Romanità, stoicismo, socialismo

Si è detto in più modi e da più parti che il successo del socialismo cinese trova il suo fulcro nella capacità della classe dirigente comunista di utilizzare la cultura classica nazionale come forma attualizzante della prassi marxista; così confucianesimo e taoismo, da filosofie morte, si sono trasformate negli ultimi decenni nel fondamento veritativo di un marxismo nazionale, un marxismo cinese, come già teorizzato da Mao, dentro al quale l’eterno Tao è l’eterna Cina, il materialismo dialettico è la capacità di comprendere il fluire delle cose, ed il socialismo pragmatico rappresenta l’armonizzazione dei contrasti in una visione coerentemente monista ed immanentista.

Come gruppo politico, non è un caso, nei documenti e negli atti di propaganda Risorgere ha più volte fatto riferimento alla romanità come possibile fondamento alla via italiana al socialismo. Sulla scorta dell’esempio cinese, alcuni aspetti di chiarezza filosofica, di visione del mondo e di prassi antropologica, trovano nella Romanità un percorso non dissimile dal taosimo/confucianesimo riletto in chiave socialista. Vediamone, in breve, alcuni aspetti essenziali.

Nella Romanità prisca e repubblicana domina una visione immanentista e fortemente pragmatica: nella Romanità che fonda ed espande la civiltà mediterranea, a differenza della Grecia classica, ed in modo ancor più netto a differenza delle religiosità dei Libri, vi era pochissimo spazio concesso alla trascendenza; tutto era atto, forza, materia animata. Gli Dei non sono concepiti come figure volontaristiche ed antropomorfe, ma “numina”, ossia forza in atto; forze che, nella dinamica ordinata dei contrasti, possono essere ritualmente utilizzate e gestite. La Pax Deorum, è dunque, in primis la certificazione di una cultura filosofica e religiosa che percepisce il rapporto fra soggetto ed oggetto, fra mondo e forze vitali, come dialettico. L’ordine civile al pari dell’ordine naturale è il frutto di un’armonia, di una pace ricercata, all’interno di uno sforzo collettivo.

E’ questa impostazione che permetterà a Roma di non cadere mai del tutto nella sfera del dominio, di sviluppare un confronto sociale che ancora oggi risulta all’avanguardia del concetto stesso di progresso sociale (Tribunato della Plebe, diritti di voto e di veto, distribuzione delle ricchezze, durata delle cariche, leggi di cittadinanza, ecc.) se paragonato al degrado oligarchico del capitalismo contemporaneo e della sua finta democrazia rappresentativa.

E’ dunque questa visione del mondo, concreta e pragmatica, virtuosa e collettiva, repubblicana nel verso senso della parola, che permette allo stoicismo greco di compiere la sua rivoluzione filosofica a Roma. Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, dimostrano quanto fosse fertile il terreno romano per una filosofia strettamente materialista, dialettica, razionale, patriottica ma cosmopolita (noi diremmo internazionalista), egualitaria ed imperniata sia sul concetto di “autosufficienza” che di “dovere” verso la propria collettività. Lo Stoicismo romano pone l’uomo al centro del tutto ma come più alta forma della razionalità del tutto medesimo, anticipando di due millenni l’umanesimo assoluto di Gramsci e l’antropocentrismo dello Juche.

Non meno, sarà lo Stoicismo romano ad aprire le porte, seppur criticandone fortemente gli aspetti superstiziosi e settari, alla stessa grandezza umanitarista del Cristianesimo, radice fondamentale dello sviluppo sociale e culturale del popolo italiano.

In sintesi, poiché esseri storici, non possiamo che guardare al nostro passato più alto per ipotizzare, al modo del modello cinese, la nostra futura via italiana al socialismo. Una via che può e deve poggiare sui giganti del pensiero che hanno forgiato il nostro modo d’essere e pensare.

Romanità – Stoicismo – Socialismo!