Gli “eso-contadini”: la classe rivoluzionaria del XXI secolo

Il seguento testo, tradotto da Samuele Amaddio il 19 luglio 2025, è estratto da un discorso dato da Haz nella live “The Exo-Peasantry: 21st Century Revolutionary Class”, che fu mandata in onda il 14 luglio del 2022. Il video non è più elencato nel canale, ma rimane comunque accessibile tramite il link.

Permettetemi di introdurvi alle tre classi principali secondo Marx: la classe proletaria, la classe capitalista e la classe dei proprietari terrieri (o latifondisti). Queste si definiscono in base alla loro forma specifica di reddito: salari, profitto e rendita, rispettivamente.

Nel Volume I del Capitale, in particolare nel Capitolo 27, Marx descrive una fase tardiva del feudalesimo in cui il proletariato non era semplicemente un produttore di plusvalore, ma esisteva come popolazione in surplus. Leggiamo direttamente Marx:

“La servitù scomparve nell’ultima parte del XIV secolo. L’immensa maggioranza della popolazione era composta da contadini liberi e proprietari, qualunque fosse il titolo feudale sotto il quale si celavano i loro diritti di proprietà. Nei grandi domini fondiari, il vecchio balivo, egli stesso servo della gleba, fu sostituito dal contadino libero…”

Questo passaggio è importante perché complica la nostra concezione moderna del lavoro salariato. Marx scrive che i lavoratori salariati dell’agricoltura erano in parte contadini che, nel tempo libero, lavoravano nelle grandi tenute. Non erano proletari senza terra, ma contadini liberi che partecipavano anche al lavoro salariato. Un altro gruppo ‒ lavoratori salariati indipendenti ‒ riceveva un salario e allo stesso tempo aveva in concessione della terra (quattro acri o più), insieme a una casa e all’accesso alle terre comuni. Queste terre permettevano la sussistenza: offrivano pascoli, legna da ardere, ecc.

Marx ci mostra così un’immagine stratificata: contadini liberi che partecipano al lavoro salariato non per necessità, ma come attività in eccesso ‒ sia in termini di tempo che di popolazione. Possiedono una base materiale che permette loro di esistere indipendentemente dal solo salario.

Questa base è centrale per ciò che chiamo la classe eso-contadina ‒ un’analogia moderna a questi contadini proprietari del passato. Cos’è questa base, economicamente parlando? Non è definita dalla vendita del lavoro (come per il proletariato), né dalla vendita di merci per profitto (come per la borghesia), né dall’estrazione di rendita (come i latifondisti). Questi piccoli proprietari ‒ che vivono sia di terra propria sia di terre comuni ‒ riproducono le condizioni stesse della produzione di valore. Non traggono plusvalore dagli altri; piuttosto, rendono possibile che il plusvalore esista.

Anche quando vendono i frutti del proprio lavoro, lo fanno semplicemente per sussistere ‒ non per accumulare capitale. Seguono quello che si potrebbe definire un “logos oscuro” ‒ un ordine implicito che guida la riproduzione di un modo di vita. Questo modo di vita costituisce la base materiale della socialità stessa ‒ la condizione originaria da cui derivano persino l’identità nazionale e lo Stato.

Pensate agli Stati Uniti: esisterebbero senza i lavoratori dei settori industriali pesanti, i camionisti, i contadini? Quel modo di vita è l’America ‒ è la condizione stessa su cui poggia la bandiera e la Costituzione. Questi lavoratori non sono americani perché credono in certe idee: sono materialmente ciò che l’America è.

Ogni Paese ha una propria versione di ciò. L’Unione Sovietica, ad esempio, aveva il suo specifico modo di vita radicato in simili relazioni lavorative. Il concetto di modo di vita non si riduce a gusti culturali o hobby: si riferisce a condizioni materiali di sussistenza condivise all’interno di una comunità universale. Per il contadino proprietario, questa comunità universale è la terra ‒ sia quella privata che quella comune.

Questa relazione con l’universale, di natura economica, definisce la loro classe. Ed è una classe che Marx non ha avuto tempo di sviluppare pienamente. Il lavoro va inteso non solo come contenuto (cioè forza lavoro), ma anche come forma ‒ determinata dalla comunità di lavoro in cui nasce. Questa forma si manifesta non nella vendita del lavoro, ma nella sua sussistenza ‒ nel modo in cui il lavoro si condiziona materialmente.

Se il lavoro è radicato in un modo di vita specifico, allora la sua cristallizzazione in merci serve solo a riaffermare tale condizione. Quando un contadino vende ciò che produce, non cerca profitto, ma la propria capacità di riprodursi. È un processo circolare, non accumulativo.

Questa classe non rientra nelle tre categorie marxiane classiche. Il capitalista estrae profitto, il lavoratore riceve un salario, il latifondista raccoglie una rendita. Ma il contadino proprietario ‒ e per estensione gli eso-contadini ‒ trae reddito non dall’estrazione del surplus, ma dalla riproduzione delle condizioni che rendono possibile il surplus. Il loro “reddito” deriva dal mantenimento di sé stessi.

Perché dunque chiamarla classe eso-contadina?

Nel capitalismo post-feudale, i latifondisti continuano ad esistere ‒ non per privilegi feudali, ma per differenze sistemiche tra agricoltura e industria. Marx spiega che, a causa della bassa composizione organica del capitale nell’agricoltura (meno macchine rispetto al lavoro umano), i prodotti agricoli tendono ad avere un valore superiore al loro prezzo di produzione. Ciò permette ai proprietari fondiari di trarre rendita, anche in un’economia capitalista.

La classe eso-contadina rispecchia questo fenomeno: sopravvive nel capitalismo maturo. Si manifesta in lotte attuali ‒ i contadini olandesi, i camionisti canadesi. Questi individui possiedono mezzi di produzione come terra o macchinari, ma il loro rapporto con essi è mediato da forze esterne come banche o monopoli legati allo Stato. I loro mezzi di produzione sono esoscheletrici.

Marx descrisse il capitalismo come un processo di separazione tra lavoratore e mezzi di produzione. L’eso-contadino rappresenta un ritorno deformato: lo scheletro viene strappato via e poi riattaccato esternamente, come un esoscheletro. Trattori, macchinari, terreni in leasing ‒ tutti restituiti, ma solo sotto condizioni imposte dalla finanza, dall’interesse, o da corporations. Il loro diritto alla terra non è ereditario, ma deriva da crediti bancari o contratti di locazione: una rivendicazione rivolta al futuro, non al passato.

Da qui il termine eso-; la loro base materiale è imposta dall’esterno, dal futuro, non ereditata.

Inoltre, nei moderni Stati assistenziali, molti vivono sia come eso-contadini che come lavoratori salariati. Il lavoro nella gig economy (Uber, Deliveroo…) esiste sopra una base più fondamentale ‒ proprietà familiari, reti comunitarie. La “ragazza di LinkedIn”, perfettamente integrata nelle istituzioni, non ha un esoscheletro: non produce alcun modo di vita indipendente.

Questo rivela una verità importante: la capacità del lavoro di essere valorizzato dipende dalla sua indipendenza. Più si è integrati nelle istituzioni, meno il proprio lavoro può essere davvero valorizzato. Marx dava per scontata la separazione originaria dei contadini inglesi dalla terra, ma quella “perdita del paradiso” costituisce il fondamento logico del valore del lavoro.

Non teorizzò però il ritorno ‒ come, dopo la separazione, il lavoro si riunisce ai mezzi di produzione dal futuro. Questo resta un mistero: come può riemergere la classe contadina in una società capitalista?

La risposta potrebbe trovarsi nella trasformazione della terra in finanza ‒ nel modo in cui la rendita fondiaria si trasforma in rendita finanziaria. La classe contadina non è un residuo del passato, ma una classe proiettata in avanti, plasmata dalle contraddizioni interne del capitale globale.

Viviamo nell’epoca dei Kaiju ‒ forze enormi, lente, appena visibili. Il capitale appare astratto, come denaro che genera altro denaro. Ma sotto questa apparenza c’è una realtà materiale ‒ un modello, un sintomo, un mostro ‒ che guida la logica dell’accumulazione capitalista. Ed è questa realtà che ci svela un nuovo soggetto della storia:
La classe eso-contadina.