Una nazione è un soggetto storico vivente e materiale. La sua esistenza non dipende dalla percezione dei singoli o dall’auto-rappresentazione delle comunità, ma dall’oggettiva presenza di una base materiale alla quale si rapporta in un processo dialettico di reciproca influenza la coscienza del suo essere. L’idea della nazione è posteriore alla formazione della base materiale che sostanzia la nazione stessa, ma ciò non significa che essa sia puramente passiva: al contrario, l’idea della nazione può orientare il cammino storico della nazione, giungendo in certi momenti ad essere il fattore determinante.
La storia di una nazione non è perfettamente sovrapponibile a quella dell’idea della nazione stessa, per quanto essa ne sia il fondamento. Dato un particolare cammino di sviluppo che porta la nazione a raggiungere una determinata estensione o a manifestarsi in un certo modo, l’idea nazionale che ne deriva può essere in qualche maniera discordante, rimanendo ancora legata a fasi precedenti o, al contrario, essendo già proiettata verso le conseguenze successive del movimento in corso. Ciò comporta che, in determinati periodi, l’idea nazionale possa sembrare precoce nella sua esposizione, o che, al contrario, la base materiale che compone la realtà concreta della nazione abbia già raggiunto un determinato livello di sviluppo non ancora rappresentato idealmente nelle coscienze. Nel primo caso si hanno i periodi segnati dalla predominanza dell’iniziativa politica di gruppi d’avanguardia espressione delle tendenze più avanzate della classe sociale in ascesa; nel secondo si ha il prevalere del dato economico che “trascina” dietro di sé le produzioni ideali e l’affermazione della coscienza nazionale.
Come soggetto storico, una nazione non nasce e si sviluppa sulla base del puro arbitrio della comunità umana di cui è espressione, ma il suo percorso è invece radicalmente influenzato dalla dimensione spaziale e relazionale: la geografia e l’ambiente regionale –e globale- sono tra i fattori chiave che stabiliscono “direzioni privilegiate” verso le quali tenderà lo sviluppo di una nazione. Non sarebbe corretto però vedere in ciò un rigido determinismo, in quanto modificazioni repentine dell’ambiente e vicende umane di varia natura possono portare a svolte, anche brusche, nel cammino di una nazione. Essa, inoltre, può uscire dalla scena della Storia, scomparendo. Se i casi di vera e propria “morte” di una nazione sono rari, in quanto implicano pratiche genocidiarie o eventi catastrofici dalla portata tale da disperdere le comunità umane e spezzare i legami economici e culturali, sono invece più frequenti gli esempi di nazioni che, per svariati motivi, vengono “assorbite” all’interno di progetti storici di più grande portata: ciò non comporta una vera e propria “sparizione”, ma una trasformazione che indubbiamente segna un punto di discontinuità rispetto al passato, pur mostrandosi in grado di preservare, in una nuova forma e con rinnovata vitalità, la precedente realtà nazionale.
Una nazione è una “comunità sociale che si è formata e consolidata storicamente sulla base di un comune legame di parentela, lingua, territorio di residenza e cultura”1, “una comunità stabile, evolutasi storicamente, caratterizzata da una lingua, un territorio, una vita economica e una struttura psicologica comuni, che si manifesta in una comunità culturale”2. La condivisione del medesimo territorio, l’uso di una lingua comune, una comune vita economica e culturale e una comune discendenza costituiscono la base materiale della nazione. Non si deve però pensare a questi elementi come statici né come presenti nello stesso modo in ogni singola realtà nazionale. I diversi percorsi di sviluppo hanno anzi portato ogni nazione ad esprimerne una particolare combinazione. Le nazioni sono il risultato di processi storici di aggregazione, nei quali l’economia, la lingua, la religione e le esigenze politiche e militari hanno interagito, contribuendo alla formazione di autorità centrali di varia natura, capaci di garantire e promuovere ulteriormente la stabilità dei rapporti tra le diverse comunità umane progressivamente associate. Per questo motivo, è fortemente limitante pensare alla nazione come fondata esclusivamente, o prevalentemente, sul dato etnico. Per quanto alcune realtà nazionali abbiano mostrato storicamente una forte omogeneità etnica, la gran parte delle nazioni si è formata attraverso la progressiva convergenza di elementi anche molto diversi tra loro, come testimoniano le realtà dell’area mediterranea e dell’Europa occidentale: latini, celti, greci, germani e popolazioni di origine semitica hanno contribuito, in misura e forme differenti, alla costruzione storica delle nazioni di queste aree. È quindi corretto affermare che “la nazione non è una comunità razziale o tribale, ma una comunità di persone storicamente formatasi”3, che trova uno dei propri caratteri fondamentali non nell’omogeneità della propria ascendenza, ma nella continuità storica della popolazione e nella progressiva formazione di una comunità economica, culturale e politica.
La teoria marxista classica sulla nascita delle nazioni, elaborata principalmente da Lenin e Stalin, attribuiva allo sviluppo capitalistico un ruolo decisivo nella loro formazione. In particolare, la progressiva integrazione economica dei territori, la dissoluzione dei rapporti feudali e la costituzione di un mercato interno comune avrebbero creato le condizioni materiali per il consolidamento delle moderne comunità nazionali. Tale impostazione risulta tuttavia limitata se assunta in senso rigidamente generale, poiché tende a collocare la formazione delle nazioni nell’epoca capitalistica senza riconoscere pienamente il contributo esercitato da processi di aggregazione e integrazione territoriale sviluppatisi in epoche precedenti. Già prima dell’affermazione del capitalismo, infatti, l’esistenza di autorità politiche capaci di coordinare la vita economica, amministrativa e militare di diverse comunità all’interno di uno stesso territorio contribuì a creare condizioni favorevoli alla progressiva formazione di comunità storiche più ampie. Infatti, dall’Asia orientale al Mediterraneo, esistevano già in epoche precedenti allo sviluppo capitalistico comunità storiche territorialmente e culturalmente consolidate, che avevano raggiunto forme significative di integrazione politica ed economica. L’affermazione del capitalismo non creò dal nulla tali comunità, ma ha in molti casi accelerato e approfondito processi di convergenza già avviati da diversi secoli, attraverso l’ampliamento dei mercati, l’intensificazione degli scambi, la maggiore integrazione economica dei territori e la diffusione di una cultura comune.
Il caso italiano è particolarmente emblematico, in quanto la formazione storica della nazionalità italiana precede di oltre un millennio le prime manifestazioni del capitalismo, che proprio in alcune città italiane avrebbe trovato, molti secoli più tardi, uno dei suoi primi centri di sviluppo. Fu Roma, affermatasi progressivamente alla guida delle popolazioni italiche, a dare una nuova forma politica a processi di integrazione economica, culturale e territoriale già in corso, costruendo un’unità capace di comprendere al proprio interno popolazioni estremamente differenti, dai Celti della Cisalpina ai Greci del Mezzogiorno. Queste comunità, pur mantenendo a lungo le proprie specificità linguistiche e culturali, furono progressivamente integrate in una più ampia realtà storica e politica, quella dell’Italia romana, che ebbe in Roma il proprio centro. Furono così resi, per la prima volta, “italiani”. Da questa integrazione nacque una comunità storica destinata a sopravvivere alla stessa unità politica romana e a costituire uno dei principali presupposti di lungo periodo della successiva formazione della nazione italiana moderna. Roma non fu solo la prima artefice dell’unificazione del nostro Paese, ma, attraverso l’espansione dell’Impero, inserì progressivamente un’enorme varietà di popoli mediterranei entro uno spazio politico ed economico comune, superando precedenti frammentazioni territoriali e favorendo una più intensa circolazione di persone, merci, idee e tecniche, con la promozione di un nuovo livello di sviluppo produttivo e civile.
Nel corso della Storia umana, le strutture imperiali, agendo come forze centralizzatrici, ebbero un ruolo fondamentale nella promozione non solo dello sviluppo produttivo e civile, ma anche di quello nazionale. Raccogliendo attorno a un centro materiale e spirituale comune popoli diversi, gli imperi non ne negarono l’esistenza particolare, ma li inserirono all’interno di un piano superiore, quello della Civiltà. La Civiltà costituisce dunque uno strato storico di lunga durata, nel quale si sedimentano il nomos4, la lingua e il fondamento spirituale di una comunità storica. Essa non coincide né con una determinata forma politica né con un determinato modo di produzione e può pertanto sopravvivere alla scomparsa degli Stati e alla trasformazione dei sistemi socioeconomici che l’hanno originariamente plasmata. È proprio questo piano a conservare, anche dopo la scomparsa degli imperi come istituzione politica, un denominatore comune tra diverse nazioni, ciò che non muta, o muta con estrema lentezza, col passare delle generazioni e con l’alternarsi dei diversi sistemi socioeconomici. Il marxismo arriva per la prima volta a confrontarsi con questo piano tramite le riflessioni sulla linguistica di Stalin. Infatti, come da lui notato, la lingua, al contrario di quanto affermato dal linguista sovietico Nikolaj Jakovlevič Marr, non appartiene né alla struttura, né alla sovrastruttura della società, non ha un carattere di classe. Essa non subisce trasformazioni fondamentali semplicemente in conseguenza del passaggio da un modo di produzione a un altro, ma si sviluppa attraverso processi storici di lunga durata, nei quali nuove acquisizioni si incorporano nel patrimonio linguistico preesistente, anche in relazione alle nuove condizioni di vita e di lavoro degli uomini: “La sovrastruttura viene creata dalla base proprio per servirla, per aiutarla attivamente a prendere forma e a consolidarsi, per lottare attivamente per l’eliminazione della vecchia base moribonda insieme alla sua vecchia sovrastruttura. Basta che la sovrastruttura rinunci a questo ruolo di ausiliaria, basta che passi da una posizione di difesa attiva della propria base a una di indifferenza nei suoi confronti, che adotti un atteggiamento equanime verso tutte le classi, e perderà la sua virtù e cesserà di essere una sovrastruttura. A questo proposito, la lingua differisce radicalmente dalla sovrastruttura. La lingua non è il prodotto di una o dell’altra base, vecchia o nuova, all’interno di una data società, ma dell’intero corso della storia di quella società e della storia delle sue basi nel corso di molti secoli. Non è stata creata da una singola classe, ma dall’intera società, da tutte le classi sociali, grazie agli sforzi di centinaia di generazioni. È stata creata per soddisfare i bisogni non di una classe particolare, ma dell’intera società, di tutte le classi sociali. Proprio per questo motivo è stata creata come un’unica lingua per la società, comune a tutti i membri di quella società, come lingua comune di tutto il popolo. Pertanto, il ruolo funzionale della lingua, in quanto mezzo di comunicazione tra le persone, non consiste nel servire una classe a scapito delle altre, ma nel servire in modo equo l’intera società, tutte le classi sociali. Questo, infatti, spiega perché una lingua possa servire in egual misura sia il vecchio sistema moribondo sia il nuovo sistema emergente; sia la vecchia base sia la nuova base; sia gli sfruttatori sia gli sfruttati”5.
Il piano della Civiltà appare più immediatamente riconoscibile laddove una lunga continuità politica abbia permesso di mantenere una più evidente unità storica, come nei casi degli Stati-civiltà. Nel caso degli Stati nazionali, esso si manifesta invece in maniera meno diretta, pur conservando una rilevanza fondamentale. Il percorso storico affrontato da una nazione porta infatti alla stratificazione e alla sintesi di elementi provenienti anche da civiltà differenti, che, in misura diversa e attraverso forme molteplici, possono essere assimilati, trasformati e rielaborati all’interno di una nuova sintesi storica. L’Italia non rappresenta un caso di Stato-civiltà e, nella regione europea e mediterranea, dopo la caduta dell’Impero romano non si affermò più una struttura politica capace di ricostituire una Civiltà romana territorialmente unitaria e stabile. La successiva formazione di uno spazio cristiano e cattolico esteso sull’Europa occidentale e mediterranea raccolse, trasformò e arricchì una parte fondamentale dell’eredità romana, integrandola con elementi nuovi, senza tuttavia dare vita a una Civiltà completamente omogenea e distinta da quella precedente.
Il piano della Civiltà e quello nazionale non si pongono quindi in un’opposizione statica e assoluta, ma sono inseriti in un rapporto dialettico nel quale entrambi si trasformano reciprocamente, attraverso l’intreccio di continuità e discontinuità. Nel mondo contemporaneo, segnato dalla tendenza verso l’affermazione del Socialismo, il piano nazionale tende a vedere diminuire parte della propria centralità politica a fronte della crescente rilevanza dei “Grandi Spazi”. Ciò non significa però che il piano nazionale sia destinato a scomparire o a essere completamente fagocitato all’interno di strutture sovranazionali. Al contrario, la diversità dei percorsi di sviluppo visibili nel mondo mostra come la formazione di grandi aggregazioni politiche, economiche e civili possa convivere con la persistenza di Stati nazionali capaci di agire come soggetti autonomi e sovrani, particolarmente nei punti di contatto e di intersezione tra differenti Grandi Spazi. La costruzione di una Comunità umana dal futuro condiviso non porterà necessariamente alla scomparsa degli Stati nazionali, ma nemmeno alla cristallizzazione di un ordine rigidamente “vestfaliano”, fondato su un unico modello di organizzazione politica e territoriale ormai insufficiente a descrivere la complessità dello scenario internazionale. L’elaborazione di nuove forme di governo globale, integrazione e collaborazione internazionale potrà invece fondarsi, nel lungo periodo, sulla coesistenza e sull’interazione di differenti forme statuali, nazionali e socioeconomiche. Tenendo presente questo quadro, la questione italiana non si pone quindi nei termini di una scelta tra la dissoluzione all’interno di un “Grande Spazio”, peraltro, allo stato attuale, inesistente, e l’irrilevanza internazionale. Si pone piuttosto come questione di autonomia e indipendenza: la capacità dell’Italia di riaffermare la propria sovranità e, attraverso di essa, di partecipare autonomamente a una comune Civiltà, che non può che essere quella Mediterranea, e alla costruzione di una rinnovata Comunità umana, anziché essere condannata alla decadenza assieme al cosiddetto “Occidente collettivo”.
1 Kim Jong-Il, On Having a Correct Understanding of Nationalism, in Selected Works, Vol. XV., Pyongyang, Foreign Languages Publishing House, 2014, p. 240.
2 Stalin J., Marxism and National Question, in Marxism and the National Question, New York, International Publisher, 1942, p. 12.
3 Wang Huning et al., Political Logic, Shanghai, Shanghai People’s Publishing House, 2004, p. 343.
4 Il nomos, nel senso schmittiano di Ordnung und Ortung, esprime il rapporto concreto tra una comunità e lo spazio nel quale essa si organizza, attraverso il quale un determinato ordine politico, giuridico e sociale si radica territorialmente.
5 Stalin J., Concerning Marxism and Linguistics, in Marxism and Problems of Linguistics, Pechino, Foreign Languages Publishing Press, 1972, pp. 3-4.

