La sinistra smarrita: come un movimento ha perso la sua strada

  1. Le radici. Nascita e ascesa del movimento operaio 

La “sinistra”, come la intendiamo oggi, nasce nel XIX secolo come risposta a una domanda che la Rivoluzione industriale aveva reso urgente: cosa fare del nuovo proletariato? I primi teorici del socialismo, Marx e Engels nei Manoscritti economico-filosofici e nel Capitale, Proudhon in Che cos’è la proprietà?, partono da un’analisi specifica: il lavoro salariato crea plusvalore che il capitalista trattiene, la proprietà dei mezzi di produzione determina i rapporti di forza. Non è una questione morale, è una diagnosi del funzionamento del sistema. 

Ma le radici affondano più indietro. Senza la Rivoluzione francese e i suoi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità, il socialismo non avrebbe avuto il linguaggio per esprimersi, senza Saint-Simon e Fourier, che nei primi decenni dell’Ottocento immaginano società alternative basate sulla cooperazione. Il socialismo nasce dall’incontro tra l’illuminismo radicale e la durezza della fabbrica industriale. 

Da questa diagnosi nascono i grandi movimenti di massa. In Germania la SPD, fondata nel 1863, che diventerà il primo partito operaio organizzato d’Europa, con centinaia di migliaia di iscritti, una rete di giornali, cooperative e associazioni culturali. In Francia, la Comune di Parigi del 1871 rappresenta il primo esperimento concreto di governo popolare, represso nel sangue ma destinato a diventare un mito fondativo per generazioni di militanti. In Russia, il Partito Operaio Socialdemocratico, da cui nasceranno bolscevichi e menscevichi, prepara il terreno per la rivoluzione del 1917. In Italia, il Partito Socialista fondato a Genova nel 1892 raccoglie a livello teorico le leghe bracciantili della Pianura Padana, gli operai delle fabbriche del triangolo industriale e i contadini poveri del Mezzogiorno. 

Le differenze tra queste esperienze sono reali. La via riformista della SPD, che nel programma di Erfurt del 1891 teorizza il superamento del capitalismo attraverso le riforme, si scontra con la via rivoluzionaria dei bolscevichi, per i quali lo Stato borghese va abbattuto con la forza. Il sindacalismo rivoluzionario francese, che rifiuta la politica dei partiti e punta sullo sciopero generale, non si riconosce nel parlamentarismo socialista tedesco. E tuttavia esiste una comunanza di intenti che attraversa tutte queste correnti: la convinzione che il capitalismo sia un sistema ingiusto da superare, che la classe lavoratrice sia il soggetto del cambiamento, che l’organizzazione collettiva sia l’unico strumento per ottenerlo. 

Per tutto il Novecento, questa sinistra di massa ottiene risultati reali. Il welfare state britannico del dopoguerra, voluto dal governo laburista di Attlee. La sanità pubblica italiana, istituita nel 1978. I diritti sindacali conquistati dopo la seconda guerra mondiale. Ma anche prima in Germania con la legislazione sociale della Repubblica di Weimar, strappata dai partiti operai tedeschi negli anni Venti. Non per concessione dei potenti, ma perché la pressione dal basso ha costretto i sistemi a cedere. La sinistra vince quando è organizzata, quando parla a chi ha bisogno, quando è radicata nei territori e nei luoghi di lavoro. 

Poi qualcosa cambia. Il cambiamento si prepara per decenni, ma accelera dopo il 1991, quando il crollo dell’URSS toglie alla sinistra occidentale il suo contraltare sistemico. Da quel momento, come analizzeremo, la sinistra si trova davanti a un bivio: restare il partito del lavoro e della redistribuzione o diventare, come poi ha scelto, qualcos’altro. 

  1. Il cambiamento. Quando e perché è iniziato 

Il cambiamento della sinistra non è stato dunque un tradimento improvviso né un errore di percorso. È stato un processo graduale, iniziato molto prima del 1991 ma accelerato dalla fine del confronto tra blocchi. 

Il primo segnale arriva già negli anni Cinquanta e Sessanta, quando i partiti comunisti occidentali iniziano a prendere le distanze da Mosca. La destalinizzazione avviata da Krusciov nel 1956, le proteste in Ungheria nello stesso anno e poi in Cecoslovacchia nel 1968, spingono molti intellettuali e militanti a riconsiderare il modello. Il Partito Comunista Italiano di Togliatti conserva ancora posizioni vicine a Stalin, ma già con Berlinguer si teorizza una via nazionale al socialismo diversa, un percorso autonomo da Mosca che accetta il quadro democratico della NATO. È la prima crepa nell’identità rivoluzionaria classica. 

Negli stessi anni, la scuola di Francoforte e il pensiero di Herbert Marcuse (nel cui pensiero è centrale la critica congiunta anche al blocco sovietico) spostano l’attenzione dalla lotta di classe alla critica della società dei consumi. In L’uomo a una dimensione, Marcuse sostiene che il proletariato occidentale è stato integrato nel capitalismo e non è più il soggetto rivoluzionario. Il nuovo protagonista diventa chi sta ai margini del sistema: studenti, emarginati, minoranze. È un passaggio teorico cruciale: la sinistra inizia a cercare il suo soggetto altrove. 

Negli anni Settanta e Ottanta, questo spostamento si consolida. I movimenti del ’68, nati in parte come rivolta operaia e studentesca, evolvono in direzione diversa. Le nuove rivendicazioni, diritti civili, femminismo, ambientalismo, pacifismo, si affiancano a quelle tradizionali ma iniziano a sostituirle nella gerarchia delle priorità. Non è un problema in sé, ma cambia il linguaggio e il pubblico di riferimento. 

La svolta decisiva arriva con la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il crollo dell’URSS seguente non è solo un evento geopolitico, è la fine di un’alternativa sistemica. Per quasi un secolo, la sinistra aveva potuto dire: “esiste un altro modo di organizzare la società, ed è lì, imperfetto ma reale”. Con la fine di quel riferimento, la sinistra occidentale perde la sua ragione d’essere più profonda. Non può più promettere il superamento del capitalismo, perché l’unico esempio concreto è fallito. 

A questo punto si apre il bivio. Da una parte, la strada di chi vuole aggiornare la sinistra senza tradirla: mantenere la centralità del lavoro e della redistribuzione, ma con nuovi strumenti. Dall’altra, la strada di chi sceglie di abbandonare del tutto l’analisi di classe per abbracciare un nuovo paradigma che sembra incontrastabile. 

Negli anni Novanta, questa seconda strada diventa dominante. In Gran Bretagna, Tony Blair e il New Labour riscrivono il programma del partito, eliminando la clausola della proprietà collettiva dei mezzi di produzione e accettando il mercato come orizzonte. In Germania, Gerhard Schröder e la sua Agenda 2010 tagliano il welfare e flessibilizzano il lavoro. In Italia, il Partito Democratico nasce dall’eredità del PCI ma senza più alcun riferimento alla lotta di classe. Negli Stati Uniti, Bill Clinton sposta i democratici verso il centro, deregolamentando la finanza e firmando il NAFTA (Un accordo di libero scambio) 

La giustificazione teorica arriva da più parti. Anthony Giddens teorizza la “Terza Via” (termine già abusato nella storia), una sintesi tra mercato e giustizia sociale che in realtà accetta le regole del primo e ridimensiona la seconda. I teorici del post-marxismo, da Ernesto Laclau (filosofo argentino) a sua moglie Chantal Mouffe (politologa belga), sostengono che la sinistra deve abbandonare la centralità della classe operaia per costruire coalizioni più ampie basate su identità multiple. La lotta di classe viene sostituita dalla “lotta per il riconoscimento”. 

Il risultato è una sinistra che non parla più a chi lavora in fabbrica o in ufficio, ma a chi si riconosce in una minoranza, in un’identità culturale, in una causa, per dirla con un linguaggio più filosofico, post-materiale. I vecchi elettori operai iniziano a sentirsi abbandonati. Molti di loro, nel giro di un decennio, voteranno a destra per la prima volta, in partiti che inizieranno a cogliere il loro mal contento pur di sfruttarli a livello elettorale. 

  1. Le conseguenze. Il prezzo del consenso 

Il punto da chiarire è questo: la trasformazione della sinistra non è stata una fatalità storica, né il semplice effetto del crollo dell’URSS. È stata una scelta, compiuta da persone concrete, in momenti concreti, con motivazioni concrete. 

La prima ragione è di potere. Dopo il 1989, i dirigenti dei grandi partiti di sinistra si trovarono davanti a una constatazione scomoda: il loro elettorato tradizionale stava diminuendo. La deindustrializzazione degli anni Ottanta e Novanta, la delocalizzazione delle fabbriche, l’arrivo di nuove tecnologie, tutto riduceva il numero di operai e quindi il bacino elettorale storico. Perdere quei voti, pensavano molti, era inevitabile. Meglio cercarne di nuovi. 

E quali erano i voti nuovi? Quelli delle classi medie urbane, istruite, professionalizzate. Gli stessi che avevano animato il ’68 e che ora erano diventati dirigenti, insegnanti, professionisti, funzionari. A loro la lotta di classe non interessava, anzi metteva a disagio. A loro interessavano i diritti civili, l’ambiente, la cultura, la qualità della vita. La sinistra decise di andare a prendere quei voti, e per farlo dovette cambiare linguaggio, priorità e identità

Questa scelta, col tempo, ha portato a un’esasperazione identitaria che oggi è al centro di un dibattito acceso dentro la sinistra stessa. Il fenomeno, spesso chiamato woke, ha progressivamente sostituito il lessico della disuguaglianza economica con quello delle discriminazioni culturali: genere, razza, orientamento sessuale, linguaggio inclusivo. Negli ultimi anni, e in particolare nell’estate del 2026, questo dibattito è esploso con una forza nuova. Sempre più voci, anche tra chi aveva abbracciato quella sensibilità, hanno iniziato a chiedersi se la strada intrapresa non avesse allontanato proprio quelle classi popolari che la sinistra diceva di voler rappresentare. 

Il punto interessante è che questo dibattito non è nuovo. Già nei primi anni Duemila, durante la prima fase della cosiddetta “guerra culturale”, c’erano state voci critiche dentro la sinistra. 

Intellettuali come Todd Gitlin o Richard Rorty avevano messo in guardia contro il rischio di abbandonare il linguaggio della classe per frammentarsi in mille identità. Ma quelle voci erano rimaste inascoltate, sommerse dall’entusiasmo per le nuove battaglie. Oggi, a distanza di vent’anni, il dibattito è tornato più vivo che mai, ma la domanda di fondo è la stessa: la sinistra ha davvero cambiato strada, o sta solo mettendo una pezza? 

Perché il problema non è solo il woke in sé. Il problema è che la sinistra ha smesso di parlare di salari, di casa, di sanità, di lavoro, e ha riempito quel vuoto con battaglie identitarie che, per quanto giuste, non rispondono ai bisogni materiali di chi sta in basso. E quando oggi qualcuno dentro la sinistra dice “basta woke”, lo dice perché ha capito che quella scelta ha allontanato l’elettorato popolare. Ma la domanda vera è un’altra: la sinistra è pronta a tornare a parlare di classe, o sta solo cercando un nuovo modo di vincere le elezioni senza cambiare nulla di sostanziale? 

Il rischio, insomma, è che questo dibattito resti solo un’operazione di cosmetica. Che si condanni il woke a parole ma si continui a governare con le stesse politiche neoliberiste che hanno svuotato la sinistra di significato. Perché il punto non è solo cosa dici, ma cosa fai. E finché la sinistra non tornerà a proporre una redistribuzione reale della ricchezza, a difendere il lavoro, a costruire un’alternativa al capitalismo finanziario, tutto il resto sarà solo rumore di fondo

La seconda ragione è ideologica. Una parte importante dei dirigenti e degli intellettuali di sinistra non credeva più nel socialismo come alternativa al capitalismo. Per loro il mercato era uno strumento efficiente, lo Stato un gestore spesso inefficiente, il welfare un costo più che un investimento. Non lo dicevano apertamente, ma lo pensavano. La Terza Via di Anthony Giddens, il New Labour di Tony Blair, la modernizzazione di Gerhard Schröder, erano il modo per dire: “abbiamo capito che il capitalismo non si supera, si governa”. E governarlo significava accettarne le regole

Il caso più esemplare è quello del Partito Laburista britannico. Nel 1995, Blair riuscì a modificare la clausola IV dello statuto del partito, quella che dal 1918 impegnava i laburisti alla “proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio”. La cancellò con il consenso di un congresso straordinario, e con lei cadde l’ultimo riferimento esplicito al socialismo nel programma del partito. Fu un atto simbolico potentissimo: la sinistra storica inglese rinunciava alla sua stessa definizione

In Germania, Schröder e il suo ministro delle Finanze Hans Eichel vararono l’Agenda 2010, presentata il 14 marzo 2003. Il pacchetto tagliò le indennità di disoccupazione, ridusse i sussidi sanitari e pensionistici, flessibilizzò il mercato del lavoro. Il cancelliere la difese con una frase passata alla storia: “Non c’è nessuna riforma di sinistra e nessuna riforma di destra, ci sono solo riforme moderne e riforme obsolete”. La sinistra storica del partito, guidata da Oskar Lafontaine, si oppose e uscì dal partito, fondando poi Die Linke

In Italia, il percorso fu più lento ma ugualmente netto. Il PCI di Achille Occhetto, con la svolta della Bolognina del 1989, rinunciò al nome e al simbolo del partito per fondare il PDS, poi DS, poi confluito nel Partito Democratico di Walter Veltroni nel 2007. Veltroni lo disse chiaramente nel suo discorso di fondazione: “Il Pd non è la somma di ciò che è stato, ma qualcosa di nuovo”. La rottura con il passato era totale

La terza ragione è il rapporto con il potere finanziario. I partiti di sinistra, per finanziarsi e per mantenere rapporti con l’establishment economico, hanno sempre avuto bisogno di alleanze. Ma negli anni Novanta queste alleanze sono diventate dipendenze. Le banche, le grandi imprese, i media, non chiedevano più solo un dialogo: chiedevano garanzie. E la sinistra, per sopravvivere, quelle garanzie le ha date. 

Il caso americano è il più eclatante. Bill Clinton, eletto nel 1992, firmò nel 1994 il già citato NAFTA, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada, nonostante l’opposizione dei sindacati. Nel 1999 appoggiò l’abrogazione del Glass Steagall Act, la legge del 1933 che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, ponendo le premesse della crisi finanziaria del 2008. Il suo consigliere economico Robert Rubin, ex dirigente di Goldman Sachs (una delle più grandi banche d’affari al mondo), incarnò perfettamente il nuovo legame tra il Partito Democratico e Wall Street

Ma c’è un elemento che va aggiunto, ed è il confronto con l’Oriente. La sinistra occidentale non ha perso solo i suoi riferimenti interni, ha perso anche la sua bussola esterna. Il punto di riferimento dal 1917 era l’URSS che abbiamo già definito esser stata il contraltare sistemico: imperfetta, con una fine romanticamente tragica, ma almeno una prova che “un altro mondo era possibile”. Il crollo del 1991 non è stato solo la fine di uno Stato, è stata la fine di un’alternativa dalla prospettiva delle sinistre occidentali. Da quel momento, la sinistra non ha più potuto dire: “esiste un altro modo di organizzare la società”

E la Cina? Il caso cinese è paradossale e istruttivo. Il Partito Comunista Cinese, che dal 1978 con Deng Xiaoping aveva avviato le riforme e l’apertura al mercato, ha dimostrato che un partito comunista può sopravvivere e prosperare adattandosi al mondo senza svendersi e ponendo le basi di una nuova potenza globale che ci troviamo oggi. Ma quella trasformazione, lungi dall’essere un modello per la sinistra occidentale, ne è diventata il controesempio: un partito che mantiene il nome comunista e governa il mercato e le iniziative dei privati pur mantenendo l’autorità centrale, senza rientrare nei giochi del “libero scambio” o della democrazia filo statunitense. La sinistra occidentale non ha saputo né imitarla né analizzarla con lucidità, ed è rimasta senza un riferimento positivo e senza un avversario chiaro

Il risultato complessivo è una sinistra che ha scambiato la sua anima per un posto a tavola. Ha rinunciato a parlare di classe per parlare di identità. Ha rinunciato alla redistribuzione per accettare il mercato. Ha rinunciato al conflitto per cercare il consenso. E così facendo ha perso entrambe le cose: il suo elettorato storico, che se ne è andato deluso, e la sua ragion d’essere, che era quella di rappresentare chi sta in basso

Ma c’è un ultimo elemento, forse il più importante. La sinistra non ha solo perso voti e identità: ha perso la capacità di immaginare un futuro diverso. Quando smetti di credere che un altro mondo sia possibile, smetti anche di lottare per ottenerlo. E una sinistra che non lotta più, che non propone più nulla di radicalmente diverso, non è più sinistra. È solo un contenitore vuoto, che aspetta di essere riempito da qualcun altro. 

  1. Conclusione. Dove siamo e cosa si può fare 

Alla fine di questa breve riflessione scritta dunque bisogna tirare le somme. La domanda da cui siamo partiti era semplice: come ha fatto la sinistra, il movimento che per due secoli ha rappresentato chi sta in basso, a perdere la propria strada? 

La risposta, lo abbiamo visto, non è una sola. È il risultato di un processo lungo, che ha attraversato tutto il Novecento. La sinistra è nata con le fabbriche, ha costruito partiti e sindacati, ha conquistato diritti che oggi diamo per scontati: le otto ore, il suffragio universale, il welfare, la scuola pubblica, la sanità. Poi, a partire dagli anni Sessanta, ha cominciato a spostare lo sguardo. Ha abbandonato la classe operaia per cercare un nuovo soggetto, e nel farlo ha perso il contatto con la sua base storica. Con la caduta del Muro ha perso anche il suo riferimento sistemico, l’idea stessa che un’alternativa al capitalismo fosse possibile. E infine, negli anni Novanta, ha compiuto la scelta decisiva: scambiare l’identità per il consenso, la redistribuzione per il mercato, il conflitto per l’alleanza con il potere finanziario. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I partiti che si chiamano “di sinistra” oggi governano spesso con programmi che un operaio degli anni Settanta non riconoscerebbe come propri. Parlano di identità, ambiente, diritti civili, ma raramente di salari, di precariato, di redistribuzione. E l’elettorato popolare, quello che una volta era il cuore del movimento, se n’è andato. In Francia, in Gran Bretagna, in Germania, in Italia, gli ex operai votano in massa per la destra. È una delle ironie più amare della storia politica recente: la sinistra ha lasciato i suoi, e i suoi sono andati a cercare qualcun altro. 

Ma qui il discorso va completato. Perché se la sinistra ha lasciato un vuoto, non è stato il vuoto a vincere le elezioni: è stata la destra, che quel vuoto ha saputo riempire con una capacità che alla sinistra è mancata del tutto. 

La destra ha capito prima e meglio di chiunque altro che l’elettorato popolare non cercava solo programmi economici: cercava qualcuno che lo riconoscesse, che gli restituisse dignità, che parlasse la sua lingua. Mentre la sinistra spiegava ai lavoratori che il futuro era la flessibilità, la globalizzazione, la società multiculturale, la destra diceva loro: “tu esisti, tu conti, il tuo mondo non è sbagliato, sono gli altri che te lo hanno portato via”. Non importa che quella promessa fosse spesso demagogica o falsa: funzionava, perché rispondeva a un bisogno reale di riconoscimento che nessun altro stava soddisfacendo. 

E qui entrano in gioco figure più recenti di cui si parla spesso. Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca, ha capito prima di molti che la battaglia politica si vinceva non sui programmi ma sulle emozioni e sull’identità. Il suo “The Movement”, la rete internazionale di partiti e movimenti sovranisti, non è solo un’organizzazione: è la dimostrazione che la destra ha costruito un’infrastruttura globale per coordinare le sue campagne, condividere strategie, formare candidati. Mentre la sinistra si disperdeva in mille rivoli, la destra costruiva una rete transnazionale con una disciplina e una chiarezza di intenti che la sinistra aveva perso. 

Bannon ha ripetuto in più occasioni un’idea che riassume tutto: la sinistra ha abbandonato la classe operaia, e la destra l’ha raccolta. Non è solo una provocazione, è una lettura lucida della realtà. I partiti populisti e sovranisti in Europa, da quelli francesi a quelli italiani, da quelli nordici a quelli dell’Est, hanno costruito il loro successo esattamente su quel bacino di voti: operai, piccoli commercianti, lavoratori precari, abitanti delle periferie dimenticate. Gente che la sinistra non ascoltava più. 

Il paradosso è amaro. La destra ha fatto propria l’analisi di classe, chi lavora, chi produce, chi viene lasciato indietro, ma l’ha piegata a un’interpretazione identitaria e nazionalista: il nemico non è il sistema, è lo straniero, l’immigrato, l’élite cosmopolita. Ha preso il malessere reale delle classi popolari e l’ha incanalato verso capri espiatori, invece che verso le cause strutturali. 

Ha vinto le elezioni, ma non ha risolto i problemi: li ha solo rinominati. Eppure, dal punto di vista elettorale, ha funzionato in modo straordinario. 

E qui va detto con onestà: la responsabilità non è solo dei dirigenti di sinistra, dei tradimenti, delle alleanze sbagliate. C’è anche un limite più profondo, che riguarda la sinistra nel suo insieme: quello di non aver saputo aggiornare il proprio messaggio senza svuotarlo. La sfida non era rinunciare all’analisi di classe, era renderla viva in un mondo cambiato. Non era abbandonare il conflitto, era trovarne di nuovi. Non era smettere di credere in un altro mondo, era immaginarlo in forme diverse da quelle del Novecento. 

Quanto alla Cina, va detto con altrettanta onestà: il suo caso non è né un modello né un monito, è semplicemente un’altra storia. Il Partito Comunista Cinese ha dimostrato di saper gestire una transizione straordinaria, portando centinaia di milioni di persone fuori dalla povertà in poche decine di anni, un risultato senza precedenti nella storia. Ma lo ha fatto costruendo un sistema politico che si potesse adattare alle esigenze cinesi senza chiudersi al mondo occidentale, non accettando però le sue denominazioni e usure. È una realtà complessa, che non si presta a facili giudizi: non è l’alternativa che la sinistra occidentale cercava e che, come abbiamo detto, non ha saputo né imitarla né analizzarla con lucidità, ne è rimasta spiazzata. 

Cosa resta, allora? Resta la domanda di fondo, quella che la sinistra ha smesso di porsi: come si costruisce una società più giusta? Non è una domanda superata. È la domanda più attuale che ci sia, in un’epoca in cui la disuguaglianza cresce, i salari ristagnano, il lavoro si fa precario, la casa è un lusso, il futuro dei giovani è incerto. I problemi che hanno dato vita alla sinistra due secoli fa non sono scomparsi: si sono trasformati. 

Ecco perché la conclusione di questa riflessione non è pessimista, nonostante tutto. Perché la storia insegna una cosa importante: i movimenti muoiono quando smettono di credere in se stessi, e rinascono quando qualcuno ricomincia a porre le domande giuste. La destra ha vinto perché ha saputo parlare ai dimenticati. Ma ha vinto con risposte false, che risolvono solo in parte i problemi. Il vuoto che ha riempito è ancora lì, sotto la superficie. E un giorno qualcuno dovrà riempirlo davvero, con risposte vere. 

La sinistra non è finita. È solo in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di ripartire dalle fondamenta: dal lavoro, dalla redistribuzione, dall’idea che un altro mondo sia possibile. Non per nostalgia del passato, ma perché quella è l’unica strada per tornare a parlare a chi oggi non ha più nessuno che lo rappresenti. 

Il cerchio si chiude dove era iniziato: alle radici. La sinistra è nata dal basso, ed è dal basso che dovrà rinascere. Tutto il resto è solo un contenitore vuoto, in attesa di qualcuno che lo riempia di nuovo con più, o meno, senso di verità e giustizia.