Da Osservatorio globalizzazione. Tratto da Una benedizione in mezzo alla Terra, Streetlib 2019.
Indice
Introduzione
La ricerca che si è concretizzata in questo studio si è prefissa inizialmente l’ambizioso scopo di mettere ordine fra le tante interpretazioni dell’identità profonda della civiltà cosiddetta occidentale, ovvero delle sue radici cristiane e al contempo eredi delle culture precedenti cioè pagane. Consequenziale è stato poi utilizzare le coordinate trovate per cercare di capire meglio le trasformazioni in atto e volgere dunque lo sguardo agli altri fattori culturali e sociali connessi, in primis quelli derivanti dalla religione giudaica ma anche da quella islamica.
Alcune delle conclusioni di questa ricerca sono state per il sottoscritto inattese, e per questo tanto sorprendenti quanto illuminanti: quello che si è palesato è un processo dalle caratteristiche eccezionali, che riguarda tutti a prescindere dal credo o dal non credere, e che date le sue proporzioni non è ascrivibile alla volontà di singoli o di gruppi di individui – come vorrebbero certe narrazioni generalmente definite complottistiche – quanto risultato di una notevole concatenazione di dinamiche ed eventi che vanno messi in correlazione. La consapevolezza della sussistenza di tale processo permette a mio avviso, al netto delle situazioni contingenti, di dare un senso a fenomeni altrimenti banalizzati quando non equivocati, ed intravedere dei possibili sviluppi futuri che riguardano non solo l’Occidente ma anche il resto del mondo che con questo è in rapporto.
Lo studio, oltre a una necessaria premessa e una bibliografia minima, è perciò diviso in tre parti: le prime due su passato e presente dal carattere prettamente saggistico, e la terza su presente e futuro in cui, oltre a mostrare come alla luce di queste riflessioni è possibile inquadrare meglio alcuni tra i più rilevanti fenomeni religiosi e culturali dei nostri giorni, si azzardano delle previsioni sulle possibili evoluzioni della situazione attuale.
Il suggerimento per chi si accosta a questo lavoro è quindi quello di predisporsi a procedere senza l’obiettivo di arrivare a un punto fermo prima che le dense nubi che descrive si siano dissipate. Senza cioè soffermarsi su delle parti, magari quelle più passibili di una lettura controversa, come fossero slegate dalle altre.
Premessa: i rapporti fra le religioni abramitiche
Sebbene chi scrive non sia un teologo ma un ricercatore nel campo degli studi sulle religioni, ho potuto constatare personalmente come anche a livello accademico e persino ecclesiastico (sic!) molti non abbiano le idee del tutto chiare o preferiscano sorvolare su un argomento divenuto scomodo, quello che per la prospettiva cristiana tradizionale era e rimane un punto cruciale: il rapporto di discontinuità fra giudaismo veterotestamentario, di cui il cristianesimo si ritiene legittimamente compimento, e quello successivo che per la dottrina cristiana è a tutti gli effetti e necessariamente un’altra religione a partire dai primi resoconti neotestamentari1. Questa posizione, oggi spesso definita come teologia della sostituzione o supersessionismo, non è altro che teologia cristiana classica, in crisi quanto la religione che un tempo esprimeva e che ora è in cerca di nuove vie di autoanalisi ancora prima che di espressione. Per essere dunque il più possibile chiari nell’affrontare argomenti in cui risulta indispensabile questa distinzione d’ora in poi ogni qual volta si renda necessario specificheremo l’evoluzione moderna del giudaismo veterotestamentario, che per la maggior parte è altresì definibile come giudaismo rabbinico, come giudaismo post-veterotestamentario.
Altrettanto ignorate sono la del tutto speculare – e altrettanto legittima – concezione che del cristianesimo ha il giudaismo post-veterotestamentario2 e la complementare posizione islamica che applicando una simile prospettiva di sostituzione sia al giudaismo che al cristianesimo completa il quadro delle religioni convenzionalmente definite come abramitiche (perlomeno delle tre più diffuse e per questo più rilevanti).
Ho quindi composto questa semplice schematizzazione che può risultare utile per chiarire preliminarmente un punto fondamentale senza il quale questo studio non può procedere e senza il quale, tra l’altro, non può dirsi realmente compresa la prospettiva tradizionale cristiana, né quella giudaica, né quella islamica.

Legenda:
- Ognuna delle religioni abramitiche parte da una base comune che classicamente identifica come propria; questa origine, necessaria, è però ancora insufficiente a caratterizzare definitivamente ogni percorso specifico e per questo è riportata in colore grigio cioè neutro;
- a partire da questa origine con tratti comuni (cioè partendo dal giudaismo veterotestamentario per il cristianesimo, dalla sua stessa storia per il giudaismo contemporaneo, e da tutti i monoteismi pre-islamici sublimati nella figura di Abramo per l’islam), ogni religione segue il suo percorso evidenziato dal colore diverso, mentre gli altri, segnalati come obliterati e/o in nero, sono ritenuti delle deviazioni più o meno imperfette;
- viene segnalato il testo sacro che designa specificatamente ognuna di queste prospettive: per il cristianesimo il Nuovo Testamento, il cui canone era stato certamente stabilito nel IV° secolo d.C. come rilevabile dai resoconti del Concilio di Cartagine del 397; per il giudaismo post-veterotestamentario rabbinico, ovvero quello oggi del tutto maggioritario a differenza di quello non-talmudico chiamato caraita, il Talmud (in particolare quello babilonese), tradizione orale antica la cui fissazione e raccolta definitiva non è attestabile prima di un arco temporale che va dal V° al VI° secolo d.C.; per l’islam il Corano, la cui redazione definitiva è avvenuta durante il califfato di ‘Uthman ibn ‘Affan, terzo successore del profeta Maometto, cioè durante il VII° secolo.
- Gesù è considerato dall’islam come parte della sua tradizione (sebbene con dei caratteri leggermente diversi da quelli dei resoconti evangelici, a partire dal nome al-masih ‘Isa ibn Maryam con cui è frequentemente designato nella Rivelazione coranica) ma non essendo ancora la sua figura determinate quanto la predicazione di Maometto e la raccolta delle rivelazioni da lui ricevute che è il Corano (più le tradizioni che costituiscono la Sunna) è segnalata in colore grigio; nel giudaismo post-veterotestamentario quello che è generalmente conosciuto come Yeshua, Yeshu o Jesu, tradizionalmente ritenuto un falso messia o al limite un rabbino frainteso, risulta in pratica come un incidente di percorso, e per questo è riportato in nero e obliterato come il percorso alternativo che da lui è scaturito;
- l’islam è ritenuto sia dal giudaismo post-veterotestamentario che dal cristianesimo come una deviazione di entrambi, avendo attinto da entrambi; tuttavia nella prospettiva giudaica classica, per le ragioni che vedremo in seguito, esiste tradizionalmente un certo grado di ammissibilità e per questo è rappresentato in nero ma non obliterato come il cristianesimo;
- l’islam non è particolarmente interessato a fare distinzione fra giudaismo veterotestamentario e post-veterotestamentario né a stabilire delle preferenze fra questo e il cristianesimo, ritenendo di essere con la successiva e definitiva Rivelazione coranica il compimento di tutte le religioni monoteiste; tradizionalmente contempla a partire dal Corano stesso la coesistenza con queste3, e perciò gli altri percorsi non sono segnalati come obliterati, ma le interpretazioni vanno da quelle di certo sufismo per cui ogni religione è una diversa rifrazione della stessa luce divina a quelle più intransigenti dove si sottintende che esse verranno un giorno riassorbite dall’islam stesso.
N.B. Il riconoscimento delle diverse prospettive non deve in alcun modo implicare l’impossibilità di convergenze su temi comuni. Anzi, è solo partendo da qui che vedremo come sono cambiate le posizioni meno concilianti fra quelle tradizionali, e come potrebbero cambiare ancora.
I. Le radici pagano-cristiane dell’Occidente
San Giustino, filosofo del secondo secolo dopo Cristo, tra i primissimi cristiani e per questo fondamentale nonostante raramente si ricordi la sua importanza, scriveva nella sua prima Apologia4: «Coloro che vissero secondo il Logos furono cristiani anche se sono considerati atei, come tra i greci Socrate, Eraclito e altri come loro; tra i barbari Abramo, Anania, Azaria, Misaele e tanti altri, l’elenco delle cui opere e dei cui nomi ora tralasciamo sapendo che è troppo lungo. Così anche quelli che nacquero prima del Logos e non vissero secondo questo furono malvagi, nemici di Cristo e persecutori di quanti vivevano secondo il Logos. Quanti invece sono vissuti e vivono secondo il Logos sono cristiani, impavidi e imperturbabili». Logos è la parola greca che nel Vangelo di Giovanni il cristianesimo latino traduce con Verbum, cioè facendosi carne il Cristo stesso, ma fra le tante possibili trasposizioni in latino di questo termine così ricco di significati e per questo ampiamente utilizzato nella filosofia precristiana c’è anche quello di ratio, cioè di regola, proporzione, natura. Infatti per Giustino chi prima del Cristo visse in modo equilibrato, giusto e naturale – come Abramo che ovviamente Giustino include tra i barbari cioè tra gli estranei alla civiltà greco-romana – è considerabile come cristiano nonostante non abbia mai conosciuto il Verbo nella sua interezza.
Questa dottrina, anche detta dei Logoi Spermatikoi o Semina Verbi cioè dei Semi del Verbo, dichiara la liceità se non l’obbligo per i cristiani di salvare tutto ciò che di ragionevolmente recuperabile vi è in ciò che teoricamente è estraneo al Cristo cioè nel paganesimo. Nel fare ciò non si discosta tanto da San Paolo, l’ebreo che per primo si batté perché chi si convertiva dal paganesimo al cristianesimo potesse non adottare i costumi giudaici e conservare quindi quelli del suo popolo. Paolo, l’Apostolo delle Genti, a sua volta non fa altro che rifarsi alla figura del Cristo, che portando a compimento la Legge veterotestamentaria, cioè sublimandola nel comandamento della carità universale, la rendeva ugualmente universale ovvero teoricamente accessibile a tutti i popoli del mondo.
Similmente Sant’Agostino scriveva nelle sue Ritrattazioni5: «Quella che ora prende il nome di religione cristiana esisteva già in antico e non fu assente neppure all’origine del genere umano, finché non venne Cristo nella carne. Fu allora che la vera religione, che già esisteva, cominciò a essere chiamata cristiana». Così anche San Columba di Iona, proveniente da una nobile famiglia dalla ricca tradizione druidica, poté affermare: «Cristo è il mio druido!»6.
Questo è, detto in modo spicciolo, il motivo per cui i cristiani pur seguendo una dottrina che si dichiara il compimento di quella preannunciata nell’Antico Testamento furono da principio liberi di non seguire prescrizioni della Legge veterotestamentaria come l’obbligo della circoncisione e, viceversa, di continuare con pratiche che la stessa proibisce come il cibarsi di carne suina.
E a cosa servono se non a soddisfare le stesse esigenze umane di sempre, ma riformulate alla luce della Rivelazione cristiana, i culti locali di certi santi, il culto popolare di simulacri e reliquie, talune forme di culto mariano, e quant’altro? Non a caso il giudaismo post-veterotestamentario ma anche l’islam e addirittura il protestantesimo, più concentrato sulle Scritture che sulla Tradizione, rimproverano al cattolicesimo (così come al cristianesimo ortodosso, seppur per varie ragioni in misura diversa) una sovrabbondanza di elementi derivanti dalla devozione popolare.
Ma nonostante tutte le critiche che le si potrebbero fare non si può non riconoscere che questa commistione costituisce la base stessa, la “personalità” (che non è neutra, come vorrebbe qualcuno), di quella che un tempo si definiva Cristianità cioè dei popoli che con questa si sono via via identificati: sono insomma le antiche radici dell’Europa, e per estensione della civiltà cosiddetta occidentale.
Sulla validità o meno dell’accezione comune del termine “Occidente” come indicante la civiltà europea e quella che ne è derivata anche in altre terre (in primis l’America e l’Oceania ma anche altrove) ci sarebbe da discutere oltremodo, ma non essendo questo il tema su cui si focalizza l’opera basti a noi prendere per buona quella derivante dalla convenzione comune; la quale comunque ha effettivamente una sua validità nella misura in cui indica un insieme di popoli le cui storie si sono intrecciate e con tratti comuni dal punto di vista culturale e sociale. Uno tra i più importanti, se non il più importante tout court, è per l’appunto la religione cristiana.
Sorge a questo punto il problema – ineludibile – di distinguere fra il cristianesimo in quanto tale, dottrina che si dichiara atemporale e universale, e in quanto connotatosi storicamente ed etnicamente (in contesto prima mediorientale ed europeo, poi occidentale, e infine globale).
A questo proposito è utile riportare la riflessione dello studioso ebreo Leo Baeck sulla direzione che il cristianesimo prese sin dal principio. Nel saggio Il Vangelo: un documento ebraico7 egli sostiene che l’insegnamento di Gesù non conteneva alcuna messa in discussione fondamentale del giudaismo, e che il responsabile della “deriva antiebraica” della Chiesa primitiva fu soprattutto Paolo di Tarso, ovvero colui che si calò a tal punto nel suo ruolo di “apostolo delle Genti” da far trionfare sull’embrionale giudeo-cristianesimo quello che lui definisce come pagano-cristianesimo, il cristianesimo cioè dei popoli pagani – mediterranei e per estensione europei – e non degli ebrei. Ugualmente lo storico delle religioni Hans-Joachim Schoeps, anch’egli ebreo, sostiene8 la teoria dell’ellenizzazione cioè della paganizzazione del cristianesimo primitivo, che altrimenti sarebbe stato (o meglio, secondo questa interpretazione, rimasto) più marcatamente debitore del giudaismo. E tale operazione sarebbe stata realizzata ovviamente a partire da Paolo sotto l’influenza delle religioni misteriche e dello gnosticismo diffusi in tutta l’area mediterranea e oltre.
Baeck e Schoeps, essendo di religione ebraica, possono legittimamente concepire questa dinamica come un errore o un incidente di percorso, ma teoricamente un cristiano non potrebbe fare altrettanto se non cadendo nella contraddizione di mettere in dubbio l’intera storia del cristianesimo. Per questo l’influente teologo luterano Rudolf Bultmann similmente sostiene9 che i giudeo-cristiani furono soppiantati dai cristiani provenienti dal paganesimo allorquando questi combinarono il cristianesimo con elementi ellenistici, ma il prodotto di questa assimilazione è comunque la religione alla quale egli aderisce. Ancor più netto l’eminente teologo cattolico Hans Küng che nella sua opera Cristianesimo10, parte di una sorta di trilogia sulle religioni abramitiche, utilizza pressoché la stessa terminologia e rileva lo stesso processo ma a questo non attribuisce, e non poteva fare altrimenti, una connotazione negativa.
Ora, accettando la ragionevolezza di tutte queste riflessioni a prescindere dalle sfumature ed escludendo la possibilità che il processo in questione sia stato determinato dal caso si può arrivare a una sola logica conclusione: la dinamica dell’assimilazione di elementi precristiani, cioè pagani, è insita nel cristianesimo stesso.
Il problema risiede nel fatto che un’affermazione tale può risultare tanto banale quanto di difficile applicazione, e questo per via di un eurocentrismo che ancora permea gli schemi su cui è impostato il cristianesimo mainstream. Ad esempio, quando gli studiosi esaminano fenomeni di sincretismo religioso relativamente recenti, come il vudù, il candomblé o la santeria, non hanno alcun problema a riconoscerli come sincretismi fra culti “tribali”, cioè pagani, ed elementi a questi estranei come quelli apportati dal cristianesimo; ma quel che sfugge a tanti è che neanche questi sono “neutri”, puramente “cristiani” come se ciò fosse possibile, bensì a loro volta connotati dalla precedente commistione con elementi delle civiltà precedenti. Un esempio tipico è la rappresentazione stereotipata di Gesù come di un uomo biondo e con gli occhi azzurri: era realmente così? Non lo sappiamo, i Vangeli non lo descrivono fisicamente. Eppure è quella l’iconografia che si è imposta, perché adatta ai canoni degli europei che rappresentavano la maggioranza dei cristiani. Ma da quando cristiani lo sono anche tanti nativi americani, africani subsahariani, asiatici, etc, è più che ragionevole immaginarlo diversamente.
Questa sovrapposizione di commistioni non è dunque in nessun caso un’eccezione, una deviazione da un percorso altro, bensì la prassi stessa del cristianesimo che sempre passa attraverso un processo di inculturazione ovvero una declinazione nella cultura in cui si va a diffondere. E questo – ripetiamolo ancora una volta – è esattamente quel che è successo anche alle prime popolazioni che hanno accolto il messaggio del cristianesimo: quelle mediorientali, mediterranee ed europee.
E non si è mai trattato di cristianesimi “nuovi” rispetto a uno “originale”. È proprio qua che risiede il carattere universale della dottrina cristiana, il modo in cui emerge un’impostazione che nell’Antico Testamento, o Bibbia Ebraica secondo una terminologia sempre più diffusa, rimane implicita: nell’essere capace di ricomprendere al suo interno i particolarismi invece di annullarli.
Per lo stesso motivo è comprensibile perché i giudei che non divenivano cristiani trovassero in queste acquisizioni un’ulteriore conferma al loro rifiuto a confluire in quella che percepivano come una cultura diversa dalla loro. Era infatti in grandissima parte la cultura di altri: i goyim, cioè i pagani, con cui – per ragioni che non stiamo qui a contestare – non vollero confondersi.
Si potrebbe quindi giustamente concludere che parlare di radici cristiane o di radici pagano-cristiane dell’Europa (e dell’Occidente) equivale a parlare della stessa medesima cosa, e che l’utilizzo della seconda aggettivazione potrebbe al limite servire a mettere in evidenza una caratteristica della prima. Ma in seguito ai fattori che analizzeremo nel prossimo capitolo, a partire dal diffusissimo equivoco sulle decantate “radici giudaico-cristiane dell’Occidente”, questa specificazione si rende ora particolarmente opportuna e necessaria.
II. La “civiltà giudaico-cristiana”
Fino a qualche decennio fa termini come “giudeo-cristianesimo”, “giudeo-cristiano” o “giudaico-cristiano” erano per lo più utilizzati in ambito specialistico per indicare delle forme di religiosità sincretica del passato in cui si fondevano e confondevano, in combinazioni variabili ma con tratti comuni, elementi dottrinali e/o devozionali prettamente cristiani con elementi dottrinali e/o devozionali prettamente giudaici. Come possiamo apprendere da varie fonti, a partire dallo stesso Nuovo Testamento11, questo fenomeno si manifestò sin dal principio della scissione fra cristianesimo e giudaismo post-veterotestamentario. Da parte di alcuni dei primi ebrei che divennero cristiani si poteva presentare come una reticenza ad abbandonare determinate usanze e credenze giudaiche incompatibili con l’universalità cristiana, da parte di non-ebrei che diventavano cristiani invece come un’ingiustificata adozione di elementi giudaici non necessari e non richiesti per divenire cristiani. Chi ricade in quest’ultima categoria allora come adesso – una certa attrazione verso questa componente della propria religione è per i cristiani una costante – viene propriamente definito con un termine sempre meno utilizzato come “giudaizzante”.
Specularmente dal punto di vista dei discendenti di quegli ebrei che non riconobbero Gesù come il messia atteso, e che quindi percepivano il cristianesimo come un’eresia e una minaccia, poteva manifestarsi come un’attrazione da parte di propri correligionari per elementi dottrinali e/o devozionali e/o sociali dei cristiani.
Il perché da parte cristiana queste forme di sincretismo siano state combattute sin dal principio è semplice quanto sempre più misconosciuto: il timore – concreto, in effetti – della confusione, della subordinazione e in definitiva dell’indebolimento e del decadimento della dottrina cristiana. Una vera e propria giudeofobia. Non a caso lo storico ebreo Mark R. Cohen afferma12 che in passato gli ebrei soggetti all’autorità islamica furono meno oppressi rispetto agli ebrei soggetti all’autorità cristiana perché l’islam non aveva la stessa esigenza del cristianesimo di marcare nettamente le distanze teologiche col giudaismo e le conseguenti ricadute sociali. Classicamente infatti dal punto di vista cristiano ciò che di giudaico c’è nel cristianesimo, come i testi dell’Antico Testamento o l’attesa messianica e l’impostazione monoteistica, è già considerato in tale prospettiva come appartenente alla suddetta tradizione, mentre elementi che le sono estranei, come il corpus talmudico o la negazione dell’Incarnazione e l’attesa di un altro messia ovvero ciò che è proprio del giudaismo post-veterotestamentario, no. L’opposizione teologica al giudaismo (da non confondere con la tendenza all’antisemitismo benché non siano l’una estranea all’altra) è per questo connaturata al cristianesimo, e lo è tanto quanto è un dato scontato nel giudaismo post-veterotestamentario l’opposizione alla dottrina e alla prassi cristiane.
Si pensi che Flavio Claudio Giuliano, nominalmente ultimo imperatore romano non-cristiano, promosse nel IV° secolo dopo Cristo una ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, che tuttavia non si realizzò perché un terremoto interruppe i lavori appena iniziati e dopo la sua morte nessuno più li riprese. Ovviamente l’iniziativa di Giuliano non procedeva da un ipotetico filogiudaismo ma da un preciso calcolo politico per contenere il dilagante cristianesimo: rinnovare la religione giudaica avrebbe infatti indebolito la religione con questa in diretta competizione, quella cristiana, che a sua volta minava – o meglio, come abbiamo visto, assorbiva – quella degli avi. È interessante notare che per gli storici Sozomeno, cristiano, e Ammiano Marcellino, pagano ma non avverso al cristianesimo, il progetto di ricostruzione venne abbandonato perché ogni qual volta gli operai cercavano di riedificare il tempio venivano ustionati da terribili fiamme provenienti dalle viscere della terra, fino al suddetto terremoto che distrusse ciò che fino ad allora era stato fatto. Come se si volesse affermare che la volontà divina era effettivamente che il Tempio non fosse ricostruito. Perché, è evidente, un’eventuale ricostruzione di un terzo tempio a Gerusalemme avrebbe posto dei dubbi sulla distruzione del secondo annunciata da Gesù cioè sulla ricostruzione spirituale da lui operata in maniera del tutto inattesa13.
Ugualmente i rabbini hanno combattuto l’assimilazione e la scomparsa della loro tradizione religiosa rimarcandone le peculiarità e limitando per quanto possibile le acquisizioni dall’esterno. L’attivista ebreo per i diritti umani Israel Shahak14 definisce per questo la realtà dei ghetti ebrei in Europa come un’utopia chiusa, una sorta di Sparta ebraica perennemente in lotta con l’esterno. Se infatti nel cristianesimo possiamo riscontrare una sorta di giudeofobia intrinseca specularmente nel giudaismo post-veterotestamentario non possiamo non notare una critica radicale al cristianesimo.
Ma nonostante tale rivalità, nonostante l’incompatibilità teologica di fondo su alcuni punti-chiave (Gesù come messia e Dio, la Trinità, il culto mariano, la venerazione dei santi e dei simulacri, etc), nonostante da principio e per secoli le commistioni di cristianesimo e giudaismo post-veterotestamentario siano state interpretate dall’una e dall’altra religione come pericolose eresie e come tali combattute, nonostante questo e altro ancora nel corso della storia si sono periodicamente ripresentati dei sincretismi sotto svariate forme.
Un esempio ante litteram, precedente allo stesso cristianesimo, è quello dei Theosebeis o Sebomenoi (“timorati di Dio”, “credenti”), una corrente religiosa di ispirazione giudaica formata da non-ebrei che abitavano nella regione di Harran, un’area compresa tra l’Anatolia Sud Orientale e il nord della Siria. Tra le loro pratiche c’era ad esempio quella dell’iniziazione attraverso l’immersione rituale, a rievocazione dell’inondazione del mondo durante il Diluvio universale che ripulì la Terra dagli uomini dediti al peccato. Poiché non vi è traccia di continuità fra queste comunità e il cristianesimo il dato più significativo in merito è che esse sono forse alla base del misterioso termine coranico sabi’a, utilizzato in modo vago per indicare dei credenti non musulmani né ebrei né cristiani ma meritevoli di essere ricompresi nel novero dei monoteisti.
Sebbene facciano parte integrante della spiritualità occidentale, e sebbene non siano del tutto estranee al processo che stiamo analizzando, non ci occuperemo neanche di commistioni fra concetti cristiani ed esoterici/cabalistici come quelle massoniche. Benché non siano di certo trascurabili queste pratiche rimangono per definizione ad appannaggio di strette cerchie di persone, mentre quel che ci interessa riportare qui sono le forme di religiosità essoteriche, cioè esteriori, manifeste e abbastanza diffuse da poter essere definite come di popolo.
Per lo stesso motivo ha poco senso trattare degli apporti delle piccole comunità ebraiche presenti in Europa. Certamente ci furono, ma allora non si capisce perché, ad esempio, dato l’apporto dato dai contatti con la civiltà islamica nei campi della filosofia, della matematica, della scienza, non si parli allora anche delle “radici islamiche dell’Europa”, come in realtà più di un intellettuale ha suggerito sarebbe corretto fare15.
Dato che quel che interessa qui capire è il perché si parli oggi diffusamente di “radici giudaico-cristiane dell’Occidente” dobbiamo esaminare piuttosto fenomeni di massa capaci di determinare, influenzare o sancire la trasformazione da negativo in positivo di questo essere “giudaizzante”.
Potremmo subito annoverare fra i sincretismi giudeo-cristiani, e addirittura come uno dei più antichi sopravvissuti e a noi giunto, quella religione che in questa trattazione torna continuamente insieme a giudaismo e cristianesimo, l’islam, che come sistema abramitico dalla forte connotazione semitica ma universalista ha innumerevoli tratti in comune sia col primo che col secondo; ma ciò – ancor prima che potenzialmente fuorviante per questo passaggio dell’analisi – risulterebbe irrispettoso nei confronti della sua dottrina secondo cui esso è il frutto non di una commistione fra religioni bensì di una rivelazione divina. Certamente, proprio per queste vicinanze e in generale per la sua continua competizione/interconnessione sia col giudaismo che col cristianesimo, l’islam non è del tutto estraneo a queste dinamiche e c’è addirittura chi si è spinto a ricercare nelle commistioni fra questo e il cristianesimo, ancor prima che in quelle fra il cristianesimo e il giudaismo post-veterotestamentario, i semi della secolarizzazione ovvero della trasformazione della civiltà occidentale16.
A tale processo di secolarizzazione non sono ovviamente estranei i confronti con le culture altre e la conseguente relativizzazione, e infatti ciò che più impegna da anni la Chiesa cattolica è, parallelamente all’affrontare la suddetta inesorabile trasformazione, il lavorio di armonizzazione fra la sua millenaria dottrina e la progressiva rilevanza delle altre religioni all’interno del suo tradizionale campo d’azione, giudaismo e islam in primis. La sequenza delle azioni messe in atto mostra chiaramente come anche il cattolicesimo, verosimilmente influenzato di rimando dal mondo protestante, non sfugga alla dinamica che stiamo trattando: partendo dalla modificazione della tradizionale Preghiera del Venerdì Santo e passando per le dichiarazioni conciliari Lumen Gentium e Nostra Aetate fino a documenti come il recente Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29) la revisione dell’atteggiamento e delle posizioni tradizionali della Chiesa verso gli ebrei è evidente. Non a caso Papa Giovanni Paolo II ha definito gli ebrei «fratelli maggiori»17 e Papa Francesco, ad esempio nella sua lettera enciclica Laudato Si’, ha utilizzato proprio il termine «tradizione giudeo-cristiana»18. E anche Benedetto XVI ritiene evidentemente la questione di capitale importanza, ma non risolta, se dalla condizione di ritiro in cui si trova ha sentito l’urgenza di mandare in stampa lo scritto Gnade und Berufung ohne Reue dove spiega come il rapporto fra cristianesimo e giudaismo debba andare oltre le formule già espresse19. Non si pensi però che ciò riguardi solo la parte progressista o comunque moderata della Chiesa: il nome scelto per la scuola di formazione politica nata dalla collaborazione tra l’influente cardinale conservatore statunitense Raymond Burke e l’intellettuale di destra Steve Bannon, che si autodefinisce «cristiano sionista»20, era proprio Academy for the Judeo-Christian West21; o si pensi al simil-evangelico LifeSiteNews, vero e proprio punto di riferimento on line per i cattolici pro-life di tutto il mondo, che tra i suoi obiettivi dichiara quello di difendere i «tradizionali valori giudeo-cristiani22.
Dunque se apparentemente per la Chiesa cattolica le sfide più impellenti da affrontare sono la diserzione delle masse dalla vita ecclesiale, le problematiche connesse al celibato ecclesiastico, la crisi delle vocazioni e in generale la crisi della religione cristiana, non sfugge agli osservatori più attenti che tutte queste dinamiche marciano di pari passo con la trasformazione del senso del Sacro nella culla del cattolicesimo stesso. Tra le varie confessioni cristiane il cattolicesimo è infatti, insieme all’ortodossia, quella più vicina al pagano-cristianesimo originario, e dunque quella che più ha da perdere in una gestione sbagliata della suddetta transizione. Per questo è in continua crescita l’attenzione sul rapporto tra cristianesimo e giudaismo, e tra cristianesimo e islam oltre che con tutte le altre religioni, e per questo la Chiesa cattolica ormai ammette, con grande disappunto da parte degli irremovibili tradizionalisti, che la sua prospettiva ora possa e debba convivere con le altre.
Per dovere di cronaca, benché siano fenomeni marginali, riportiamo che per quanto riguarda il giudaismo post-veterotestamentario, in particolare le sue correnti riformate, ci sono piccoli movimenti che vedono positivamente la figura di Gesù e alcuni che arrivano a considerarlo assimilabile al Messia atteso. E costoro sono visti di buon occhio da quei cristiani che cercano in tali manifestazioni un’anticipazione della da loro auspicata conversione in massa degli ebrei al cristianesimo. Ma come detto si tratta di gruppi di nicchia per la cui trattazione approfondita rimandiamo, così come per i pur macroscopici fenomeni fin qui trattati, ad altri saggi specifici.
Ciò che dobbiamo arrivare infine a codificare, e che è ovviamente a tutte queste dinamiche connesso, è infatti qualcosa di meno evidente, meno definito, ma non per questo di minore portata. Anzi, è proprio il sincretismo di cui abbiamo parlato all’inizio ma portato a un livello tale da farlo ritenere da molti non più un’eterodossia ma l’ortodossia dei nostri tempi. Talmente pervasivo da essere quasi inavvertibile.
Ciò di cui ci occupiamo qui è insomma il perché dell’accezione divenuta oggi più comune di termini quali “giudaico-cristiano” o “giudeo-cristianesimo”, quella utilizzata per definire la civiltà occidentale in sé e le sue radici per le quali teoricamente si dovrebbe invece usare – come abbiamo visto – l’aggettivazione “pagano-cristiane”.
Ripercorrendo la storia possiamo incontrare l’utilizzo che del concetto di “giudeo-cristianesimo” fece, con valenza negativa, Friedrich Nietzsche23. Il filosofo tedesco previde, forse prima di tutti, il progressivo svuotamento del cuore di quella che un tempo era la culla della Cristianità, l’Europa. Non certo però, avendo preso giudaismo post-veterotestamentario e cristianesimo come un insieme coeso, che l’uno avrebbe occupato degli spazi lasciati liberi dall’altro. Idem dicasi per intellettuali di orientamento esoterico come Arturo Reghini o Julius Evola che cercarono di estrarre dalla cultura tradizionale dei popoli europei l’elemento cristiano non differenziandolo da quello giudaico e dunque presentando il tutto come allogeno. E se dobbiamo pensare a un collegamento tra la loro opera e chi poi cominciò a usare la stessa terminologia con valenza positiva non possiamo che farlo a livello di reazione. La quale però non è però avvenuta primariamente nella culla della Cristianità: per quanto si cerchi nella storia antica, medievale e moderna dell’Europa non si troveranno, tranne che in sporadici casi (come saltuariamente sotto giurisdizione nederlandese, polacca, elvetica, britannica, austriaca, francese o italica), che un diffuso sentimento di diffidenza nei confronti del giudaismo e continui casi di persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche.
È pur vero che l’illuminismo propugnò l’uguaglianza teorica delle religioni nella subordinazione di queste alla stessa legge temporale, ma i prodromi e gli sviluppi di questa impostazione li troviamo altrove, dove cioè il processo di secolarizzazione non generò più entusiasmo di un rinnovato fervore religioso: nel Nuovo Mondo, dove già nel 1788 – un anno prima della Rivoluzione Francese – veniva promulgata la Costituzione degli Stati Uniti che dichiarava la parità di tutte le confessioni religiose ed eliminava così il primato teorico del cristianesimo sul giudaismo. Spostando il nostro sguardo sul continente americano, e in particolare nelle terre dove si insediarono coloni nord-europei, possiamo renderci conto di come sia stato qui che la conservazione del retaggio pagano europeo inglobato nel cristianesimo abbia continuato, a partire dal già austero protestantesimo, a perdere importanza rispetto alla necessità di generarne e includerne uno nuovo.
Una ragione di questo processo è il fatto che le nuove composite comunità erano sì composte in larghissima parte da coloni cristiani provenienti dal Vecchio Mondo, ma anche da ebrei che progressivamente si spostavano dall’Europa e dal Medio Oriente in cerca di condizioni di vita migliori. Che infatti trovarono nel Nuovo Mondo e in particolare nella parte colonizzata non da cattolici ma da protestanti, sebbene anche questi fossero ancora in parte a loro ostili (vedasi l’opposizione rappresentata da formazioni estremiste come il Ku Klux Klan). Certamente spostandosi dall’Europa all’America passarono dallo status di emarginati per eccellenza a uno che comunque era superiore a quello di altre etnie, come i nativi americani e gli schiavi africani.
Un altro fattore che ha favorito l’avvicinamento del cristianesimo al giudaismo post-veterotestamentario (e, come detto, in parte anche al processo inverso) fu il sentimento di identificazione di molti coloni nella storia biblica del Popolo Eletto.
Per esemplificare questo sentire così diffuso nella religiosità americana (ma come detto ora in diffusione in tante altre parti dell’Occidente e del mondo) possiamo riportare alcune esaustive parole del discorso del vicepresidente statunitense Pence in visita presso il parlamento israeliano24: «Nella storia degli ebrei abbiamo sempre visto la storia dell’America. È la storia di un esodo, un viaggio dalla persecuzione alla libertà, una storia che mostra il potere della fede e la promessa della speranza. Anche i primi coloni del mio paese vedevano loro stessi come pellegrini, inviati dalla Provvidenza, per costruire una nuova Terra Promessa. Le canzoni e le storie del popolo di Israele sono stati i loro inni, e li hanno fedelmente insegnati ai loro figli, e lo fanno fino a oggi. E i nostri fondatori, come altri hanno detto, si sono rivolti alla saggezza della Bibbia Ebraica per trovare la direzione, la guida e l’ispirazione».
Alla luce di queste constatazioni è ora possibile capire il perché di certe correnti protestanti puritane moderne dai tratti simil-farisaici, o di fenomeni che nell’età contemporanea inglobano logiche marcatamente veterotestamentarie come i Testimoni di Geova o i Mormoni, e di movimenti che si autodefiniscono evangelici o meglio pentecostali. Tra questi ultimi in particolare vi sono dei gruppi che, come altri originatisi negli Stati Uniti d’America e sempre più in espansione per gemmazione ovunque nel mondo, costituiscono alcune delle forme più evidenti di sincretismo giudeo-cristiano moderno. I più eclatanti tra questi sono quelli che, come i cosiddetti dispensazionalisti, hanno completamente ibridato la dottrina cristiana con la prospettiva sionista e conseguentemente con un messianismo d’impronta giudaica post-veterotestamentaria.
Lo Stato di Israele è infatti un altro fattore determinante nel processo di immedesimazione degli occidentali nella storia del Popolo Eletto, quasi fosse una prosecuzione della conquista del Nuovo Mondo con in più una connotazione religiosa esplicita.
Per esemplificare il rapporto di interdipendenza che si è venuto a creare fra sionisti ebrei e cristiani bastino le parole pronunciate dal presidente israeliano Bibi Netanyahu25: «Non abbiamo amici migliori al mondo della comunità evangelica, e la comunità evangelica non ha al mondo amici migliori dello Stato di Israele».
E ancora si noti con quanta disinvoltura innumerevoli intellettuali, tanto di indirizzo teo/neo-conservatore quanto progressista, usino nelle loro analisi una terminologia che equipara l’aggettivazione “giudaico-cristiano” a “occidentale”, per esempio riguardo ai valori di riferimento.
Ma perché si arrivasse a tutto questo i sentimenti di empatia e di identificazione non sarebbero forse bastati se non si fossero venuti a creare altri fattori determinanti. Uno come accennato è la comparsa del citato Stato di Israele, che sempre più cristiani vedono come una manifestazione di profezie bibliche (inglobando quindi nella propria dottrina un’esegesi letteralista della Bibbia che è quella propria non del cristianesimo ma del giudaismo post-veterotestamentario), e l’altro è l’evento a esso indissolubilmente collegato, di proporzioni colossali sul piano storico quanto per le implicazioni teologiche: la Shoah.
Senza soffermarci oltremisura su questo pur cruciale elemento, pensiamo al fatto che ci si riferisce a tale avvenimento con la parola Olocausto, che letteralmente indica un sacrificio a scopo devozionale, e che solo per questo tragico evento usiamo la “O” maiuscola, come se indicassimo il sacrificio per eccellenza. Ovviamente nella dottrina cristiana questo è teoricamente quello di Cristo in croce, e in generale lo era per il sentire dei cristiani prima di tale avvenimento. Qua c’è evidentemente un qualcosa che tocca la sfera del Sacro ed è interessante a questo proposito rilevare che l’archetipo del sacrificio di Dio è proprio del cristianesimo e non del giudaismo post-veterotestamentario, a ulteriore riprova del fatto che la dinamica che stiamo esaminando è fondamentalmente un movimento del primo in direzione del secondo. O pensiamo al fatto che in molti Paesi occidentali è reato condurre delle ricerche sulla Shoah che possano arrivare a ridimensionarne in qualche modo la versione storicamente accertata o anche solo discuterne in modo improprio a livello di opinione personale. Anche qua non è necessario approfondire la questione, e meno che mai mettere in dubbio le dinamiche e le cifre ufficiali della Shoah, ma solo rilevare che se una verità è dispensata dall’indagine scientifica e non si può trattare soggettivamente è perché evidentemente gode di uno status paragonabile con le debite contestualizzazioni a quello che fino a prima dell’era moderna era riservato nella Cristianità alle sole verità di fede cristiane. Al contrario nessun legislatore oggi si sognerebbe mai di emanare una legge per condannare chi metta in dubbio, per esempio, la storicità della vita e della morte di Gesù Cristo.
E così via potremmo citare sentenze divenute di senso comune come «Dov’era Dio ad Auschwitz?»26 o «Dio è morto ad Auschwitz»27 in cui il campo di concentramento sembra diventare un nuovo e tangibile Calvario e Adolf Hitler con i suoi esecutori i carnefici per eccellenza. E ancora rilevare come nel continuo e doveroso riportare alla memoria quella immane tragedia ci sia una perenne riattualizzazione – proprio come una continua ripetizione è quella del memoriale della morte e della resurrezione di Cristo – cioè una sorta di liturgia laica nella quale le massime autorità sono coloro che l’hanno vissuta in prima persona, o coloro che sono deputati a portarne il ricordo, e alla quale tutti i cittadini sono chiamati a partecipare. Tutti, a prescindere dal credo o dal non-credere, perché ciò che rappresenta è alla base stessa della scala di priorità che si è data la civiltà nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, e per questo non può essere relegata, come ormai avviene nella nostra società per le espressioni religiose tradizionali, alla sfera personale o di comunità specifiche.
Specularmente troviamo quelli che vengono generalmente definiti come neonazisti o neonazi, benché spesso le loro argomentazioni politiche siano poco più che, come quelle religiose per taluni, un pretesto per esprimere un disagio personale connesso al sociale. Non di rado si tratta infatti di individui che pur avendo poche o nessuna cognizione di storia – e in parte proprio per questo – istintivamente si identificano con quello stesso male assoluto, esprimendo così in maniera esplicita il conflitto con una società che, ora come ieri e qua come ovunque, ritiene il tirarsi fuori dal sentire comune come uno dei più gravi oltraggi.
Si potrebbe arrivare ad affermare che in fondo anche quella attuale non è che una variante della dinamica innata del cristianesimo per cui questo finisce invariabilmente per assorbire elementi altri, e che semplicemente questi sono quelli del presente, diversi da quelli del passato. Il pagano-cristianesimo della nostra epoca insomma, se tale definizione non rischiasse di complicare le conclusioni a cui siamo giunti.
Cercando di riassumere il più possibile: le tanto decantate “radici giudaico-cristiane dell’Occidente” in realtà non esistono se non col significato di un relativamente recente retaggio delle composite comunità americane, e di ritorno, data la crescente egemonia politico-economica e culturale delle ex-colonie europee, del resto del cosiddetto Occidente; si può invece legittimamente affermare che la civiltà giudaico-cristiana oggi esista in quanto tale, ma non nel senso divenuto comune di sinonimo di Cristianità, ovvero di quella che tecnicamente andrebbe piuttosto definita come “civiltà pagano-cristiana”, quanto al contrario di una civiltà nuova che a questa si sta sostituendo e in parte si è già sostituita. La cosiddetta civiltà occidentale odierna è stata infatti riplasmata sul piano etico e spirituale da una serie di fattori che hanno generato l’ennesimo sincretismo fra cristianesimo e giudaismo post-veterotestamentario. Il quale sincretismo però, a differenza di quelli del passato, grazie a tutta una serie di fattori ha raggiunto per la prima volta nella storia un livello tale da sopravvivere ai tentativi di contrasto da parte delle rispettive ortodossie, e da ergersi anzi esso stesso al rango di credo ufficioso della civiltà ora correttamente definibile come giudaico-cristiana.
III. Constatazioni e ipotesi sulla religiosità ufficiosa dell’Occidente
Una volta preso atto dell’esistenza e della pervasività di questo processo28 è difficile non rilevare come, a meno di eventi eccezionali almeno quanto quelli che l’hanno determinato, la trasformazione in atto sia importante, profonda e probabilmente irreversibile.
C’è un ulteriore passo che si può fare dopo aver chiarito questi punti: analizzare i modi più o meno consapevoli di porsi davanti alla situazione presente, così da decodificare alcune fra le manifestazioni più comuni della religiosità odierna; e infine, partendo da queste, fare delle ipotesi sulle possibili evoluzioni della nostra civiltà.
Possiamo fondamentalmente ridurre la casistica a tre approcci rilevanti:
1 – rifiuto totale: è l’approccio di chi percepisce l’esistenza di un nuovo senso del Sacro e vorrebbe invertire il processo che ha portato alla sua affermazione o comunque arrestarlo;
2 – via intermedia: è l’approccio di chi accetta più o meno coscientemente l’affermarsi di una religiosità diversa da quella del passato e al tempo stesso vorrebbe preservare o riesumare degli elementi di quest’ultima;
3 – accettazione totale: attivamente è l’approccio di chi è consapevole del fatto che i costrutti religiosi del passato sono in crisi ed è già pienamente addentro a quelli nuovi; passivamente è il modus operandi e vivendi dei tantissimi che non hanno cognizione dei temi trattati ed accettando completamente lo status quo entrano inconsapevolmente a far parte delle dinamiche in atto.
Dall’inclinazione verso uno fra questi tre approcci, i cui contorni possono certo sfumare l’uno nell’altro, deriva tutta un’ulteriore serie di fenomeni, alcuni dei quali anche paradossali, di cui possiamo illustrare i più significativi.
Non accettare la realtà odierna è per esempio la posizione intransigente di alcuni gruppi di frangia all’interno del cattolicesimo ma anche del protestantesimo tradizionale e tradizionalista. La speranza di costoro è di riportare la Cristianità al suo glorioso passato e/o verso uno scontro totale con le altre civiltà e con quella occidentale moderna che considerano abusiva. Ma proprio perché si tratta di gruppi completamente minoritari, che si rifanno a realtà in cui al contrario ciò che propugnano era sempre stato maggioritario e poiché sono essi stessi restii a porre la questione nei termini illustrati – a partire dal paganesimo, orrore! – è del tutto improbabile che riescano a rendere organici ed efficaci i loro intenti. Al contrario all’interno del giudaismo le voci profondamente critiche verso un’assimilazione irreversibile al cristianesimo sono maggioritarie, sia da parte di conservatori come il rabbino ortodosso Eliezer Berkovits29 quanto di progressisti come la rabbina Danya Ruttenberg30. Ma come detto il processo è essenzialmente interno a quella che era la civiltà cristiana e per questo, benché queste voci siano in proporzione infinitamente più numerose, si riducono a delle logiche reazioni a quelle che sono percepite come delle più o meno sopportabili ingerenze quando non delle indebite appropriazioni culturali.
Di questa categoria, ma senza voler suggerire alcun collegamento diretto con chi si occupa di religione, fa parte anche l’agire di coloro che rifiutano completamente il presente, la realtà, come i già accennati neonazisti. In definitiva costoro sono dei nichilisti, che si pongono ai margini di una società che li rifiuta e che loro rifiutano.
La dinamica dell’approccio misto, ovvero quello dell’accettare le trasformazioni già avvenute e quelle in corso d’opera ma di volere allo stesso tempo preservare o riesumare elementi del passato, può svilupparsi nei modi più disparati. Tralasciando le ultraminoritarie commistioni all’interno del mondo giudaico possiamo notare due tendenze fondamentali: una verso la componente cristiana e l’altra verso quella pagana.
Quest’ultima può diventare ad esempio l’atteggiamento di chi prova rigetto per la decadente componente cristiana della propria identità tradizionale, come abbiamo visto fortemente indebolita dalla secolarizzazione e dalla trasformazione, e, considerandola irrecuperabile quando non meritevole di scomparire, cerca di preservare almeno quella che considera come precedente e per questo più autentica. Si tratta in questo caso di una dinamica, conscia in alcuni intellettuali di indirizzo neopagano ma per lo più inconsapevole, riscontrabile in chi percepisce negativamente tutto ciò che identifica col cristianesimo e positivamente tutto ciò che riporta all’antico, al mitico, all’ancestrale; tale dinamica implica però la negazione di ciò che per millenni ha preservato e trasformato molti di questi elementi, specialmente quelli connessi alle tradizioni popolari, e genera quindi delle credenze artificiose e posticce, che pur essendo in continua diffusione non si concretizzano mai in dottrine strutturate e durature.
L’attitudine di chi in questo momento di crisi vuole assolutamente preservare l’elemento prettamente cristiano si sta invece sempre più materializzando in alcune delle nuove correnti protestanti di cui si è accennato, evangelici/pentecostali in primis, e ora anche in parti sempre più consistenti del cattolicesimo conservatore o sedicente tale. Ciò che determina la differenza fondamentale fra quest’area e le frange più tradizionaliste è l’essere perfettamente integrata negli sviluppi moderni della Chiesa cattolica, cosa che la rende ancora più eterogenea e contraddittoria. Dei punti di riferimento imprescindibili sono per esempio il pontificato di Papa Giovanni Paolo II e in parte quello di Benedetto XVI, detestati invece dai tradizionalisti quanto quelli dei loro predecessori successivi a Pio XII e (soprattutto) del loro successore Francesco. Un dato significativo è che sempre più questi gruppi tendono a caratterizzare il cristianesimo come fattore meramente identitario (cioè sempre meno come fede e meno che mai come fede universale), cosa che rende paradossalmente la loro azione funzionale al decadimento che pretenderebbero di contrastare e non fa altro che rivelarne ulteriormente – al di là delle posture – la fragilità intrinseca.
Rivolgendosi poi verso l’Oriente inteso in senso generico come “altro” si può rilevare come parte del cristianesimo “orientale” (ovvero quelli che per gli occidentali sarebbero i pagano-cristianesimi “altri”) stia vivendo un momento di fervore dopo lunghi tempi bui, e per questo rappresenta una possibile soluzione per chi è in cerca di un’alternativa non completamente rivoluzionaria. Vero è comunque che trattasi di confessioni relativamente minoritarie e costituite a livello etnico e/o nazionale (Chiese autocefale ortodosse, Chiesa armena, georgiana, siriaca, copta egiziana, copta etiope, etc.) mentre le espressioni del giudeo-cristianesimo, oltre a essere perfettamente ancorate alla storia propria dell’Occidente, hanno un’impostazione universalista e una proiezione mondiale.
C’è infine l’attitudine di chi accetta la realtà per come è. Certamente è questa l’attitudine più diffusa, in parte perché c’è chi la mette in pratica consapevolmente ma soprattutto perché la stragrande maggioranza della popolazione accetta passivamente e completamente lo status quo.
Partiamo da un atteggiamento non passivo ma molto vicino nella pratica a quest’ultimo: quello prodotto da certo ateismo e agnosticismo. Queste tendenze sono sempre più diffuse in Occidente ma – come abbiamo visto – in declinazioni non-nichiliste non implicano affatto la non-accettazione di quella che è in pratica la religione civile della civiltà giudaico-cristiana. In versioni estreme come l’ateismo militante o il satanismo esprimono sì una critica del sistema odierno, ma non più di quanto non affermino la negazione di quello precedente che mai avrebbe permesso la loro esistenza. Da notare il parallelismo con il rifiuto totale della modernità che è stato incluso nella prima categoria, da cui in effetti è a volte quasi indistinguibile, benché le ragioni si trovino agli antipodi.
Anche il multiforme fenomeno generalmente indicato come new age rientra, per ragioni ed esiti opposti all’ateismo, in questo gruppo. Per quanto variegato, come il neopaganesimo nasce in seno a quella che un tempo era considerata la Cristianità – e, si badi bene, non in altro contesto – in seguito alla percezione del suo stato di crisi e alla volontà di ritrovare un senso compiuto di Sacro. Ma lo si può distinguere dal neopaganesimo per la disinvoltura nell’abbandonare i costrutti del passato e al contrario includere e combinare nelle sue varianti elementi del tutto estranei a quelli propri della civiltà pagano-cristiana ovvero di nuovissima concezione o presi in prestito da altre. Queste altre sono spesso religioni orientali come il buddhismo e l’induismo, che per forza di cose – le cose che abbiamo fin qui descritto – esercitano una forte attrattiva sugli occidentali in cerca di un’alternativa all’Occidente.
All’interno di questo approccio ricade anche l’attitudine di quegli occidentali che sentono come ineluttabile il processo di decadimento spirituale della civiltà (post)cristiana e, rinunciando sia ad aderirvi che a contrastarlo, si rivolgono direttamente a un’altra tradizione religiosa codificata. A differenza di quelle dette orientali le già ampiamente trattate grandi religioni abramitiche hanno numerosi elementi in comune con il cristianesimo, e per questo possono rappresentare per un occidentale la scelta meno esotica. Il numero di coloro che si convertono al giudaismo, che contrariamente a quanto molti pensano non è cosa impossibile31, è però infinitamente più basso di quello di coloro che passano all’islam32, probabilmente perché richiede un lavorio indubbiamente superiore. Essenzialmente la scelta più semplice rimane quindi l’islam, ma ciò non significa che questo sia rispetto al giudaismo una semplificazione, anzi insigni studiosi occidentali di religioni come René Guenòn e Titus Burckhardt, dopo aver intravisto e denunciato la decadenza della civiltà occidentale e aver indagato alcune delle possibilità di reazione (tra cui il tradizionalismo cattolico e la libera muratoria), infine optarono proprio per l’islam. E così molti altri, di varia cultura ed estrazione, cosa che – ovviamente insieme alle conquiste del passato e alle migrazioni del presente – porta l’islam a essere già oggi la seconda religione più diffusa in Europa33 e un fattore determinante anche nelle Americhe e in Oceania cioè nel resto dell’Occidente34.
E ancora possiamo considerare in qualche modo connessi a questo approccio alcuni curiosi sincretismi moderni in fase di sviluppo come il chrislam, commistione speculare al giudeo-cristianesimo in verità non nuova ma codificata con tale termine in uno dei luoghi per eccellenza dove cristianesimo e islam si incontrano e scontrano, l’Africa e nello specifico la Nigeria. Interessante notare come questo particolare fenomeno sia stato nei fatti più discusso che praticato35, quasi che qualcuno tema una siffatta comunione quanto teme un’Europa “islamizzata” cioè l’Eurabia di littmaniana e fallaciana memoria36.
E questa seppur non esauriente elencazione delle possibilità che si presentano e prospettano non potrebbe dirsi conclusa se non riportassimo un’ultima prospettiva, meno conosciuta e al momento ancora molto di nicchia ma particolarmente attinente all’argomento trattato: quella del noachismo, un sistema di norme che per una parte della tradizione ebraica, e in particolare grazie ad alcune figure di spicco come il rabbino livornese Elia Benamozegh (uno dei più importanti codificatori moderni del noachismo come sistema complementare al giudaismo), è interpretabile come il codice etico più antico dell’umanità.
Secondo la dottrina giudaica il mondo è bipartito in yehudim, ebrei, e goyim, non-ebrei ovvero gentili; teoricamente nell’era messianica l’olam habba, il mondo a venire, sarà dei primi e i secondi saranno in qualche modo a loro subordinati. Ma esiste anche una possibilità leggermente diversa, quella appunto in cui è contemplato, per i non-ebrei, il noachismo. In questa soluzione gli ebrei rappresentano per l’umanità non tanto il popolo eletto quanto il popolo sacerdotale, e in questo senso sarebbe da intendere l’obbligo di rispettare tutte le norme prescritte da Dio ovvero le 613 mitzvot. Fra queste ce ne sono poi 7 che permetterebbero anche ai non-ebrei, cioè ai “laici”, di avere il proprio posto nell’olam habba. Queste 7 leggi sono quelle date a Noè quando uscì dall’arca successivamente al Diluvio Universale, riportate nella Torah e poi specificate nel Talmud, ovvero: non commettere idolatria; non bestemmiare; non uccidere; non rubare; non compiere atti sessuali illeciti; non cibarsi di animali vivi ovvero non compiere crudeltà verso gli animali; istituire tribunali atti a stabilire il rispetto delle suddette leggi.
In realtà da queste semplici regole generali ne conseguono logicamente altre (solitamente attestate sulla sessantina) che stabiliscono un vero e proprio codice ed è interessante notare come, se i cristiani dovessero continuare fino in fondo nel loro percorso di accoglimento delle istanze del giudaismo e dunque attenervisi, si ritroverebbero – a partire dal divieto di commettere idolatria, e quindi ad esempio dal divieto di venerare simulacri – a vivere la propria religiosità in un modo non poi così dissimile sia dal giudaismo che dall’islam. Per via del suo rigoroso monoteismo e del suo impianto semitico quest’ultimo è infatti generalmente ritenuto dai sapienti ebrei, a differenza del cristianesimo tradizionale il cui giudizio rimane controverso, compatibile col noachismo37. Ma l’islam oltre a contenere già ora, e dal principio, elementi in comune col giudaismo (come ad esempio l’aniconismo o la dettagliata tradizione normativa) ne ha anche altri che lo avvicinano al cristianesimo, a cominciare dalla tendenza all’universalismo ovvero all’inclusione e dal riconoscimento delle figure di Gesù e Maria.
Ovviamente questa è una prospettiva prettamente giudaica ma, a parte l’imponente operazione di diffusione operata in particolare dall’influente branca giudaica dei Chabad-Lubavitch e l’esistenza di gruppi e organizzazioni che già oggi si definiscono come noachidi38, come abbiamo visto la direzione verso cui tende la civiltà giudaico-cristiana in toto pare essere esattamente quella del progressivo accoglimento delle suddette prospettive. Che infatti in parte stanno prendendo forma negli ordinamenti occidentali anche in modo tangibile39.
- Corano 2:62; 5:69; 22:17; 3:113-115; 57:27; etc.[↩]
- Si vedano per esempio il trattato talmudico Abhodah Zarah, le opere di Maimonide Mishneh Torah e Pirash Hamishnayot o lo Iore Dea compilato da Jacob ben Asher.[↩]
- Mt 26:1-5, 27-24-25-; Gv 11:45-52; Col 2:16-23; 1Tm 1:3-7; Tt 1:10-15; Eb 8:4-13; etc.[↩]
- San Giustino, Apologia XLVI:3-4.[↩]
- Sant’Agostino, Ritrattazioni XIII:3.[↩]
- Giuseppe Barbiero, Federico Gasparotti, Elena Baruzzi, La verde pelle di Gaia: Dialogo tra un biologo e un druido nel bosco (Libreriauniversitaria.it Edizioni, 2015), p.102.[↩]
- Leo Baeck, Il Vangelo: un documento ebraico (La Giuntina, 2004).[↩]
- Hans Joachim Schoeps, Paul: The Theology of the Apostle in the Light of Jewish Religious History (James Clarke, 2002).[↩]
- Rudolf Bultmann, Teologia del Nuovo Testamento (Queriniana, 1985).[↩]
- Hans Küng, Cristianesimo (Bur, 1999).[↩]
- At 15,21; Gal 2; 1Tm 6; etc.[↩]
- The Neo-Lachrymose Conception of Jewish-Arab History (Tikkun 6.3, 1991); Under Crescent and Cross (Princeton University Press, 1994).[↩]
- Gv 2:19-21.[↩]
- Israel Shahak, Storia ebraica e giudaismo (Centro Librario Sodalitium, 1997).[↩]
- Massimo Jevolella, Le radici islamiche dell’Europa (Boroli Editore, 2005); https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/9228.html – consultato il 07/07/2019; https://www.monasterodibose.it/component/ohanah/le-radici-islamiche-dell-europa?Itemid= – consultato il 08/07/2019.[↩]
- Lucetta Scaraffia, Rinnegati – Per una storia dell’identità occidentale (Laterza, 1993).[↩]
- http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1986/april/documents/hf_jp-ii_spe_19860413_sinagoga-roma.html – consultato il 07/06/2019.[↩]
- Papa Francesco, Laudato Si’ (LEV, 2015), 15 e 76.[↩]
- https://www.communio.de/pdf/vorabveroeffentlichung/Communio-Benedikt_XVI-2018.pdf – consultato il 24/05/2019.[↩]
- https://www.timesofisrael.com/at-zoa-event-bannon-asks-jews-to-join-his-war-on-gop-establishment/ – consultato il 25/05/2019.[↩]
- https://www.washingtonpost.com/world/europe/with-support-from-steve-bannon-a-medieval-monastery-could-become-a-populist-training-ground/2018/12/25/86dac38a-d3c4-11e8-a4db-184311d27129_story.html?noredirect=on&utm_term=.b52d37a0470e – consultato il 24/05/2019.[↩]
- https://www.lifesitenews.com/about – consultato il 13/07/2019.[↩]
- Friedrich Nietzsche, L’anticristo. Maledizione del cristianesimo (Adelphi, 1977).[↩]
- https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-vice-president-mike-pence-special-session-knesset/ – consultato il 22/05/2019.[↩]
- https://www.timesofisrael.com/netanyahu-speaks-to-brazil-evangelicals-presented-with-savior-stamp/ – consultato il 22/05/2019.[↩]
- cfr. Elie Wiesel, La Notte (Giuntina, 1986).[↩]
- cfr. Richard L. Rubenstein, After Auschwitz (John Hopkins University Press, 1992).[↩]
- Vedere articoli precedenti.[↩]
- “Judaism is Judaism because it rejects Christianity, and Christianity is Christianity because it rejects Judaism” in Disputation and Dialogue: Readings in the Jewish Christian Encounter (Ed. F. E. Talmage, 1975).[↩]
- https://twitter.com/TheRaDR/status/1089589999920660484 – consultato il 25/05/2019.[↩]
- http://www.anticorpi.info/2012/03/talmud-il-piu-controverso-dei-testi.html – consultato il 19/07/2019.[↩]
- https://web.archive.org/web/20180501080438/http://www.pewforum.org/files/2015/03/PF_15.04.02_ProjectionsFullReport.pdf – consultato il 19/07/2019.[↩]
- http://www.globalreligiousfutures.org/regions/europe – consultato il 06/10/2019.[↩]
- Vedere per esempio l’influenza nella formazione della cultura hip hop e ancor prima nelle altre di derivazione afroamericana: https://www.daveyd.com/commentaryhiphopislam.html – consultato il 23/11/2019; Fabrizio Venturini, Le Strade del blues (Gammalibri, 1984).[↩]
- Per esempio: https://www.exposingchrislam.com/ – consultato il 02/08/2018; https://www.allaboutreligion.org/chrislam.htm – consultato il 03/08/2018; http://lnx.ilcristiano.it/2013/05/01/chrislam-cosa-e/ – consultato il 02/08/2018.[↩]
- Notare che nessuna delle due era cristiana bensì la Littman (Bat Ye’or) di religione giudaica e la Fallaci atea.[↩]
- http://www.wikinoah.org/en/index.php/Islam_and_Noahide_Law – consultato il 08/10/2019.[↩]
- Per esempio: http://noahide.org/ ; https://www.noahidenations.com/ ; http://7for70.com/en/ ; http://www.1stcovenant.com/index.htm – consultati il 30/07/2019.[↩]
- Per esempio: https://asknoah.org/faq/have-the-noahide-laws-been-recognized-by-any-governments – consultato il 23/09/2019.[↩]

