Indice
1. Il problema storiografico
C’è una scena che ogni studente italiano conosce, perché è scolpita nei manuali scolastici come un dogma. Siamo nell’autunno del 1914. L’Europa è in fiamme, l’Italia è neutrale, e il Partito Socialista Italiano, la forza politica più grande del paese con i suoi centomila iscritti e il suo quotidiano l’Avanti! che vende centomila copie al giorno, ha una posizione netta: neutralità assoluta. A guidare quella battaglia c’è un uomo, direttore dell’Avanti! dal 1912, che ha fatto della lotta alla guerra uno dei suoi cavalli di battaglia. Si chiama Benito Mussolini, ha trentun anni, ed è considerato da molti il più brillante dirigente socialista della sua generazione.
Poi, in poche settimane, tutto cambia. Il 18 ottobre 1914, sull’Avanti!, Mussolini pubblica un articolo ambiguo che sembra aprire alla possibilità di un intervento. Il 24 ottobre, con un articolo dal titolo “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”, compie il passo decisivo. Il 15 novembre fonda un nuovo giornale, Il Popolo d’Italia, con il sottotitolo “Quotidiano socialista”. Il 24 novembre viene espulso dal Partito Socialista. In meno di due mesi, il più grande dirigente socialista d’Italia diventa il più acceso sostenitore dell’intervento in guerra.
E qui, in questa scena che tutti conoscono, si cela il paradosso che questo breve saggio vuole indagare. Perché la narrazione scolastica, quella che si insegna, si ripete e si dà per scontata, si ferma esattamente qui. Ci dice cosa è successo: Mussolini diventò interventista. Ci dice perché è importante: perché da quella scelta, attraverso i reduci e gli insoddisfatti della guerra, nasceranno i Fasci di combattimento e poi il fascismo. Ma non ci dice mai perché Mussolini prese quella decisione. O meglio, ce lo dice in un modo che è insieme insoddisfacente e sospetto.
La spiegazione standard, quella che si trova nei manuali, è di natura quasi psicologica. Mussolini, ci viene detto, era un uomo ambizioso, volubile, assetato di potere. La sua svolta interventista sarebbe il primo sintomo di un carattere autoritario che aspettava solo l’occasione per manifestarsi. Il passaggio dal socialismo al fascismo viene letto come il percorso di un individuo che tradisce le proprie idee: il “traditore della classe operaia”, il “rinnegato”. È una lettura comoda, perché spiega tutto con un solo uomo e con la sua psicologia. Ma è anche una lettura che solleva più domande di quante ne risolva.
Perché, se Mussolini era solo un ambizioso senza scrupoli, come ha fatto un semplice direttore di giornale, senza un soldo, senza un partito, senza un seguito organizzato, a fondare in poche settimane un quotidiano nuovo, con una redazione, una tipografia, una distribuzione? Come ha fatto a trasformarsi da dirigente socialista espulso a leader di un movimento interventista finanziato e sostenuto? La risposta che i manuali non danno è che qualcuno pagò per tutto questo. E quel qualcuno non era un gruppo di idealisti convinti della necessità della guerra: erano gli industriali italiani, le banche, le élite economiche che avevano un interesse concreto e immediato a portare l’Italia nel conflitto.
Qui sta il cuore del problema storiografico. La scelta di Mussolini non casca dal cielo: è stata finanziata, voluta e costruita. Il Popolo d’Italia nacque con i soldi di Giovanni Agnelli, della Fiat, di Giuseppe e Mario Perrone dell’Ansaldo, di Alberto Pirelli, della Banca Commerciale Italiana.
Non è una teoria complottista: è un fatto documentato, noto agli storici, e in parte noto anche ai contemporanei. Eppure, nella narrazione scolastica, questo fatto sparisce. La storia si ferma a Mussolini, alla sua ambizione, alla sua scelta. Gli industriali, le banche, gli interessi economici che resero possibile quella scelta, e che ne avrebbero beneficiato, restano fuori dall’inquadratura.
Perché questa rimozione? La tesi di questo saggio è che non si tratta di una dimenticanza, ma di una rimozione quasi intenzionale, funzionale a una precisa narrazione politica. Se la colpa dell’interventismo, e di tutto ciò che ne seguì, è solo di Mussolini, allora il sistema che lo ha prodotto viene assolto. Se invece si ammette che l’interventismo fu comprato e pagato, che la guerra fu un’operazione economico-politica voluta dalle élite industriali e finanziarie, allora la responsabilità si allarga e diventa collettiva. E questo è un discorso scomodo, che nessuna delle due storiografie dominanti vuole fare.
La storiografia liberale, quella della “grande narrazione nazionale”, preferisce raccontare la guerra come un destino patriottico, un momento di unità e di passione collettiva. Ammettere che fu finanziata e voluta dagli industriali per ragioni di profitto rovinerebbe il mito. La storiografia di sinistra, dal canto suo, ha un interesse diverso ma convergente: raccontare Mussolini come il “traditore” della classe operaia, il rinnegato che ha voltato le spalle ai suoi. Questa lettura è moralmente soddisfacente, dà un volto al male, permette di condannare un individuo invece di interrogare un sistema, ma è storicamente insufficiente. Perché riduce il fascismo a un problema di carattere personale, quando il fascismo fu, prima di tutto, un problema di struttura: il prodotto di un’alleanza tra un movimento politico e gli interessi economici dominanti.
Demonizzare Mussolini, in altre parole, non è solo un errore storico: è una scelta politica. Serve a scaricare su un singolo individuo le colpe di un intero sistema, a proteggere chi ha reso possibile ciò che è avvenuto dopo. E questo breve testo vuole smontare questa operazione per quanto possibile, riportando alla luce la storia materiale che la narrazione scolastica rimuove.
La domanda che guida questo lavoro, quindi, non è “perché Mussolini diventò interventista?” Una domanda che presume una risposta psicologica e individuale. La domanda è: “chi finanziò l’interventismo di Mussolini, e perché?” Una domanda che sposta il fuoco dall’individuo al sistema, dalla psicologia alla struttura, dal tradimento all’investimento. Perché la verità, come vedremo, è che il fascismo non nacque da un’illuminazione solitaria, ma da un investimento di capitale. E che la guerra, quella guerra che Mussolini contribuì a scatenare, fu finanziata, voluta e costruita esattamente come lo fu la sua svolta politica.
Il paradosso finale è questo: più insistiamo sul “mistero” di Mussolini, più alimentiamo la leggenda del genio solitario che ha sedotto l’Italia. E più alimentiamo quella leggenda, più proteggiamo chi lo ha reso possibile. Smontare il mito dell’enigma mussoliniano non significa soltanto fare un’operazione di correttezza storica. Significa restituire la responsabilità a chi la merita, e togliere al fascismo quell’aura di inevitabilità che la demonizzazione individuale, paradossalmente, contribuisce a costruire.
2. Mussolini socialista: chi era prima
Per capire cosa accadde nell’autunno del 1914, bisogna prima capire chi era Mussolini quando la svolta non era ancora avvenuta. Perché il paradosso del suo interventismo si comprende solo se si conosce quanto fosse radicato, fino a quel momento, nel suo socialismo. Non si tratta di riabilitare l’uomo, ma di restituire complessità a una figura che la narrazione scolastica schiaccia in un’unica immagine: quella del futuro duce. Prima di essere il duce, Mussolini fu un militante socialista di primissimo piano, e questa fase non è un dettaglio, ma la premessa indispensabile di tutto ciò che verrà.
Benito Amilcare Andrea Mussolini nasce a Dovia di Predappio, in Romagna, nel 1883. Figlio di un fabbro socialista e di una maestra, cresce in un ambiente di miseria e di militanza. Il padre Alessandro è un socialista rivoluzionario, e il giovane Benito assorbe fin da bambino il linguaggio, i valori e le rabbie della sua classe. La sua formazione è quella tipica del socialismo romagnolo: anticlericale, rivoluzionario, intransigente. Mussolini è un autodidatta vorace, legge Marx, Sorel, Nietzsche, e ne trae una sintesi personale e originale. Non è un intellettuale accademico, ma un militante che ha fatto della cultura uno strumento di lotta.
La sua ascesa nel Partito Socialista Italiano è rapida e spettacolare. Dopo anni di militanza in Romagna e in Svizzera, dove frequenta gli ambienti dell’esilio socialista e conosce le correnti più radicali, Mussolini emerge come uno dei leader della corrente rivoluzionaria. Nel 1912, al congresso di Reggio Emilia, è tra i protagonisti della cacciata dei riformisti di destra, guidati da Bissolati e Bonomi, che avevano appoggiato l’impresa coloniale in Libia. Il suo intervento al congresso lo consacra come il leader della sinistra intransigente del partito. Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1912, viene nominato direttore dell’Avanti!, il quotidiano del partito.
Sotto la sua direzione, l’Avanti! diventa uno dei giornali più letti e influenti d’Italia. Mussolini porta al quotidiano uno stile nuovo, aggressivo, polemico, capace di parlare alle masse con un linguaggio diretto e passionale. Le vendite crescono fino a superare le centomila copie, un numero enorme per l’epoca. Mussolini non è solo un direttore: è un tribuno, un oratore capace di trascinare le folle, un uomo che ha costruito il suo potere sulla parola. La sua figura è ormai nazionale, e il suo nome è sinonimo di socialismo rivoluzionario.
Sul tema della guerra, fino all’autunno del 1914, la sua posizione è di un neutralismo assoluto e intransigente. Quando scoppia la Prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914, Mussolini è tra i più decisi sostenitori della neutralità. L’Avanti! pubblica articoli che condannano la guerra come un massacro imperialista, un conflitto voluto dalle borghesie nazionali contro gli interessi del proletariato. Per Mussolini, e per il socialismo internazionale, la guerra è il nemico di classe in forma estrema: i proletari di tutti i paesi vengono mandati a uccidersi a vicenda per gli interessi dei loro padroni. È la posizione ufficiale del partito, ed è la sua posizione personale. O almeno, così sembra.
E qui si apre il nodo che la narrazione scolastica non sa spiegare. Perché un uomo così radicato nel socialismo, così intransigente sul neutralismo, cambia posizione in poche settimane? La risposta facile è quella psicologica: Mussolini era ambizioso, voleva il potere, e la guerra gli offriva l’occasione per rompere con un partito che lo limitava. Ma questa risposta, come abbiamo visto, non spiega nulla di ciò che conta davvero: chi rese possibile quel cambiamento, e perché. Per capirlo, dobbiamo guardare non alla psicologia di Mussolini, ma al contesto in cui la sua svolta maturò: il clima interventista che, nell’autunno del 1914, stava investendo l’Italia.
C’è però un elemento che va sottolineato prima di passare oltre. Il socialismo di Mussolini non era un socialismo ortodosso, e conteneva già in sé i germi di ciò che sarebbe venuto dopo. La sua lettura di Marx era filtrata attraverso Sorel e il sindacalismo rivoluzionario, che esaltavano l’azione diretta, la violenza, il mito, il volontarismo. Per Mussolini, più che per altri socialisti, la rivoluzione era una questione di volontà e di energia più che di analisi economica. Questo lo rendeva diverso, più volatile, più aperto a certe suggestioni. Ma attenzione: questo non basta a spiegare la svolta. La predisposizione ideologica non spiega i finanziamenti, non spiega il giornale, non spiega la costruzione di un nuovo movimento politico. Per quello servono altri attori, e altri interessi.
Il Mussolini socialista, insomma, è un uomo in bilico. Da un lato è il più brillante dirigente del socialismo rivoluzionario italiano, il tribuno delle masse, il nemico dichiarato della guerra.
Dall’altro è un uomo la cui ideologia, già di per sé eterodossa, lo rende vulnerabile alle sirene del nazionalismo e dell’azione. Ma la svolta non avviene nel vuoto: avviene in un clima politico preciso, quello dell’interventismo italiano del 1914, che il prossimo capitolo analizzerà. Perché è lì, in quel clima, che si incontrano le ambizioni di Mussolini e gli interessi di chi aveva bisogno di un uomo come lui per portare l’Italia in guerra.
La domanda che chiude questo capitolo è la stessa che guida l’intero saggio: se Mussolini era così radicato nel socialismo, cosa lo ha fatto cambiare? La risposta non sta nella sua psicologia, ma nel sistema di interessi che lo circondava. E per vederlo, dobbiamo spostare lo sguardo da Mussolini al clima interventista, e da lì ai finanziatori del suo giornale. È lì che la storia materiale, quella che i manuali rimuovono, torna alla luce.
3. Il clima interventista in Italia
Perché la scelta di Mussolini non avvenne nel vuoto: avvenne in un’Italia che, nell’autunno del 1914, era attraversata da una campagna interventista sempre più aggressiva e organizzata. E quella campagna non era spontanea, non era un moto popolare dal basso, ma era il prodotto di un’alleanza precisa tra forze politiche, intellettuali e, soprattutto, interessi economici. Capire chi erano gli interventisti e perché volevano la guerra è il passaggio indispensabile per capire perché qualcuno aveva bisogno di un Mussolini interventista.
Chi erano gli interventisti? Erano un fronte composito, e proprio per questo efficace. C’erano i nazionalisti di Enrico Corradini, che da anni predicavano la guerra come strumento di rigenerazione nazionale e di affermazione imperialista. C’era Gabriele D’Annunzio, il poeta vate, che con i suoi discorsi infiammava le piazze e trasformava l’interventismo in una liturgia patriottica. C’erano i monarchici e i militari, che vedevano nella guerra l’occasione per completare il Risorgimento e conquistare le terre irredente. C’era la massoneria, tradizionalmente antiaustriaca e favorevole all’intervento. Ma c’erano anche, e questo è il punto che la narrazione scolastica tende a rimuovere, gli industriali e gli ambienti finanziari.
Perché gli industriali volevano la guerra? La risposta è semplice e concreta: perché la guerra era un affare. L’Italia del 1914 era un paese in cui l’industria pesante, quella siderurgica e meccanica, era in difficoltà: dipendeva dall’estero per le materie prime, soffriva la concorrenza, e aveva bisogno
di commesse pubbliche e di protezione. La guerra offriva tutto questo: commesse militari enormi, controllo dei mercati, possibilità di espansione. Per l’Ansaldo, per la Fiat, per l’Ilva, per la Banca Commerciale, la guerra non era una questione di patriottismo: era un’opportunità di profitto e di consolidamento. E questi ambienti avevano i mezzi, i contatti e la volontà per finanziare chiunque potesse spingere l’Italia nel conflitto.
Il legame tra interventismo e interessi economici non era un segreto, ma era un legame che la retorica patriottica copriva. I discorsi di D’Annunzio parlavano di gloria, di riscatto, di destino nazionale. I giornali interventisti parlavano di civiltà contro barbarie, di italianità, di grandezza. Ma dietro quella retorica c’erano contratti, commesse, finanziamenti, banche. E chi conosceva i meccanismi del potere sapeva che la guerra, per quanto vestita di ideali, era anche e soprattutto un’operazione economica. Questa è la storia materiale che la narrazione scolastica rimuove: la guerra come investimento.
In questo clima, la figura di Mussolini diventava preziosa. Perché gli interventisti borghesi, nazionalisti e monarchici, avevano un problema: non rappresentavano le masse. L’Italia operaia e contadina, quella che avrebbe dovuto combattere la guerra, era in larga parte socialista e neutralista. E il partito che la rappresentava, il PSI, era il più grande del paese, con a capo un uomo che era il più brillante oratore socialista d’Italia: Mussolini. Se si fosse riusciti a portare Mussolini dalla parte dell’intervento, si sarebbe portata con lui una fetta enorme di quel mondo operaio e socialista che fino a quel momento era il principale ostacolo alla guerra. Ecco perché Mussolini era così importante: non per il suo genio, ma per ciò che rappresentava.
La campagna interventista, quindi, non era solo una battaglia di idee: era una battaglia per conquistare le masse, e Mussolini era la chiave di volta di quella conquista. Gli industriali e i finanziatori avevano bisogno di un uomo che potesse parlare agli operai e ai socialisti il loro linguaggio, e che li portasse a sostenere la guerra. Mussolini era quell’uomo: un socialista, un rivoluzionario, un tribuno delle masse, che se fosse passato all’interventismo avrebbe potuto trascinare con sé una parte significativa del movimento operaio. Per questo, quando Mussolini cominciò a mostrare segni di apertura verso l’intervento, ci fu chi fu pronto a finanziarlo.
Il clima interventista, insomma, non era un’atmosfera vaga e spontanea: era un campo di forze organizzato, in cui interessi economici, propaganda politica e ambizioni individuali si intrecciavano. E in quel campo, Mussolini non era un attore solitario che decideva da solo: era un uomo che veniva corteggiato, finanziato e spinto da forze che avevano bisogno di lui. La sua svolta, come vedremo nel prossimo capitolo, non fu il frutto di un’illuminazione personale, ma il prodotto di un incontro tra la sua ambizione e gli interessi di chi aveva bisogno di un leader interventista che parlasse alle masse. È questo incontro, e non il “mistero” della sua psicologia, che spiega la scelta di Mussolini.
La domanda che chiude questo capitolo è quindi: chi aveva bisogno di Mussolini interventista, e cosa era disposto a fare per ottenerlo? La risposta, come vedremo, sta nei finanziamenti che resero possibile la fondazione del Popolo d’Italia. Perché un giornale non si fonda con le sole idee: si fonda anche e sopratutto con i soldi. E i soldi, in quel clima, venivano da chi aveva un interesse concreto e immediato a portare l’Italia in guerra.
4. I finanziatori del Popolo d’Italia
Siamo arrivati al cuore della questione. Perché se c’è un momento in cui la storia materiale, quella che i manuali rimuovono, torna alla luce con tutta la sua forza, è la fondazione del Popolo d’Italia. Perché un giornale non nasce dal nulla: come abbiamo già detto, nasce dai soldi. E i soldi che fecero nascere il giornale di Mussolini non provenivano dai socialisti che lo avevano espulso, ma dagli ambienti che avevano tutto l’interesse a portare l’Italia in guerra. Ricostruire la storia dei finanziamenti del Popolo d’Italia significa smontare, una volta per tutte, il mito dell’enigma mussoliniano: la svolta non fu un’illuminazione, fu un investimento.
Il quadro è questo. Il 15 novembre 1914 esce il primo numero de Il Popolo d’Italia, con il sottotitolo “Quotidiano socialista”. Mussolini è appena uscito dall’Avanti!, è stato espulso dal Partito Socialista, non ha un partito alle spalle, non ha un’organizzazione, non ha un seguito organizzato. Eppure, in poche settimane, riesce a fondare un quotidiano con una redazione, una tipografia, una distribuzione. Da dove vengono quei soldi? La risposta, documentata dagli storici, è che vengono dagli industriali e dagli ambienti finanziari interventisti. Il Popolo d’Italia non fu finanziato dai socialisti, ma da chi voleva la guerra.
Chi erano i finanziatori? I nomi sono noti e ricorrenti nella documentazione storica. C’è Giovanni Agnelli, proprietario della Fiat, che contribuisce con finanziamenti diretti. Ci sono Giuseppe e Mario Perrone, proprietari dell’Ansaldo, il grande complesso siderurgico e meccanico genovese, che aveva tutto l’interesse a vedere l’Italia in guerra per ottenere commesse militari. C’è Alberto Pirelli, della Pirelli, l’industria della gomma. E c’è, soprattutto, la Banca Commerciale Italiana, con il suo direttore Giuseppe Toeplitz e con Luigi Della Torre, che funge da tramite tra il mondo finanziario e Mussolini. Non sono nomi marginali: sono i vertici dell’industria e della finanza italiana.
Ma la rete di finanziamenti non si fermava ai confini italiani. C’era un altro attore, più potente e più lontano, che aveva un interesse diretto a vedere Mussolini al servizio dell’intervento: il governo britannico. Già nell’autunno del 1914, durante il viaggio a Ginevra con Filippo Naldi, Mussolini incontrò uomini politici del fronte alleato e ottenne contratti pubblicitari da agenzie legate all’Intesa. Fu il primo contatto. Ma il vero sostegno arrivò più tardi, quando l’Italia era già in guerra e il fronte italiano vacillava. Nell’autunno del 1917, con l’Italia stremata dalla guerra e il rischio di manifestazioni pacifiste sempre più concreto, il Regno Unito decise di finanziare direttamente Il Popolo d’Italia. La cifra era di 100 sterline a settimana, l’equivalente di circa 6.000 sterline attuali, e Mussolini si impegnò in cambio a mantenere e sostenere la linea bellicista. A gestire l’operazione era Sir Samuel Hoare, un parlamentare conservatore messo alla guida dell’intelligence britannica a Roma con un team di cento uomini. I pagamenti furono autorizzati da Hoare e continuarono per almeno un anno, come documentato dal Guardian e dal Christian Science Monitor nel 2009 sulla base di documenti desecretati degli archivi MI5.
Mussolini, insomma, non era solo finanziato dagli industriali italiani che volevano la guerra: era anche pagato dal governo britannico per tenere l’Italia in guerra e soffocare il dissenso pacifista. Questo non toglie responsabilità agli industriali italiani, ma mostra che la rete di interessi che sosteneva Mussolini era molto più vasta di quanto la narrazione scolastica racconti: era una rete internazionale, che univa capitalismo italiano e strategia geopolitica britannica.
Il meccanismo del finanziamento era duplice. Da un lato c’erano i contributi diretti, versati da Agnelli, dai Perrone, da Pirelli, da altri industriali, per sostenere la nascita e la sopravvivenza del giornale. Dall’altro c’era il canale bancario: la Banca Commerciale, attraverso Della Torre, raccoglieva e convogliava i finanziamenti degli ambienti industriali verso Mussolini.
Senza dimenticare i contributi britannici. Non era un’operazione segreta nel senso di nascosta: all’epoca se ne parlava, circolavano voci, e gli stessi ambienti finanziari non facevano mistero del loro sostegno all’intervento. Ma la memoria storica ha rimosso questo fatto, e la narrazione scolastica lo ha cancellato, preferendo raccontare la svolta di Mussolini come un enigma psicologico.
Perché quegli industriali finanziarono Mussolini? La risposta è già emersa nel capitolo precedente, ma va ribadita con chiarezza. Perché la guerra era un affare. L’Ansaldo, la Fiat, la Pirelli, la Banca Commerciale: tutti avevano un interesse concreto e immediato all’intervento. Le commesse militari, il controllo dei mercati, la possibilità di espansione, il rafforzamento del proprio potere economico: tutto questo passava attraverso la guerra. E per fare la guerra serviva il consenso delle masse, che erano socialiste e neutraliste. Serviva qualcuno che parlasse il linguaggio degli operai e che li portasse a sostenere l’intervento: serviva Mussolini. Per questo lo finanziarono: non per amore del suo genio, ma perché era uno strumento utile ai loro interessi.
C’è un dettaglio che rende ancora più chiaro il legame tra interessi economici e propaganda interventista. Il Popolo d’Italia non era solo un giornale: era una macchina di propaganda al servizio dell’intervento. Le sue pagine martellavano sulla necessità della guerra, sulla grandezza nazionale, sul tradimento dei neutralisti. E quella macchina era pagata da chi, della guerra, avrebbe beneficiato economicamente. Il legame tra la proprietà finanziaria del giornale e la sua linea politica non era casuale: era strutturale. Chi pagava, decideva. E chi pagava voleva la guerra.
Questa è la storia materiale che la narrazione scolastica rimuove. Non si tratta di una teoria del complotto, ma di un fatto documentato da gran parte della storiografia. De Felice (in Mussolini il rivoluzionario (1883-1920). Einaudi) , pur nella sua lettura tendente a psicologizzare Mussolini, raccoglie e riporta i documenti sui finanziamenti. Melograni, nella sua storia politica della Grande Guerra, documenta il ruolo degli ambienti economici nell’interventismo. I nomi, le cifre, i canali di finanziamento: tutto è ricostruibile. Eppure, nei manuali scolastici, questa storia sparisce. Si racconta che Mussolini diventò interventista, ma non si racconta che il suo giornale fu finanziato dagli industriali che volevano la guerra.
Perché questa rimozione? La risposta è quella che abbiamo anticipato nel primo capitolo, e che qui trova la sua conferma più concreta. Se si ammette che l’interventismo di Mussolini fu finanziato, voluto e costruito dagli industriali, allora la responsabilità della guerra e di ciò che ne seguì non è solo di Mussolini: è di un sistema. E questo è un discorso scomodo per tutti. Per la storiografia liberale, che preferisce raccontare la guerra come destino patriottico. Per la storiografia di sinistra, che preferisce il “traditore” come capro espiatorio. Ma la verità storica è più complessa: Mussolini non fu un genio solitario che sedusse l’Italia, ma uno strumento finanziato da chi aveva bisogno di lui.
Chiudiamo il capitolo con una considerazione che è il cuore della tesi di questo breve saggio. La svolta di Mussolini non casca dal cielo: è stata finanziata, voluta e costruita. Il Popolo d’Italia è la prova materiale di questo processo: un giornale nato con i soldi degli industriali, al servizio della propaganda interventista. E chi rimuove questa storia, chi la riduce a un enigma psicologico, non commette solo un errore storico: commette una scelta politica, che serve a scaricare su un singolo individuo le colpe di un intero sistema, e a proteggere chi ha reso possibile ciò che è avvenuto dopo.
5. Perché questa rimozione è funzionale
Abbiamo ricostruito la storia materiale: l’interventismo di Mussolini fu finanziato, voluto e costruito dagli ambienti industriali e finanziari che avevano interesse a portare l’Italia in guerra. Abbiamo visto i nomi, i canali, i meccanismi. E abbiamo visto che questa storia, pur essendo documentata, sparisce dalla narrazione scolastica. Ora resta la domanda finale, quella che chiude il ragionamento: perché questa rimozione è così sistematica, così diffusa, così funzionale? Non si tratta di una dimenticanza casuale, ma di un’operazione che serve a qualcosa. E capire a cosa serve è il passo decisivo per smontarla.
La prima funzione della rimozione è la più evidente: assolvere il sistema. Se la colpa dell’interventismo, e di tutto ciò che ne seguì, è solo di Mussolini, allora il sistema che lo ha prodotto viene assolto. Gli industriali, le banche, le élite economiche che finanziarono la guerra e la propaganda interventista escono di scena, e restano solo un uomo e la sua ambizione. È una narrazione comoda, perché trasforma un problema strutturale in un problema individuale. E un problema individuale si risolve facilmente: basta condannare l’individuo. Il sistema, invece, non viene mai interrogato. E non interrogare il sistema significa proteggerlo.
La seconda funzione è strettamente legata alla prima: proteggere l’idea della guerra come destino patriottico. La storiografia liberale, quella della “grande narrazione nazionale”, racconta la Prima guerra mondiale come un momento di unità, di passione, di riscatto nazionale. Ammettere che la guerra fu finanziata e voluta dagli industriali per ragioni di profitto rovinerebbe questo mito. Perché se la guerra non fu un destino patriottico ma un’operazione economica, allora cambia tutto: cambia il modo di raccontare i morti, i sacrifici, le sofferenze. E questo è un discorso che la narrazione nazionale non può permettersi di fare. Meglio un nemico individuale, meglio Mussolini, meglio l’enigma psicologico, piuttosto che ammettere che la guerra fu anche un affare per cui valeva la pena sacrificare vite.
La terza funzione è più sottile, e riguarda la storiografia di una certa frangia dell’attuale sinistra. Anche la sinistra ha un interesse a raccontare Mussolini come il “traditore” della classe operaia, il rinnegato che ha voltato le spalle ai suoi. Questa lettura è moralmente soddisfacente: dà un volto al male, permette di condannare un individuo invece di interrogare un sistema. Ma è storicamente insufficiente, e soprattutto è politicamente comoda. Perché se si ammette che il fascismo non fu il prodotto di un tradimento individuale, ma di un’alleanza strutturale tra un movimento politico e gli interessi economici dominanti, allora la lezione diventa molto più inquietante. Non basta condannare Mussolini: bisogna interrogare il sistema che lo ha reso possibile. E questo è un discorso che nemmeno parte della sinistra, a suo modo, vuole fare fino in fondo.
Qui sta il paradosso che attraversa tutto il saggio: demonizzare Mussolini non è solo un errore storico, è una scelta politica. Serve a scaricare su un singolo individuo le colpe di un intero sistema, a proteggere chi ha reso possibile ciò che è avvenuto dopo. E più insistiamo sul “mistero”
di Mussolini, più alimentiamo la leggenda del genio solitario che ha sedotto l’Italia. Una leggenda che, paradossalmente, è funzionale proprio a chi ha finanziato quel genio. Perché se Mussolini era un genio, allora nessuno lo ha finanziato: è stato lui a fare tutto da solo. E chi lo ha finanziato sparisce dalla storia.
La rimozione, insomma, non è un’operazione neutra: è un’operazione politica. E come tutte le operazioni politiche, ha dei beneficiari. I beneficiari sono gli stessi che hanno finanziato l’interventismo: gli ambienti economici che, da allora, hanno continuato a esercitare il loro potere senza essere interrogati sulla loro responsabilità storica. La narrazione scolastica, rimuovendo la storia materiale, ha costruito una versione della storia che protegge il potere economico. E questa versione è stata così efficace proprio perché si presenta come ovvia, come naturale, come l’unica possibile. Ma non lo è.
Smontare questa narrazione non significa fare un’operazione di semplice correttezza storica: significa un’operazione politica. Significa restituire la responsabilità a chi la merita, e togliere al fascismo quell’aura di inevitabilità che la demonizzazione individuale, paradossalmente, contribuisce a costruire. Perché se il fascismo fu il prodotto di un’alleanza tra un movimento politico e gli interessi economici dominanti, allora non fu un incidente della storia, ma una possibilità strutturale. E riconoscere questa possibilità è il primo passo per impedire che si ripeta.
La conclusione di questo saggio è quindi una provocazione, ma una provocazione fondata sui fatti. Il fascismo non nacque da un’illuminazione solitaria di Mussolini, ma da un investimento di capitale. La guerra, quella guerra che Mussolini contribuì a scatenare, fu finanziata, voluta e costruita esattamente come lo fu la sua svolta politica. E la narrazione scolastica, rimuovendo questa storia, ha compiuto un’operazione che va ben oltre l’errore: ha protetto chi ha reso possibile ciò che è avvenuto dopo. Smontare il mito dell’enigma mussoliniano significa, in ultima analisi, restituire la storia a chi la merita: non a un singolo individuo, ma al sistema che lo ha prodotto, finanziato e utilizzato.
Fonti e bibliografia
Di seguito le fonti utilizzate per la ricerca e l’analisi del saggio presentato:
- De Felice, R. (1965). Mussolini il rivoluzionario (1883-1920). Einaudi.
- Melograni, P. (1969). Storia politica della grande guerra 1915-1918. Laterza. Rochat, G. (2005). La Grande Guerra 1914-1918. La Nuova Italia.
- Megaro, G. (1930). Mussolini in the Making. Houghton Mifflin.
- Bosworth, R. J. B. (1983). Italy and the Approach of the First World War. Macmillan.
- Thompson, M. (2008). The White War: Life and Death on the Italian Front 1915-1919. Faber & Faber.
- The Guardian (13 ottobre 2009). “Recruited by MI5: the name’s Mussolini. Benito Mussolini.”
- Christian Science Monitor (14 ottobre 2009). “Italy’s Mussolini earned $6,000 a week as WWI agent for Britain.”
- Reuters (14 ottobre 2009). “Quando Mussolini lavorava per i servizi inglesi.”
- CBS News (14 ottobre 2009). “Mussolini Paid Well As British Agent In WWI.”

