa i confini che dice di voler difendere. È questa contraddizione a rendere evidente l’essenza stessa del “finto sovranismo”.
Questa contraddizione non è un dettaglio, ma la chiave di lettura dell’intero fenomeno. I partiti “sovranisti” europei costruiscono il loro consenso su un’identità forte, sulla difesa dei confini e sulla promessa di restituire il potere ai popoli. Eppure, dietro questa retorica, si muovono interessi e strategie che trascendono i singoli paesi e che parlano un linguaggio globale. Se il sovranismo è davvero la voce dei popoli, perché ha bisogno di un architetto americano che ne coordini le mosse? Perché un movimento che rifiuta le interferenze esterne accetta di essere guidato da una rete che parte da Washington? Sono domande che i leader sovranisti evitano con cura, ma che rappresentano il nodo più profondo del loro progetto politico.
E questo legame tra politica, denaro e destre europee è il nodo che merita di essere sciolto con attenzione. Perché è lì, nel ciclo del finanziamento e nelle reti di potere che lo alimentano, che si nasconde la risposta alla domanda più importante: chi decide davvero per i “sovranisti” europei? La risposta, come vedremo, non è semplice, e coinvolge attori, interessi e meccanismi che vanno molto oltre le figure che appaiono sulla scena pubblica.
4. Il ciclo di denaro e le reti europee
Il progetto europeo di Bannon è l’architettura visibile del “finto sovranismo”, ma è nel ciclo del denaro che si nasconde il suo motore invisibile. Nessun movimento politico sopravvive senza risorse, e le destre europee non fanno eccezione. Ma la contraddizione è immediata: un progetto che predica l’indipendenza e la sovranità nazionale dipende, perla propria esistenza, da una rete di denaro che attraversa proprio quei confini che dice di voler difendere. È l’ennesima crepa che i “sovranisti” sorvolano, eppure è lì che si nasconde la chiave di lettura più profonda dell’intero fenomeno.
Chi finanzia le destre europee, e perché? La risposta non è immediata: il denaro politico si muove spesso nell’ombra, attraverso canali che sfuggono ai controlli e alle trasparenze. Ma alcune direttrici sono individuabili, e la prima parte da Washington. Il nome che emerge con più insistenza è Robert Mercer, il miliardario co-CEO di Renaissance Technologies, un fondo hedge da oltre quindici miliardi di dollari. Mercer fu tra i principali finanziatori della campagna di Trump e sostenne economicamente Breitbart News, il sito di cui Bannon è stato presidente. È il prototipo del finanziatore che Bannon ha imparato a conoscere e a servire: un uomo che non appare mai in pubblico, ma che regge i fili di un intero ecosistema politico.
Accanto a lui, la figlia Rebekah, figura altrettanto decisiva e spesso rimasta nell’ombra. È lei a portare il cognome Mercer dentro i meccanismi più opachi del potere: è stata tra le principali finanziatrici di Cambridge Analytica, la società di data analytics che lavorò per la campagna di Trump e che venne travolta dallo scandalo dei dati di Facebook del 2018, quando i dati di milioni di utenti vennero usati per creare messaggi mirati durante le elezioni USA 2016.
Attraverso quella società, la famiglia Mercer ha messo a disposizione di Bannon e della destra populista gli strumenti della manipolazione digitale. Un passaggio che unisce finanza, tecnologia e propaganda in un unico circuito: il denaro non finanzia soltanto i partiti, ma anche le infrastrutture che costruiscono il consenso.
Il modello che Bannon ha esportato in Europa è esattamente questo. Ed è qui che torniamo a “The Movement”. L’obiettivo dichiarato era una “supergroup” populista capace di cambiare gli equilibri del continente, e il Guardian ha documentato che Bannon aveva individuato tredici paesi come obiettivi prioritari. Ma ciò che rende The Movement significativo non è solo il progetto politico: è il modello di finanziamento che si porta dietro. Una fondazione con sede a Bruxelles, sul modello dei think tank americani, è il veicolo perfetto per convogliare denaro verso i partiti sovranisti senza passare dai canali ufficiali, aggirando i controlli di trasparenza imposti dai singoli paesi.
Da qui il quadro si allarga, rivelando una rete che va ben oltre l’Europa. Lo stesso ecosistema che alimenta il sovranismo europeo sostiene, sul piano interno americano, una certa visione della politica estera e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. I think tank conservatori finanziati dalla famiglia Mercer, come la Heritage Foundation, sono da decenni tra i principali sostenitori del complesso militare-industriale americano e della stretta alleanza con Israele. Il denaro che tiene in vita Breitbart e le organizzazioni conservatrici è lostesso che alimenta le campagne per un maggiore interventismo militare e per un sostegno incondizionato a Tel Aviv. Un circuito che unisce finanza, armi e politica estera in un unico flusso, dove i confini tra interessi economici e scelte di politica internazionale si fanno sempre più sottili.
Ed è qui che il quadro diventa più interessante. Il rapporto di Bannon con Israele, infatti, è tutt’altro che lineare, e questo dettaglio rende l’analisi più difficile e la loro copertura mediatica meno contestabile. Bannon ha accusato pubblicamente il governo israeliano di voler trascinare gli Stati Uniti in una guerra con l’Iran, e ha criticato figure come Ben Shapiro accusandole di essere “Israel First” e di spingere per una “Greater Israel” che coinvolgerebbe gli USA in conflitti lontani. La sua posizione è più complessa di un semplice appoggio: vede in Israele un alleato, ma rifiuta, almeno di facciata, che la politica americana venga subordinata agli interessi di TelAviv. Questo non significa che il denaro attorno a lui sia estraneo al settore della difesa e alle reti filo-israeliane, lo è attraverso i Mercer e i think tank, ma significa anche che il legame non è un filo diretto e semplice, bensì una rete di interessi intrecciati che non sempre coincidono con le dichiarazioni pubbliche dei protagonisti, garantendo loro maggiore copertura da eventuali accuse.
Questo intreccio tra politica, denaro, armi e politica estera non è un dettaglio marginale. Quando un movimento politico dipende da finanziatori esterni, la sua indipendenza è solo apparente. Le sue scelte, i suoi messaggi, le sue priorità finiscono per essere condizionati da chi tiene i cordoni della borsa. Il “sovranismo” europeo, che si presenta come la voce autentica dei popoli, rischia di trasformarsi in un veicolo per interessi che nulla condividono con quei popoli. E lo stesso vale, su scala globale, per le reti che uniscono finanza, armi e politica: interessi che attraversano i confini e usano il linguaggio dell’indipendenza per servire logiche lontane da chi dicono di rappresentare. Una distorsione profonda, che mina alla radice la credibilità del progetto politico che pretende di incarnare.
La domanda allora, è inevitabile: se il sovranismo è davvero la voce dei popoli, perché ha bisogno di un architetto americano che ne coordini le mosse e di reti di finanziamento che attraversano i confini? Perché un movimento che rifiuta le interferenze esterne accetta di essere guidato e finanziato da una rete che parte da Washington e passa per i conti di una famiglia di miliardari dei fondi hedge? È questo il vero paradosso. La cui risposta, per quanto scomoda, è sotto gli occhi di tutti: il sovranismo europeo non è un movimento spontaneo dal basso, ma un progetto costruito dall’alto, che usa il linguaggio del popolo per servire interessi che con il popolo hanno poco a che fare.
Per questo il ciclo del denaro è la parte più rivelatrice dell’intera analisi di questo saggio. È lì che le apparenze cedono il passo alla realtà, che la retorica dell’indipendenza si scontra con la dipendenza concreta, e che il finto sovranismo rivela tutta la sua natura. Non è un’accusa generica, ma un’analisi dei meccanismi concreti che alimentano il fenomeno. E sono quegli stessi meccanismi, fatti di denaro, relazioni e comunicazione, a condurre alla domanda finale: chi decide davvero per i sovranisti europei? La risposta non è semplice, ma è lì, nascosta nel ciclo del denaro, che si trova la polvere sotto il tappeto della nuova destra.
5. L’indipendenza europea
Resta da chiedersi cosa rimane, allora, una volta tolta la maschera. E la risposta è scomoda quanto le domande che l’hanno preparata: il sovranismo europeo, nella forma che Bannon e i suoi alleati hanno contribuito a costruire, non è un movimento di liberazione dei popoli. È un progetto di potere che usa il linguaggio dell’indipendenza per servire logiche che dell’indipendenza hanno poco, per cui gli stati nazionali non diventano più liberi, cambiano semplicemente padrone.
La prova è sotto gli occhi di tutti, e spiegarla è l’intento del saggio. Un movimento che grida all’autonomia europea nasce da un progetto coordinato a Washington, finanziato da una famiglia di miliardari americani dei fondi hedge, e sostenuto da think tank legati al complesso militare-industriale e alla difesa incondizionata di Israele. Un movimento che rifiuta le interferenze esterne accetta di essere guidato, finanziato e armato di strumenti di manipolazione digitale da una rete che parte dall’altra parte dell’Atlantico. Un movimento che si presenta come la voce autentica dei popoli dipende, perla propria esistenza, da interessi che con quei popoli condividono ben poco. La contraddizione non è un dettaglio: è la struttura stessa del progetto.
È qui che il “finto sovranismo” rivela la sua natura più profonda. Il vero obiettivo di questi movimenti è stato indebolire l’Europa, frammentarla in blocchi rivali, e renderla più vulnerabile alle pressioni d’oltreoceano. l’Europa diventa quindi debole nelle trattative commerciali e ancor più debole nella politica estera. Il “sovranismo” proposto da Bannon, in questa lettura, non è una difesa della sovranità europea: è la sua negazione più raffinata.
Eppure, non tutto è perduto. Perché se il finto sovranismo è un progetto costruito dall’alto, la risposta non può venire dall’alto. Nasce dal basso, dalla consapevolezza dei cittadini, dalla capacità di riconoscere chi parla davvero a loro nome e chi invece usa il loro nome per servire altri interessi. La vera indipendenza europea non è un ritorno al passato, non è la chiusura dei confini, non è la nostalgia di un nazionalismo che non ha mai reso i popoli più liberi. È un progetto di futuro: un’Europa capace di decidere da sola, di difendere i propri valori e i propri popoli, di non farsi strumentalizzare da reti di potere che attraversano i confini nel nome proprio di chi quei confini dice di voler difendere.
Il finto sovranismo ha insegnato una lezione preziosa, anche se amara. Ha mostrato che il linguaggio dell’indipendenza può essere l’arma più efficace per chi vuole negarla. Ha mostrato che i nemici dell’Europa non sono sempre fuori: a volte parlano la sua lingua, si vestono dei suoi colori, e promettono di restituirle la libertà mentre ne preparano la resa. Ma ha anche mostrato che la verità, per quanto nascosta, può essere portata alla luce. Basta avere il coraggio di seguire il denaro, di nominare i nomi, di smontare le retoriche. Basta avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: quello che Bannon e i suoi alleati hanno costruito non è sovranismo. È il suo contrario.
Ecco perché questo saggio non si chiude con una risposta, ma con una responsabilità. Quella di chi legge, di chi vive in Europa, di chi crede che la sovranità sia un bene da difendere davvero. La sfida non è combattere il“sovranismo” in nome di un’Europa astratta e lontana. La sfida è costruire un’Europa che sia davvero dei suoi cittadini: capace di decidere, di proteggere, di non farsi comprare. Un’Europa che non abbia bisogno di architetti esterni per sapere chi è e dove vuole andare. Perché la vera indipendenza non si dichiara: si costruisce, ogni giorno, dal basso. E solo allora il finto sovranismo smetterà di avere ragione di esistere.

