Nella giornata di ieri, a Roma, è andata in scena la manifestazione per la “remigrazione” promossa dal comitato Remigrazione e Riconquista, alla quale è seguita la contromanifestazione “antifascista” di CGIL e vari centri sociali.
Sabato 13 marzo 2026 è una giornata storica. Si è disvelato ciò che sosteniamo da tempo nella sua essenza nuda e cruda: le due facce della stessa medaglia, i due paladini che – pur odiandosi – sono strutturalmente necessari a perpetuare la subordinazione dell’Italia all’asse Bruxelles-Washington-Tel Aviv, si sono palesati in tutta la loro essenza.
Da una parte abbiamo la destra, fieramente italiana e capitanata da Vannacci, che ha il merito di aver rinvigorito il movimento con parole d’ordine popolari, prive però di una vera analisi materiale dello stato delle cose. Questa nuova destra, infatti, non analizza criticamente ciò che accade, bensì, si limita a ribaltare il paradigma neoliberista dominante. D’altronde, il generale Vannacci è pur sempre l’autore de “Il mondo al contrario”. Se da un lato è stato stimolante vedere sventolare tutti quei tricolori, dall’altro bisognerebbe capire come si sposi il progetto remigrazionista – ammesso che sia la bacchetta magica in grado di cancellare ogni male – con la fedeltà ai sovrani di USA, UE e Israele. Parliamo degli architetti e degli esecutori materiali della destabilizzazione di quelle aree da cui l’Italia – su imposizione di Bruxelles – importa manodopera a basso costo al fine di abbattere i salari dei lavoratori italiani. Schiavismo 2.0.
Come intende questo movimento far coincidere la remigrazione con il moto rotatorio dell’Italia in orbita neoliberista? È evidente che quella di Vannacci non sia una reale proposta di recupero della sovranità nazionale, dell’identità o di miglioramento delle condizioni di lavoro degli italiani; al contrario, appare come l’ennesimo tentativo di canalizzare il dissenso entro i confini istituzionali concessi dal padrone a stelle e strisce. Un leitmotiv già visto con il Movimento 5 Stelle, con Salvini e con Meloni: un espediente per ritardare il più possibile un reale sovvertimento di quest’ordine imposto dall’alto.
Dall’altra parte si staglia la sinistra liberale e “fucsia”, quella dei gay pride e del movimento no-borders. Se possibile, uno scenario ancora peggiore. Essi vivono in un mondo illusorio e fatato. Alla reazione fucsia bastano due secondi per bollare come “fascista” qualsiasi proposta politica volta al recupero della sovranità nazionale, come “razzista” ogni tentativo di ripensare le politiche migratorie, e come “omobilesbotransfobico” l’interesse per la difesae tutela della famiglia e della natalità. Anche in questo contesto non si sono smentiti, puntuali nel tentativo di soffocare democraticamente (si fa per dire) la manifestazione pacifica del comitato avversario.
Al fine di legittimare esteticamente queste due narrazioni, opposte ma parallele, non sono mancati striscioni con falce e martello da un lato e cori per Mussolini dall’altro. In fin dei conti, entrambe le tifoserie sono uscite vittoriose: la propria narrazione è stata validata dal gruppo avverso e la gabbia politica che tiene in ostaggio il Paese da ottant’anni ne è uscita persino rinsaldata.
Lo snodo cruciale è proprio questo: gli organizzatori delle due piazze avevano lo scopo di guidare fette di popolazione nella stessa direzione: lo scontro, l’ennesima guerra tra poveri. Nessuno dei due schieramenti ha la reale intenzione di svincolare la nostra Patria dalla morsa del padrone “a stelle di Davide e strisce”, né di fuoriuscire dal recinto ideologico del capitalismo globale. Ciò che conta è costringere il popolo a scegliere tra due factiones. È come una moneta – magari un quarto di dollaro – con due facce: non importa se sceglierai testa o croce, l’importante è che continui a scegliere quella specifica moneta.
La destra vannacciana ha, quantomeno, il merito di aver intercettato un diffuso sentimento popolare: la percezione dell’insicurezza causata dall’immigrazione incontrollata, utilizzata scientificamente per destabilizzare il popolo, dividerlo e sfruttare i migranti stessi, a loro volta in fuga da paesi devastati. Tuttavia, da parte di Vannacci manca un’analisi di fondo che miri a comprendere le cause profonde del problema al fine di risolverlo. Il generale e il suo entourage si nutrono di questo malcontento per raccogliere voti e salire al potere per poi, come la storia recente insegna, non fare nulla in tal senso.
Vannacci non ha un reale interesse a risolvere la questione migratoria, avendo egli stesso partecipato in prima linea a quelle missioni NATO (Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Libia 2011, Iraq 2013) che hanno spianato la strada alla radicalizzazione islamica e alle migrazioni di massa. A conti fatti, il generale fa parte della genesi del problema, non della sua soluzione. Se non metterà in discussione il posizionamento dell’Italia rispetto a USA, NATO, UE e Israele, ogni sua parola su immigrazione e sovranità si trasformerà irrimediabilmente nell’ennesimo slogan elettorale. Vannacci rischia così di rivelarsi l’ennesima riproposizione periodica del tentativo dell’asse Washington-Bruxelles di disarticolare, inglobare e infine neutralizzare il dissenso.

